Apologetica

Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?

peter-and-paul- lo zelo che manca di temperanza -                  
                                                          

La temperanza

Una virtù decisiva quella della Temperanza, soprattutto nei nostri tempi.

L'uso del termine si è per così dire degradato ai soli aspetti "fisiologici" anche se essa riguarda sia questi che soprattutto quelli psico-affetivi della sfera spirituale.

Essa riguarda il buon uso delle capacità "appetitive" ma anche quelle vocazionali ed esistenziali senza cadere in eccesso o in difetto nella misura di Cristo.

Per cui si può essere temperanti per esempio sul mangiare e sul bere ma mettere al centro della propria esistenza il lavoro o addirittura i doni di Dio cadendo nel grave errore di considerare zelo quello che è solo una "lussuria" camuffata.

Paradossalmente il relativismo stesso si può vestire di zelo quando non è supportato da una "fede recta", per dirla con Francesco di Assisi.

L'errore in cui cadono i "figli del tuono", i boanarghes Giovanni e Giacomo che chiedono un fuoco dal cielo per coloro che non accolgono Gesù.

E' l'errore dei neo-convertiti, oppure di coloro che "convertiti" da molto tempo, si sono fermati a quello stadio adolescenziale ed immaturo, psico-spiritualmente, che vogliono cambiare la realtà con la propria prepotenza ed il proprio (spesso ansiogeno) "fare" e che, in realtà, sono incapaci di accogliere il conflitto che portano dentro di sé.

Prepotenza che è, sempre, spesso in buona fede e all'oscuro degli interessati, una forma velata di lussuria zelante che, anche se apparentemente lontana per metodologia, si colloca accanto al relativismo culturale dei nostri tempi.

La matrice infatti è la stessa dell'io ego-centrato e non Teo-Centrato.

La temperanza necessita di una disciplina costante.

Un calciatore mediocre può occasionalmente fare un buon tiro in porta ma non per questo è un bravo calciatore ma solo uno che "c'ha preso".
La temperanza dunque si basa su un'intensa vita orante e una approfondita conoscenza di sé.

E' proprio sul versante della conoscenza di sé, che in genere cresce con una forte e sistematica direzione spirituale, dove tanti di noi cadono, per cui pur pregando molto e nutrendo molto la mente e il cuore con i sacramenti e la parola di Dio non entriamo nella porta stretta della conoscenza di sé e rischiamo di essere il più delle volte degli intemperanti che si vestono di zelo.

Abbiamo parlato di "lussuria" ed infatti è sempre la dimensione affettiva che la gioca da padrone nella nostra vita di fede per cui confondiamo fermezza con rigidità.

La prima è necessaria, indispensabile verso di sé e verso il giudizio delle situazioni (è quindi totalmente contraria ad ogni forma di relativismo) la seconda denuncia una psiche patogena incapace di amare e di avvolgere di misericordia le parti oscure del nostro cuore e della vita e degli errori degli altri; la rigidità è infatti espressa magistralmente nella figura del figlio maggiore della Parabola del "Padre misericordioso".


Fermezza e rigidità, due atteggiamenti antitetici

Essere fermi è difficile, occorre tanta auto-disciplina e una vita di fede sempre più robusta.

Occorre avere il cuore carico di speranza in Dio.
Occorre educare l'occhio della mente e del cuore a vedere le cose, le situazioni, la storia e le persone come le vede Dio.
Essere rigidi al contrario e facile come stare in discesa e non necessita di particolare auto-disciplina ma spesso solo di una intellettualizzazione della fede.

Incapaci di accettare le zone oscure del nostro cuore proiettiamo verso gli altri, fuori di noi, una incapacità di amarci alla luce di Dio diventando implacabili, censori, incapaci di misericordia.

Ora se è vero che pastoralmente, verso se stessi e gli altri, è necessario il principio della gradualità, cioè tenere fermo il punto di partenza e di arrivo di un valore evangelico ma camminando con la nostra povertà (chiamando dunque le cose con il proprio nome: peccato come peccato, virtù come virtù, grazia come grazia, ecc.) ed è invece deviante, come relativismo insegna, avere la gradualità del principio che si sposta sempre a vantaggio intemperante delle nostre pulsioni, magari talvolta sante e "benedette", è altrettanto pericolosa la rigidità come una patologia dello spirito che in realtà genera violenza.
La rigidità è un peccato tanto quanto l'intemperanza e la dissoluzione non incarnandosi nelle situazioni facendole lievitare nella grazia di Dio.

La rigidità è incapace della gioia.

La rigidità educa, se stessi e gli altri, alla mancanza di responsabilità; la fermezza al contrario cammina con le proprie povertà alla luce di Dio, senza sconti, con profondo senso di responsabilità ma anche con la coscienza che l'immagine di Dio è presente in ogni persona ed è più importante di ogni sua efferata azione.

La rigidità dunque si pone come una scorciatoia dello spirito mentre la fermezza necessita di tanta fatica, sapienza e pazienza, verso sé e verso gli altri.

Ma la pazienza non è una scusa per un facile buonismo, un insipido relativismo morale, un annacquare il dono di Dio con la mentalità del mondo... anzi!
Nel proprio cammino, infatti, ci sono a volte, e più volte, dei salti e dei tagli notevoli da fare.

Capita più volte di entrare nel dramma di Abramo di "sacrificare il proprio figlio unigenito", cioè qualcosa a cui teniamo grandemente, magari anche un dono ricevuto da Dio oppure un incarico pastorale...

Ma questo è il cammino fermo della temperanza.

La distinzione è tutta chiara in quella differenza che abbiamo fatto più volte tra coscienza di colpa (qui risiede la temperanza) e senso di colpa (qui risiede l'intemperanza e la "lussuria" vestita da zelo).

La rigidità pensa che Dio desideri l'osservanza di determinate regole mentre Dio vuole (e quindi rende possibile con la nostra collaborazione temperante, ferma e chiara) che attraverso l'osservanza gioiosa e faticosa di alcune regole diventiamo persone rinnovate nel Suo Spirito.
Le "regole" del rigido sono svuotate dell'Amore di Dio; le "regole" della fermezza temperante vivono e si sostengono, senza sconti, nell'Amore del Padre.
Anche perchè queste "regole" sono già scritte dentro di noi e non sono lontane dal nostro cuore più profondo.
Certo è che bisogna saper-si ascoltare.. e questo non è facile.

Anzi è l'arte più diffcile.
In campo morale questo è quanto mai evidente.


E' giusto, necessario e conveniente che la Chiesa nei suoi pronunciamenti ufficiali dia delle regole ferme in campo morale altrimenti non sarebbe fedele al mandato di "Magistra" che ha ricevuto da Cristo; allo stesso tempo però la Chiesa è "Mater" e accompagna con il cuore materno di Dio persona per persona, caso per caso non diluendo la regola relativisticamente ma annunciandola e applicandola (a volte con dei tagli e delle prese di posizione necessarie che il fedele deve poter fare nello Spirito Santo) nel cammino di ogni situazione con misericordia e partendo dalla situazione oggettiva della persona, della coppia e della comunità.

Ecco perchè sono pochi i robusti insegnanti di morale e molti i moralisti o dall'altra i "progressisti" e, soprattutto, sono pochissimi i pastori che incarnano con equità ed equilbrio la missio di "Mater et Magistra" della Chiesa.

Tuttavia il riferimento oggettivo ce lo abbiamo chiaro e preciso nel magistero della Chiesa e nelle parole del Santo Padre che illuminano e attualizzano la sapienza della Parola e dello Spirito di Dio.


Il relativismo, l'intemperanza e il falso zelo

Che il relativismo culturale, morale, adolescenziale, edonistico in cui siamo immersi sia intemperante non è difficile valutarlo.

Tutto sembra un immenso salotto di gossip in cui ognuno dice la sua verità, la sua opinione, sconfessando la Verità stessa e la ricerca verso la medesima.

Perché così fa comodo alla menti infantili che, al di la dell'età e dell'esperienza professionale, si sono ritagliate un mondo per fare il "porco comodo proprio".

I massmedia sono un veicolo costante di questo relativismo che costruisce una morale fai-da-te e la vuole imporre come costume e come cultura facendo passare il degrado come "normale" e il vizio come virtù.

Questa ondata di pressappochismo etico invade anche i cammini di fede delle persone che, come in altre epoche storiche, sono affascinate dalla via semplice e pericolosa dell'opportunismo morale.

Anche perché, sembra strano a dirsi, ma il fai da te si sposa bene con la Gnosi e con una vana credenza di un "logos".
Se Dio infatti non si fa carne, alla fine, io sono il mio dio.
Le propagande eugenetiche del partito radicale e di certi liberali di destra e di sinistra e dei cattocomunisti ne sono un esempio evidente.

Così come le sparate laiciste dei vari ex-direttori di giornale, pesudo-matematici, micro-mega e compagnia bella.
Ed è triste pensare che tra i cattolici ci siano coloro che, per giustificazione interiore e talvolta anche del proprio tenore di vita, ne seguano l'onda sia in campo morale che esistenziale.

Pertanto la richiesta e la coltivazione del dono della Temperanza ci sembra doveroso per tutti noi sempre pronti a prendere la china della strada che porta alla perdizione.
L'eccesso o la deficienza di zelo necessitano questo dono.

Questo è un dono da chiedere con forza. Temperanza ed insieme fortezza.



L'autogol cattolico

Tuttavia come già accennato anche lo zelo può essere una copertura per l'intemperanza.

Prendiamo ad esempio le affermazioni sul condom e sulla Fecondazione Assistita del Card. Martini di diverso tempo fa.
E' evidente, e non serve un gran discernimento, che esse siano state sbagliate fuori luogo per sostanza e per prassi, soprattutto perché espresse su un giornale relativista come l'Espresso e con questo clima socio-politico alla fai-da-te cattocomunista e cattoliberale.

A chi possono essere utili certe osservazioni?

Quale senso ecclesiale rivelano?
Vengono cavalcate a "go go" da coloro che si ritengono cattolici progressisti e non sono neanche cristiani.

Vati moderni del nulla a servizio della stampa nazionale e delle lobby che la finanziano.
Costoro sono il vero danno della modernità confondendo l'incarnazione con l'impantanamento etico, che d'altronde riesce loro, per opportunismi personali e politici, molto bene.

La critica che ne è scaturita, dagli interventi del Card. Martini, è stata dunque doverosa ma non sempre temperante.

Doverosa perché nessuno può de-pauperare il dono che Cristo ha fatto alla chiesa delle "vie" di rispetto di "sé" e della vita da seguire per essere felici e figli di Dio.

Altresì non sempre è stata temperante.

Abbiamo apprezzato e ringraziato il Signore dell'intervento ad hoc del Card. Maggiolini alle dichiarazioni del Card. Martini.

Chiare, puntuali precise e fatte con sensibilità pastorale.

Abbiamo apprezzato di meno le modalità intemperanti delle preziose firme, che pur seguiamo con stima e affetto, in campo laico.

Giuste nella sostanza sbagliate nel metodo.

Quando Socci parla di una affinità del Card. Martini con la sinistra ulivista e relativista e Cammilleri parla dello stesso porporato come uno che voleva il Concilio Vaticano terzo sono caduti in quello zelo intemperante che non si addice a delle preziose firme così in vista nel mondo cattolico.
C'è un certo mondo cattolico che allo "starnutire" di certe firme laiche preziose si colora di entusiasmo intemperante tanto quanto i laicisti sono li a strumentalizzare le voci di tal cardinale o di tale "prete da strada", ecc.
Ci si chiede cosa rende distanti gli uni e gli altri nel metodo e talvolta nella sostanza.
Già, la sostanza.
Quando uno scrttore laico si fa muovere dai pruriti gossippari (con la scusa di fare un servizio alla verità - la sua, ovviamente) sulle apparizioni, su cosa dice tal vescovo e tal cardinale, eccetera, eccetera... 
ci si chiede cosa lo faccia distante dal cardinale che parla sull'Espresso invece che a colloquio con il Santo Padre.
C'è infatti una mania diffusa tra i politici, anche della stessa coalizione, che si parlano attraverso la stampa e attraverso le frasi ad effetto.
Sembra che questa mania da "asilo nido" abbia preso di mira anche alcuni cattolici sia del clero sia tra i laici.
Tale clero onnipresente in tv e nei giornali "progressisti" non smette di fare autogol e bestemmia il pensiero di Cristo; rema contro la Chiesa e contro l'uomo con la scusa di fare un "cristianesimo sociale".
Altro laicato vuole fare la predica ai vescovi con un fare più protestante che cattolico.
Ci si chiede dove sia finito il senso di Chiesa, di appartenenza, di equilibrio nelle relazioni, di temperanza.
Sembra che il narcisismo la faccia da padrone con tutte le conseguenze manipolatorie e divisorie (che non vengono certo da Dio) che esso comporta.

Insomma fate critica alla dottrina e alla prassi relazionale del Card. Martini, in questa occasione, senza fare battute fuori luogo che depauperano la figura del Card. Martini come Porporato e sacerdote della Chiesa; lasciate le battute, se proprio ci devono essere ad un suo pari, per esempio al card. Maggiolini.
Il quale come confratello nel ministero ne ha tutto il diritto.
E' questione di stile, sostanza e buona educazione.

Forse si pensa che essendo giornalisti possono dire tutto e di più e dirlo come ritengono meglio ma è evidente, anche al discernimento morale più elementare, che non tutto ciò che posso dire è giusto e non è detto che lo dica bene.

Altrimenti si rischia di fare un danno maggiore con scarso senso di Chiesa e tutto sommato di fede scambiando la rigidità per fermezza e il giudizio per umorismo.


C'è il sospetto che alcuni firme laiche autorevoli del mondo cattolico, rischiano di cadere nel mestiere pericoloso del "battitore libero", il quale, si sa, in genere non ha mai fatto un vero cammino di Direzione spirituale e di obbedienza a Dio e alla Chiesa; può sembrare zelo ma non lo è; chiamiamo le cose per nome: è poca fede!

Già uno di questi ha fatto quella "sparata" insensata sulle scuole cattoliche tempo fa, non ne servono certo altre.


Ricordiamo altri interventi privi di senso pastorale come quello fatto da un certo presidente degli insegnanti di religione che alla trasmissione "Matrix" non fu certo evangelico nel delicato caso di P. Fedele.

Davanti a situazioni, accertate e sicure, di scandalo morale e civile di un sacerdote il vero problema non sono i laicisti ma i laici cattolici.
Intendiamoci; davanti a tali situazioni o peggiori come quelle della pedofilia, la giustizia civile e canonica deve fare il suo corso chiaro e preciso, ma sta a noi credenti prendere una posizione chiara e netta da un punto di vista evangelico e morale e nello stesso tempo essere capaci di "proteggere nella carità" e il silenzio situazioni indifendibili.
Non silenzio civile e processuale (quando è necessario) ma silenzio dell'anima narcistica, gossippara, da vecchi bavosi che vogliono fare la predica e linciare l'adultera.

Qualche maldestro, giusto qualche maldestro, penserebbe subito ad una forma di omertà "clericale" ed invece si chiama "senso pastorale" e buon senso.
Si chiama disciplina di sé con l'aiuto e nell'aiuto di Dio, cioé temperanza.
Quella che talvolta ci manca e che manca talvolta a qualche fratello laico, pur prestigioso ed acuto.

Senso pastorale e buon senso che, a nostro avviso, non sono mancati al Card. Maggiolini.

Se, infatti, partecipiamo al linciaggio morale di un sacerdote siamo dualisti e manichei come la società relativista in cui siamo immersi, il quale cerca sempre un "capro espiatorio" e desidera porre il male "fuori di sé" prima che riconoscerlo "dentro di sé".

Non siamo sale della terra ma ci confondiamo con il sapore vanesio del relativismo mondano.

Sta proprio al cristiano stare dalla parte, con temperanza e senza giustificare, di colui che è indifendibile.

Certo serve più fatica, la fatica della fede appunto.
Pertanto si apprezzi gioiosamente il dono di certe firme cattoliche... quando servono senza "spocchia" ma piuttosto lavorano con spirito ecclesiale e di appartenenza cattolica.
Altrimenti si lasci che i "morti seppelliscano i loro morti".
Così anche verso quei preti, o meglio ex-preti, che continuano a sputare veleno serpentino e adolescenziale verso la Chiesa, il suo magistero e il papa e che, in vista delle battaglie anticlericali, si fanno sempre presenti.
Questi schiavi del proprio ombelico che sono spalleggiati, usati e trasmessi da quella stampa che ha il solo scopo sistematico di "zittire" la Chiesa.


Se poi qualcuno confonde la temperanza e la sobrietà evangelica con il "politically correct" ha sicuramente qualcosa che non va nel suo rapporto con Dio e con la Chiesa e sta ancora men che all'inizio del cammino spirituale e di conoscenza di sé.

Lo zelo autentico dunque, che nasce dalla temperanza, è cosa estremamente seria e non improvvisata; anche su questo si misura la maturità del nostro rapporto con Cristo e con i fratelli, si misura il senso di Chiesa.

E' dunque pastoralmente errato e dannoso fare pubblicità esagerata di queste firme laiche nei vari portali cattolici.
E' altrettanto errato dare importanza, magari su portali cattolici, a quelle voci del "dissenso" (magari ex-preti) che non aiutano una coscienza critica ma la inquinano con il veleno del culto di sé.

In sostanza, se qualcuno pensa di avere ricevuto da Dio il mandato profetico di una qualche verità che la Chiesa ancora non vede o non conosce, se pensa di essere più avanti o, all'opposto, più fermo del Papa, faccia una bella cosa: stia zitto!
Non perché se parla disturba ma perché se tace entra nella logica della fede e soprattutto non inquina il gregge e soprattutto non si inquina l'ego.
Questa logica è l'unica che porta conversione e fecondità, innanzitutto in chi la vive.
Questo è il primario servizio alla Verità e alla Carità.
Inoltre volentieri sacrifichi "il figlio unico" delle "straordinarie intuizioni o rivelazioni" che ha ricevuto.
Questo ci insegnano i fratelli e le sorelle che ci hanno preceduto. I santi.
Pensi piuttosto a narrare le meravigliose opere di Dio e le critiche, se necessarie, le faccia con senso di Chiesa e con l'arma feconda dell'obbedienza.
Altrimenti, ripetiamo, si lasci "che i morti seppelliscano i loro morti"!



L'intemperanza del tanto fare per il Regno

C'è infatti il rischio di pensare di lavorare tanto per il Regno di Dio e di "bruciare di zelo" nel mettere a servizio i propri doni che l'intemperanza è alle porte se non a fondamento del nostro essere cristiani, laici, catechisti, sacerdoti.

Per non parlare della vanità "lussuriosa" di sentirsi protagonisti.

Raramente chi vive così potrà capire la vocazione contemplativa e adorante dei monaci e delle monache. 
Magari ne subirà il fascino, ma non la comprenderà.

Raramente chi vive così saprà obbedire nella direzione spirituale scomoda.

Raramente chi vive così saprà sacrificare il figlio unico a Dio che lo chiede (Genesi 22,2-10).

Raramente chi vive così avrà senso di Chiesa, di amore e di appartenenza cattolica.
Raramente chi vive così saprà accogliere come un dono la vocazione all'impotenza e al nascondimento come frutto spirituale fecondo per sé e per gli altri.

Il potere infatti appartiene a Dio (Sl. 62,12) e noi siamo solo (e già basta alla gioia) "servi inutili!".
Da chi legge a chi scrive. Sempre.



 

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