Messaggio del Santo Padre per la XXIX Giornata Mondiale del Malato

papa francesco disabilePubblichiamo di seguito il Messaggio del Santo Padre Francesco in occasione della XXIX Giornata Mondiale del Malato, che come di consueto ricorre l’11 febbraio, memoria liturgica della Beata Vergine Maria di Lourdes:

Messaggio del Santo Padre

Uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli (Mt 23,8).
La relazione di fiducia alla base della cura dei malati

Cari fratelli e sorelle!

La celebrazione della XXIX Giornata Mondiale del Malato, che ricorre l’11 febbraio 2021, memoria della Beata Vergine Maria di Lourdes, è momento propizio per riservare una speciale attenzione alle persone malate e a coloro che le assistono, sia nei luoghi deputati alla cura sia in seno alle famiglie e alle comunità. Il pensiero va in particolare a quanti, in tutto il mondo, patiscono gli effetti della pandemia del coronavirus. A tutti, specialmente ai più poveri ed emarginati, esprimo la mia spirituale vicinanza, assicurando la sollecitudine e l’affetto della Chiesa.

1. Il tema di questa Giornata si ispira al brano evangelico in cui Gesù critica l’ipocrisia di coloro che dicono ma non fanno (cfr Mt 23,1-12). Quando si riduce la fede a sterili esercizi verbali, senza coinvolgersi nella storia e nelle necessità dell’altro, allora viene meno la coerenza tra il credo professato e il vissuto reale. Il rischio è grave; per questo Gesù usa espressioni forti, per mettere in guardia dal pericolo di scivolare nell’idolatria di sé stessi, e afferma: «Uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli» (v. 8).

La critica che Gesù rivolge a coloro che «dicono e non fanno» (v. 3) è salutare sempre e per tutti, perché nessuno è immune dal male dell’ipocrisia, un male molto grave, che produce l’effetto di impedirci di fiorire come figli dell’unico Padre, chiamati a vivere una fraternità universale.

Davanti alla condizione di bisogno del fratello e della sorella, Gesù offre un modello di comportamento del tutto opposto all’ipocrisia. Propone di fermarsi, ascoltare, stabilire una relazione diretta e personale con l’altro, sentire empatia e commozione per lui o per lei, lasciarsi coinvolgere dalla sua sofferenza fino a farsene carico nel servizio (cfr Lc 10,30-35).

2. L’esperienza della malattia ci fa sentire la nostra vulnerabilità e, nel contempo, il bisogno innato dell’altro. La condizione di creaturalità diventa ancora più nitida e sperimentiamo in maniera evidente la nostra dipendenza da Dio. Quando siamo malati, infatti, l’incertezza, il timore, a volte lo sgomento pervadono la mente e il cuore; ci troviamo in una situazione di impotenza, perché la nostra salute non dipende dalle nostre capacità o dal nostro “affannarci” (cfr Mt 6,27).

La malattia impone una domanda di senso, che nella fede si rivolge a Dio: una domanda che cerca un nuovo significato e una nuova direzione all’esistenza, e che a volte può non trovare subito una risposta. Gli stessi amici e parenti non sempre sono in grado di aiutarci in questa faticosa ricerca.

Emblematica è, al riguardo, la figura biblica di Giobbe. La moglie e gli amici non riescono ad accompagnarlo nella sua sventura, anzi, lo accusano amplificando in lui solitudine e smarrimento. Giobbe precipita in uno stato di abbandono e di incomprensione. Ma proprio attraverso questa estrema fragilità, respingendo ogni ipocrisia e scegliendo la via della sincerità verso Dio e verso gli altri, egli fa giungere il suo grido insistente a Dio, il quale alla fine risponde, aprendogli un nuovo orizzonte. Gli conferma che la sua sofferenza non è una punizione o un castigo, non è nemmeno uno stato di lontananza da Dio o un segno della sua indifferenza. Così, dal cuore ferito e risanato di Giobbe, sgorga quella vibrante e commossa dichiarazione al Signore: «Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto» (42,5).

3. La malattia ha sempre un volto, e non uno solo: ha il volto di ogni malato e malata, anche di quelli che si sentono ignorati, esclusi, vittime di ingiustizie sociali che negano loro diritti essenziali (cfr Enc. Fratelli tutti, 22). L’attuale pandemia ha fatto emergere tante inadeguatezze dei sistemi sanitari e carenze nell’assistenza alle persone malate. Agli anziani, ai più deboli e vulnerabili non sempre è garantito l’accesso alle cure, e non sempre lo è in maniera equa. Questo dipende dalle scelte politiche, dal modo di amministrare le risorse e dall’impegno di coloro che rivestono ruoli di responsabilità. Investire risorse nella cura e nell’assistenza delle persone malate è una priorità legata al principio che la salute è un bene comune primario. Nello stesso tempo, la pandemia ha messo in risalto anche la dedizione e la generosità di operatori sanitari, volontari, lavoratori e lavoratrici, sacerdoti, religiosi e religiose, che con professionalità, abnegazione, senso di responsabilità e amore per il prossimo hanno aiutato, curato, confortato e servito tanti malati e i loro familiari. Una schiera silenziosa di uomini e donne che hanno scelto di guardare quei volti, facendosi carico delle ferite di pazienti che sentivano prossimi in virtù della comune appartenenza alla famiglia umana.

La vicinanza, infatti, è un balsamo prezioso, che dà sostegno e consolazione a chi soffre nella malattia. In quanto cristiani, viviamo la prossimità come espressione dell’amore di Gesù Cristo, il buon Samaritano, che con compassione si è fatto vicino ad ogni essere umano, ferito dal peccato. Uniti a Lui per l’azione dello Spirito Santo, siamo chiamati ad essere misericordiosi come il Padre e ad amare, in particolare, i fratelli malati, deboli e sofferenti (cfr Gv 13,34-35). E viviamo questa vicinanza, oltre che personalmente, in forma comunitaria: infatti l’amore fraterno in Cristo genera una comunità capace di guarigione, che non abbandona nessuno, che include e accoglie soprattutto i più fragili.

A tale proposito, desidero ricordare l’importanza della solidarietà fraterna, che si esprime concretamente nel servizio e può assumere forme molto diverse, tutte orientate a sostegno del prossimo. «Servire significa avere cura di coloro che sono fragili nelle nostre famiglie, nella nostra società, nel nostro popolo» (Omelia a La Habana, 20 settembre 2015). In questo impegno ognuno è capace di «mettere da parte le sue esigenze e aspettative, i suoi desideri di onnipotenza davanti allo sguardo concreto dei più fragili. […] Il servizio guarda sempre il volto del fratello, tocca la sua carne, sente la sua prossimità fino in alcuni casi a “soffrirla”, e cerca la promozione del fratello. Per tale ragione il servizio non è mai ideologico, dal momento che non serve idee, ma persone» (ibid.).

4. Perché vi sia una buona terapia, è decisivo l’aspetto relazionale, mediante il quale si può avere un approccio olistico alla persona malata. Valorizzare questo aspetto aiuta anche i medici, gli infermieri, i professionisti e i volontari a farsi carico di coloro che soffrono per accompagnarli in un percorso di guarigione, grazie a una relazione interpersonale di fiducia (cfr Nuova Carta degli Operatori Sanitari [2016], 4). Si tratta dunque di stabilire un patto tra i bisognosi di cura e coloro che li curano; un patto fondato sulla fiducia e il rispetto reciproci, sulla sincerità, sulla disponibilità, così da superare ogni barriera difensiva, mettere al centro la dignità del malato, tutelare la professionalità degli operatori sanitari e intrattenere un buon rapporto con le famiglie dei pazienti.

Proprio questa relazione con la persona malata trova una fonte inesauribile di motivazione e di forza nella carità di Cristo, come dimostra la millenaria testimonianza di uomini e donne che si sono santificati nel servire gli infermi. In effetti, dal mistero della morte e risurrezione di Cristo scaturisce quell’amore che è in grado di dare senso pieno sia alla condizione del paziente sia a quella di chi se ne prende cura. Lo attesta molte volte il Vangelo, mostrando che le guarigioni operate da Gesù non sono mai gesti magici, ma sempre il frutto di un incontro, di una relazione interpersonale, in cui al dono di Dio, offerto da Gesù, corrisponde la fede di chi lo accoglie, come riassume la parola che Gesù spesso ripete: “La tua fede ti ha salvato”.

5. Cari fratelli e sorelle, il comandamento dell’amore, che Gesù ha lasciato ai suoi discepoli, trova una concreta realizzazione anche nella relazione con i malati. Una società è tanto più umana quanto più sa prendersi cura dei suoi membri fragili e sofferenti, e sa farlo con efficienza animata da amore fraterno. Tendiamo a questa meta e facciamo in modo che nessuno resti da solo, che nessuno si senta escluso e abbandonato.

Affido tutte le persone ammalate, gli operatori sanitari e coloro che si prodigano accanto ai sofferenti, a Maria, Madre di misericordia e Salute degli infermi. Dalla Grotta di Lourdes e dagli innumerevoli suoi santuari sparsi nel mondo, Ella sostenga la nostra fede e la nostra speranza, e ci aiuti a prenderci cura gli uni degli altri con amore fraterno. Su tutti e ciascuno imparto di cuore la mia benedizione.

Roma, San Giovanni in Laterano, 20 dicembre 2020, IV Domenica di Avvento.

FRANCESCO

[00018-IT.01] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua francese

Vous n’avez qu’un seul maître et vous êtes tous frères (Mt 23, 8).
La relation de confiance à la base du soin des malades

Chers frères et sœurs !

La célébration de la 29ème Journée Mondiale du Malade, qui aura lieu le 11 février 2021, mémoire de Notre-Dame de Lourdes, est un moment propice pour réserver une attention spéciale aux personnes malades et à celles qui les assistent, aussi bien dans les lieux dédiés aux soins qu’au sein des familles et des communautés. Ma pensée va en particulier vers tous ceux qui, dans le monde entier, souffrent des effets de la pandémie du coronavirus. Je tiens à exprimer à tous, spécialement aux plus pauvres et aux exclus, que je suis spirituellement proche d’eux et les assurer de la sollicitude et de l’affection de l’Église.

1. Le thème de cette Journée s’inspire du passage évangélique dans lequel Jésus critique l’hypocrisie de ceux qui disent mais ne font pas (cf. Mt 23, 1-12). Quand on réduit la foi à de stériles exercices verbaux, sans s’impliquer dans l’histoire et les besoins de l’autre, alors la cohérence disparaît entre le credo professé et le vécu réel. Le risque est grand. C’est pourquoi Jésus emploie des expressions fortes pour mettre en garde contre le danger de glisser vers l’idolâtrie envers soi-même et il affirme : « Vous n’avez qu’un seul maître et vous êtes tous frères» (v. 8).

La critique que Jésus adresse à ceux qui « disent et ne font pas » (v. 3) est toujours salutaire pour tous car personne n’est immunisé contre le mal de l’hypocrisie, un mal très grave qui a pour effet d’empêcher de fleurir comme enfants de l’unique Père, appelés à vivre une fraternité universelle.

Devant les besoins de notre frère et de notre sœur, Jésus offre un modèle de comportement tout à fait opposé à l’hypocrisie. Il propose de s’arrêter, d’écouter, d’établir une relation directe et personnelle avec l’autre, de ressentir empathie et émotion pour lui ou pour elle, de se laisser toucher par sa souffrance jusqu’à s’en charger par le service (cf. Lc 10, 30-35).

2. L’expérience de la maladie nous fait sentir notre vulnérabilité et, en même temps, le besoin inné de l’autre. Notre condition de créature devient encore plus claire et nous faisons l’expérience, d’une manière évidente, de notre dépendance de Dieu. Quand nous sommes malades, en effet, l’incertitude, la crainte, et parfois même le désarroi, envahissent notre esprit et notre cœur ; nous nous trouvons dans une situation d’impuissance car notre santé ne dépend pas de nos capacités ou de notre “ tourment ” (cf. Mt 6, 27).

La maladie impose une demande de sens qui, dans la foi, s’adresse à Dieu, une demande qui cherche une nouvelle signification et une nouvelle direction à notre existence et qui, parfois, peut ne pas trouver tout de suite une réponse. La famille et les amis eux-mêmes ne sont pas toujours en mesure de nous aider dans cette quête laborieuse.

À cet égard, la figure biblique de Job est emblématique. Sa femme et ses amis ne réussissent pas à l’accompagner dans son malheur ; pire encore, ils amplifient en lui la solitude et l’égarement en l’accusant. Job s’enfonce dans un état d’abandon et d’incompréhension. Mais, précisément à travers cette fragilité extrême, en repoussant toute hypocrisie et en choisissant la voie de la sincérité envers Dieu et envers les autres, il fait parvenir son cri insistant jusqu’à Dieu qui finit par lui répondre en lui ouvrant un horizon nouveau. Il lui confirme que sa souffrance n’est pas une punition ou un châtiment ; elle n’est même pas un éloignement de Dieu ou un signe de son indifférence. Ainsi, cette vibrante et émouvante déclaration au Seigneur jaillit du cœur blessé et guéri de Job : « C’est par ouï-dire que je te connaissais, mais maintenant mes yeux t’ont vu » (42, 5).

3. La maladie a toujours un visage, et pas qu’un seul : il a le visage de chaque malade, même de ceux qui se sentent ignorés, exclus, victimes d’injustices sociales qui nient leurs droits essentiels (cf. Lett. enc. Fratelli tutti, n. 22). La pandémie actuelle a mis en lumière beaucoup d’insuffisances des systèmes de santé et de carences dans l’assistance aux personnes malades. L’accès aux soins n’est pas toujours garanti aux personnes âgées, aux plus faibles et aux plus vulnérables, et pas toujours de façon équitable. Cela dépend des choix politiques, de la façon d’administrer les ressources et de l’engagement de ceux qui occupent des fonctions de responsabilités. Investir des ressources dans les soins et dans l’assistance des personnes malades est une priorité liée au principe selon lequel la santé est un bien commun primordial. En même temps, la pandémie a également mis en relief le dévouement et la générosité d’agents sanitaires, de volontaires, de travailleurs et de travailleuses, de prêtres, de religieux et de religieuses qui, avec professionnalisme, abnégation, sens de la responsabilités et amour du prochain, ont aidé, soigné, réconforté et servi beaucoup de malades et leurs familles. Une foule silencieuse d’hommes et de femmes qui ont choisi de regarder ces visages, en prenant en charge les blessures des patients qu’ils sentaient proches en vertu de leur appartenance commune à la famille humaine.

De fait, la proximité est un baume précieux qui apporte soutient et consolation à ceux qui souffrent dans la maladie. En tant que chrétiens, nous vivons la proximité comme expression de l’amour de Jésus-Christ, le bon Samaritain qui, avec compassion, s’est fait le prochain de chaque être humain, blessé par le péché. Unis à lui par l’action de l’Esprit Saint, nous sommes appelés à être miséricordieux comme le Père et à aimer en particulier nos frères malades, faibles et souffrants (cf. Jn 13, 34-35). Et nous vivons cette proximité, non seulement personnellement, mais aussi sous forme communautaire : en effet, l’amour fraternel dans le Christ engendre une communauté capable de guérison qui n’abandonne personne, qui inclut et accueille, surtout les plus fragiles.

À ce propos, je désire rappeler l’importance de la solidarité fraternelle qui s’exprime concrètement dans le service et peut prendre des formes très diverses, toutes orientées à soutenir le prochain. « Servir signifie avoir soin des membres fragiles de nos familles, de notre société, de notre peuple » (Homélie à La Havane, 20 septembre 2015). Dans cet effort, chacun est capable de « laisser de côté ses aspirations, ses envies, ses désirs de toute puissance en voyant concrètement les plus fragiles. […] Le service vise toujours le visage du frère, il touche sa chair, il sent sa proximité et même dans certains cas la “ souffre ” et cherche la promotion du frère. C’est pourquoi le service n’est jamais idéologique, du moment qu’il ne sert pas des idées, mais des personnes » (ibid.).

4. Pour qu’une thérapie soit bonne, l’aspect relationnel est décisif car il permet d’avoir une approche holistique de la personne malade. Valoriser cet aspect aide aussi les médecins, les infirmiers, les professionnels et les volontaires à prendre en charge ceux qui souffrent pour les accompagner dans un parcours de guérison, grâce à une relation interpersonnelle de confiance (cf. Nouvelle Charte des Opérateurs de Santé (2016), n. 4). Il s’agit donc d’établir un pacte entre ceux qui ont besoin de soin et ceux qui les soignent ; un pacte fondé sur la confiance et le respect réciproques, sur la sincérité, sur la disponibilité, afin de surmonter toute barrière défensive, de mettre au centre la dignité du malade, de protéger la professionnalité des agents de santé et d’entretenir un bon rapport avec les familles des patients.

Cette relation avec la personne malade trouve précisément une source inépuisable de motivation et de force dans la charité du Christ, comme le démontre le témoignage millénaire d’hommes et de femmes qui se sont sanctifiés en servant les malades. En effet, du mystère de la mort et de la résurrection du Christ jaillit cet amour qui est en mesure de donner un sens plénier tant à la condition du patient qu’à celle de ceux qui prennent soin de lui. L’Évangile l’atteste de nombreuses fois, en montrant que les guérisons accomplies par Jésus ne sont jamais des gestes magiques, mais toujours le fruit d’une rencontre, d’une relation interpersonnelle où, au don de Dieu offert par Jésus, correspond la foi de celui qui l’accueille, comme le résume bien la parole que Jésus répète souvent: «Ta foi t’a sauvé».

5. Chers frères et sœurs, le commandement de l’amour que Jésus a laissé à ses disciples se réalise aussi concrètement dans la relation avec les malades. Une société est d’autant plus humaine qu’elle prend soin de ses membres fragiles et souffrants et qu’elle sait le faire avec une efficacité animée d’un amour fraternel. Tendons vers cet objectif et faisons en sorte que personne ne reste seul, que personne ne se sente exclu ni abandonné.

Je confie toutes les personnes malades, les agents de santé et ceux qui se prodiguent aux côtés de ceux qui souffrent, à Marie, Mère de miséricorde et Santé des malades. De la Grotte de Lourdes et de ses innombrables sanctuaires érigés dans le monde entier, qu’elle soutienne notre foi et notre espérance et qu’elle nous aide à prendre soin les uns des autres avec un amour fraternel. Sur tous et chacun, je donne de tout cœur ma Bénédiction.

Rome, Saint-Jean-de-Latran, 20 décembre 2020, quatrième dimanche de l’Avent.

FRANÇOIS

[00018-FR.01] [Texte original: Italien]

Traduzione in lingua inglese

“You have but one teacher and you are all brothers” (Mt 23:8).
A trust-based relationship to guide care for the sick

Dear brothers and sisters,

The celebration of the XXIX World Day of the Sick on 11 February 2021, the liturgical memorial of the Blessed Virgin Mary of Lourdes, is an opportunity to devote special attention to the sick and to those who provide them with assistance and care both in healthcare institutions and within families and communities. We think in particular of those who have suffered, and continue to suffer, the effects of the worldwide coronavirus pandemic. To all, and especially to the poor and the marginalized, I express my spiritual closeness and assure them of the Church’s loving concern.

1. The theme of this Day is drawn from the Gospel passage in which Jesus criticizes the hypocrisy of those who fail to practise what they preach (cf. Mt 23:1-12). When our faith is reduced to empty words, unconcerned with the lives and needs of others, the creed we profess proves inconsistent with the life we lead. The danger is real. That is why Jesus uses strong language about the peril of falling into self-idolatry. He tells us: “You have but one teacher and you are all brothers” (v. 8).

Jesus’ criticism of those who “preach but do not practise” (v. 3) is helpful always and everywhere, since none of us is immune to the grave evil of hypocrisy, which prevents us from flourishing as children of the one Father, called to live universal fraternity.

Before the needs of our brothers and sisters, Jesus asks us to respond in a way completely contrary to such hypocrisy. He asks us to stop and listen, to establish a direct and personal relationship with others, to feel empathy and compassion, and to let their suffering become our own as we seek to serve them (cf. Lk 10:30-35).

2. The experience of sickness makes us realize our own vulnerability and our innate need of others. It makes us feel all the more clearly that we are creatures dependent on God. When we are ill, fear and even bewilderment can grip our minds and hearts; we find ourselves powerless, since our health does not depend on our abilities or life’s incessant worries (cf. Mt 6:27).

Sickness raises the question of life’s meaning, which we bring before God in faith. In seeking a new and deeper direction in our lives, we may not find an immediate answer. Nor are our relatives and friends always able to help us in this demanding quest.

The biblical figure of Job is emblematic in this regard. Job’s wife and friends do not accompany him in his misfortune; instead, they blame him and only aggravate his solitude and distress. Job feels forlorn and misunderstood. Yet for all his extreme frailty, he rejects hypocrisy and chooses the path of honesty towards God and others. He cries out to God so insistently that God finally answers him and allows him to glimpse a new horizon. He confirms that Job’s suffering is not a punishment or a state of separation from God, much less as sign of God’s indifference. Job’s heart, wounded and healed, then makes this vibrant and touching confession to the Lord: “I had heard of you by word of mouth, but now my eye has seen you” (42:5).

3. Sickness always has more than one face: it has the face of all the sick, but also those who feel ignored, excluded and prey to social injustices that deny their fundamental rights (cf. Fratelli Tutti, 22). The current pandemic has exacerbated inequalities in our healthcare systems and exposed inefficiencies in the care of the sick. Elderly, weak and vulnerable people are not always granted access to care, or in an equitable manner. This is the result of political decisions, resource management and greater or lesser commitment on the part of those holding positions of responsibility. Investing resources in the care and assistance of the sick is a priority linked to the fundamental principle that health is a primary common good. Yet the pandemic has also highlighted the dedication and generosity of healthcare personnel, volunteers, support staff, priests, men and women religious, all of whom have helped, treated, comforted and served so many of the sick and their families with professionalism, self-giving, responsibility and love of neighbour. A silent multitude of men and women, they chose not to look the other way but to share the suffering of patients, whom they saw as neighbours and members of our one human family.

Such closeness is a precious balm that provides support and consolation to the sick in their suffering. As Christians, we experience that closeness as a sign of the love of Jesus Christ, the Good Samaritan, who draws near with compassion to every man and woman wounded by sin. United to Christ by the working of the Holy Spirit, we are called to be merciful like the Father and to love in particular our frail, infirm and suffering brothers and sisters (cf. Jn 13:34-35). We experience this closeness not only as individuals but also as a community. Indeed, fraternal love in Christ generates a community of healing, a community that leaves no one behind, a community that is inclusive and welcoming, especially to those most in need.

Here I wish to mention the importance of fraternal solidarity, which is expressed concretely in service and can take a variety of forms, all directed at supporting our neighbours. “Serving means caring … for the vulnerable of our families, our society, our people” (Homily in Havana, 20 September 2015). In this outreach, all are “called to set aside their own wishes and desires, their pursuit of power, before the concrete gaze of those who are most vulnerable… Service always looks to their faces, touches their flesh, senses their closeness and even, in some cases, ‘suffers’ that closeness and tries to help them. Service is never ideological, for we do not serve ideas, we serve people” (ibid.).

4. If a therapy is to be effective, it must have a relational aspect, for this enables a holistic approach to the patient. Emphasizing this aspect can help doctors, nurses, professionals and volunteers to feel responsible for accompanying patients on a path of healing grounded in a trusting interpersonal relationship (cf. New Charter for Health Care Workers [2016], 4). This creates a covenant between those in need of care and those who provide that care, a covenant based on mutual trust and respect, openness and availability. This will help to overcome defensive attitudes, respect the dignity of the sick, safeguard the professionalism of healthcare workers and foster a good relationship with the families of patients.

Such a relationship with the sick can find an unfailing source of motivation and strength in the charity of Christ, as shown by the witness of those men and women who down the millennia have grown in holiness through service to the infirm. For the mystery of Christ’s death and resurrection is the source of the love capable of giving full meaning to the experience of patients and caregivers alike. The Gospel frequently makes this clear by showing that Jesus heals not by magic but as the result of an encounter, an interpersonal relationship, in which God’s gift finds a response in the faith of those who accept it. As Jesus often repeats: “Your faith has saved you”.

5. Dear brothers and sisters, the commandment of love that Jesus left to his disciples is also kept in our relationship with the sick. A society is all the more human to the degree that it cares effectively for its most frail and suffering members, in a spirit of fraternal love. Let us strive to achieve this goal, so that no one will feel alone, excluded or abandoned.

To Mary, Mother of Mercy and Health of the Infirm, I entrust the sick, healthcare workers and all those who generously assist our suffering brothers and sisters. From the Grotto of Lourdes and her many other shrines throughout the world, may she sustain our faith and hope, and help us care for one another with fraternal love. To each and all, I cordially impart my blessing.

Rome, Saint John Lateran, 20 December 2020, Fourth Sunday of Advent.

FRANCIS

[00018-EN.01] [Original text: Italian]

Traduzione in lingua tedesca

«Nur einer ist euer Meister, ihr alle aber seid Brüder» (Mt 23,8).
Das Vertrauensverhältnis als Grundlage der Sorge um Kranke

Liebe Brüder und Schwestern,

der 29. Welttag der Kranken am 11. Februar 2021, Gedenktag Unserer Lieben Frau von Lourdes, ist eine gute Gelegenheit, um den Kranken und denen, die ihnen in Kranken- und Pflegeheimen oder im Schoß der Familie und in den Gemeinden beistehen, ein besonderes Augenmerk zu schenken. Ganz besonders denke ich dabei an alle, die auf der ganzen Welt an den Folgen der Coronavirus-Pandemie leiden. Ich versichere allen, und vorrangig den Ärmsten und Ausgeschlossenen, meine geistige Nähe und die liebevolle Fürsorge der Kirche.

1. Das Motto dieses Welttages stammt aus einem Abschnitt im Evangelium, wo Jesus die Heuchelei derer kritisiert, die reden aber nicht handeln (vgl. Mt 23, 1-12). Wenn sich der Glaube auf sterile Wortspielereien beschränkt, ohne mit der Geschichte und den Bedürfnissen des Nächsten zu tun zu haben, dann fehlt es an Kohärenz zwischen dem Glaubensbekenntnis und dem wirklichen Leben. Das ist eine große Gefahr; deshalb verwendet Jesus starke Ausdrücke, um vor der Gefahr der wachsenden Selbstvergötterung zu warnen. Er sagt: »Nur einer ist euer Meister, ihr alle aber seid Brüder« (V. 8).

»Sie reden nur, tun es aber nicht« (V. 3): Das ist die Kritik Jesu, die immer und für alle heilsam ist, denn niemand ist gegen die Heuchelei, die ein sehr großes Übel ist, gefeit. Sie verhindert unser Wachstum als Kinder des einzigen Vaters, die zu einer universalen Geschwisterlichkeit gerufen sind.

Angesichts der Not unserer Brüder und Schwestern stellt uns Jesus ein der Heuchelei diametral entgegengesetztes Verhalten vor Augen. Er lädt dazu ein, anzuhalten, zuzuhören, einen direkten, persönlichen Kontakt zum anderen herzustellen, Empathie und Betroffenheit ihm oder ihr gegenüber zu zeigen und sich von dem Leid anrühren zu lassen, bis dahin, sich hierfür in den Dienst stellen zu lassen (vgl. Lk 10,30-35).

2. Die Erfahrung der Krankheit lässt uns unsere Verwundbarkeit und gleichzeitig unsere angeborene Abhängigkeit vom anderen erfahren. Unser kreatürlicher Zustand wird dadurch noch deutlicher sichtbar, und wir erfahren unsere offensichtliche Abhängigkeit von Gott. Tatsächlich machen sich, wenn wir krank sind, Unsicherheit, Angst, manchmal Bestürzung, in Geist und Herz breit; wir sind hilflos, weil unsere Gesundheit nicht von unseren Fähigkeiten oder „all unseren Sorgen“ (vgl. Mt 6,27) abhängt.

Die Krankheit zwingt zu einer Sinnfrage, die sich im Glauben an Gott richtet: eine Frage auf der Suche nach einer neuen Bedeutung und einer neuen Richtung der Existenz. Manchmal findet sie nicht sofort eine Antwort. Selbst Freunde und Verwandte können nicht immer auf dieser mühsamen Suche helfen.

In diesem Zusammenhang ist die biblische Figur des Ijob aufschlussreich. Weder seiner Frau noch seinen Freunden gelingt es, ihm in seinem Unglück beizustehen. Im Gegenteil, sie klagen ihn an und verschlimmern seine Einsamkeit und Hilflosigkeit. Ijob versinkt in einen Zustand der Verlassenheit und des Unverstandenseins. Aber genau durch diese extreme Gebrechlichkeit hindurch und indem er jede Heuchelei zurückweist und den Weg der Ehrlichkeit gegenüber Gott und den Nächsten wählt, dringt sein beharrliches Rufen bis zu Gott, der schließlich antwortet und ihm einen neuen Horizont eröffnet. Er bestätigt, dass sein Leiden keine Strafe ist, und auch kein Zustand der Gottesferne oder ein Zeichen seiner Gleichgültigkeit. Deshalb strömt aus dem verletzten und wieder geheilten Herzen Ijobs diese bewegte Aussage über den Herrn: »Vom Hörensagen nur hatte ich von dir gehört, jetzt aber hat mein Auge dich geschaut« (42,5).

3. Die Krankheit hat immer ein Antlitz, und nicht nur eines: sie besitzt das Antlitz jedes und jeder Kranken, auch von denen, die sich nicht wahrgenommen, vielmehr ausgeschlossen und als Opfer von sozialer Ungerechtigkeit fühlen, die ihnen ihre existentiellen Rechte verweigert (vgl. Enzyklika Fratelli tutti, 22). Die gegenwärtige Pandemie hat viele Unzulänglichkeiten der Gesundheitssysteme und Mängel bei der Betreuung Kranker ans Licht gebracht. Den Alten, Schwachen und Hilflosen wird nicht immer der Zutritt zu den Behandlungen gewährleistet, und nicht immer ist er gerecht geregelt. Das hängt von politischen Entscheidungen ab, von der Verwaltung der Ressourcen und dem Einsatz der Entscheidungsträger. Ressourcen für die Pflege und den Beistand der Kranken anzulegen hat Vorrang, denn damit wird das Prinzip erfüllt, dass die Gesundheit ein primäres Gemeingut ist. Zugleich hat die Pandemie auch die Einsatzbereitschaft und die Großherzigkeit des Personals im Gesundheitswesen, von Ehrenamtlichen, von Arbeitern und Arbeiterinnen, von Priestern und Ordensleuten deutlich gemacht, die mit Professionalität, Opferbereitschaft, Verantwortungsbewusstsein und Nächstenliebe vielen Kranken und ihren Familienangehörigen geholfen, sie gepflegt, getröstet und versorgt haben. Eine schweigsame Schar von Männern und Frauen, die sich entschieden haben, in diese Gesichter zu schauen und sich der Wunden der Patienten anzunehmen, weil sie sich aufgrund der gemeinsamen Zugehörigkeit zur Menschheitsfamilie ihnen nahe fühlten.

Die Nähe ist in der Tat ein kostbares Balsam, das dem Leidenden in seiner Krankheit Stütze und Trost gibt. Für uns Christen ist die Nähe ein Ausdruck der Liebe Christi, des barmherzigen Samariters, der aus Mitleid jedem Menschen in seiner von der Sünde verletzten Existenz nahe kommt. Durch das Wirken des Heiligen Geistes sind wir mit ihm verbunden und daher berufen, barmherzig wie der Vater zu sein und besonders unsere kranken, schwachen und leidenden Geschwister zu lieben (vgl. Joh 13,34-35). Und wir leben diese Nähe nicht nur individuell, sondern auch gemeinschaftlich; denn in der Tat schafft die geschwisterliche Liebe in Christus eine Gemeinschaft, die fähig ist zu heilen, die keinen fallenlässt, die einbezieht und besonders die Schwächsten aufnimmt.

Diesbezüglich möchte an die Bedeutung der geschwisterlichen Solidarität erinnern, die sich konkret im Dienst äußert und viele sehr verschiedene Formen annehmen kann, die alle auf die Unterstützung des Nächsten ausgerichtet sind. »Dienen bedeutet, für die Schwachen in unseren Familien, in unserer Gesellschaft, in unserem Volk zu sorgen« (Homilie bei der Eucharistiefeier in Havanna, 20. September 2015). In diesem Engagement kann jeder seine Bedürfnisse, seine Erwartungen und sein Überlegenheitsgefühl gegenüber dem konkreten Blick der Schwächsten zurückstellen. »Der Dienst schaut immer auf das Gesicht des Mitmenschen, berührt seine Leiblichkeit, spürt seine Nähe und in manchen Fällen sogar das „Kranke“ und sucht, ihn zu fördern. Darum ist der Dienst niemals ideologisch, denn man dient nicht Ideen, sondern man dient Menschen« (Ebd.).

4. Für eine gute Therapie ist daher der relationale Aspekt wesentlich, weil man dadurch einen holistischen Ansatz für den Menschen anwenden kann. Wenn dieser Aspekt zur Geltung gebracht wird, hilft das auch den Ärzten, dem Pflegepersonal, den Fachleuten und Ehrenamtlichen, sich der Leidenden anzunehmen und sie in einem Prozess der Heilung zu begleiten. Dies geschieht dank einer vertrauensvollen interpersonalen Beziehung (vgl. Nuova Carta degli Operatori Sanitari [2016], 4). Es geht also darum, einen Pakt zwischen den Pflegebedürftigen und den Pflegenden zu schließen. Dieser Pakt gründet auf dem Vertrauen und dem gegenseitigen Respekt, auf der Aufrichtigkeit und auf der Hilfsbereitschaft, um damit jede Schwelle einer Verteidigungshaltung zu überwinden, die Würde des Kranken ins Zentrum zu stellen, die Professionalität des Pflegepersonals zu schützen und ein gutes Verhältnis zu den Familien der Patienten zu unterhalten.

Eben diese Beziehung mit dem kranken Menschen findet eine unerschöpfliche Quelle an Motivation und Kraft in der Liebe Christi, wie das über ein Jahrtausend reichende Zeugnis der Männer und Frauen zeigt, die sich im Dienst für die Kranken geheiligt haben. Tatsächlich geht aus dem Geheimnis des Todes und der Auferstehung Christi jene Liebe hervor, die in der Lage ist, sowohl der Situation des Patienten, wie auch der des Pflegenden einen echten Sinn zu geben. Das bestätigt das Evangelium viele Male, wenn es zeigt, dass die von Jesus gewirkten Heilungen keine magischen Gesten sind, sondern immer die Frucht einer Begegnung, einer interpersonalen Beziehung sind, bei der die von Jesus geschenkte Gabe Gottes im Glauben des Empfängers seine Entsprechung findet, wie es das von Jesus oft wiederholte Wort resümiert: „Dein Glaube hat dich geheilt“.

5. Liebe Brüder und Schwestern, das Liebesgebot, das Jesus seinen Jüngern hinterlassen hat, findet seine konkrete Verwirklichung auch in der Beziehung mit den Kranken. Eine Gesellschaft ist umso menschlicher, wie sie sich ihrer schwachen und leidenden Glieder anzunehmen vermag und wie sie dies aus dem Geist einer geschwisterlichen Liebe leisten kann. Streben wir nach diesem Ziel und machen wir es in einer Weise, dass keiner einsam zurückbleibt und keiner sich ausgeschlossen oder fallengelassen fühlt.

Ich empfehle alle Kranken, die im Gesundheitswesen Tätigen und alle, die sich an der Seite der Leidenden engagieren, Maria, der Mutter der Barmherzigkeit und des Heils der Kranken, an. Von der Grotte zu Lourdes und von den zahllosen, ihr gewidmeten Heiligtümern überall auf der Welt stütze sie unseren Glauben und unsere Hoffnung, und sie stehe uns bei, dass sich einer des anderen annehme in geschwisterlicher Liebe. Von Herzen erteile ich allen meinen Segen.

Rom, St. Johannes im Lateran, 20. Dezember 2020, vierter Adventssonntag.

FRANZISKUS

[00018-DE.01] [Originalsprache: Italienisch]

Traduzione in lingua spagnola

Uno solo es vuestro maestro y todos vosotros sois hermanos (Mt 23,8).
La relación de confianza, fundamento del cuidado del enfermo

Queridos hermanos y hermanas:

La celebración de la 29.a Jornada Mundial del Enfermo, que tendrá lugar el 11 de febrero de 2021, memoria de la Bienaventurada Virgen María de Lourdes, es un momento propicio para brindar una atención especial a las personas enfermas y a quienes cuidan de ellas, tanto en los lugares destinados a su asistencia como en el seno de las familias y las comunidades. Pienso, en particular, en quienes sufren en todo el mundo los efectos de la pandemia del coronavirus. A todos, especialmente a los más pobres y marginados, les expreso mi cercanía espiritual, al mismo tiempo que les aseguro la solicitud y el afecto de la Iglesia.

1. El tema de esta Jornada se inspira en el pasaje evangélico en el que Jesús critica la hipocresía de quienes dicen, pero no hacen (cf. Mt 23,1-12). Cuando la fe se limita a ejercicios verbales estériles, sin involucrarse en la historia y las necesidades del prójimo, la coherencia entre el credo profesado y la vida real se debilita. El riesgo es grave; por este motivo, Jesús usa expresiones fuertes, para advertirnos del peligro de caer en la idolatría de nosotros mismos, y afirma: «Uno solo es vuestro maestro y todos vosotros sois hermanos» (v. 8).

La crítica que Jesús dirige a quienes «dicen, pero no hacen» (v. 3) es beneficiosa, siempre y para todos, porque nadie es inmune al mal de la hipocresía, un mal muy grave, cuyo efecto es impedirnos florecer como hijos del único Padre, llamados a vivir una fraternidad universal.

Ante la condición de necesidad de un hermano o una hermana, Jesús nos muestra un modelo de comportamiento totalmente opuesto a la hipocresía. Propone detenerse, escuchar, establecer una relación directa y personal con el otro, sentir empatía y conmoción por él o por ella, dejarse involucrar en su sufrimiento hasta llegar a hacerse cargo de él por medio del servicio (cf. Lc 10,30-35).

2. La experiencia de la enfermedad hace que sintamos nuestra propia vulnerabilidad y, al mismo tiempo, la necesidad innata del otro. Nuestra condición de criaturas se vuelve aún más nítida y experimentamos de modo evidente nuestra dependencia de Dios. Efectivamente, cuando estamos enfermos, la incertidumbre, el temor y a veces la consternación, se apoderan de la mente y del corazón; nos encontramos en una situación de impotencia, porque nuestra salud no depende de nuestras capacidades o de que nos “angustiemos” (cf. Mt 6,27).

La enfermedad impone una pregunta por el sentido, que en la fe se dirige a Dios; una pregunta que busca un nuevo significado y una nueva dirección para la existencia, y que a veces puede ser que no encuentre una respuesta inmediata. Nuestros mismos amigos y familiares no siempre pueden ayudarnos en esta búsqueda trabajosa.

A este respecto, la figura bíblica de Job es emblemática. Su mujer y sus amigos no son capaces de acompañarlo en su desventura, es más, lo acusan aumentando en él la soledad y el desconcierto. Job cae en un estado de abandono e incomprensión. Pero precisamente por medio de esta extrema fragilidad, rechazando toda hipocresía y eligiendo el camino de la sinceridad con Dios y con los demás, hace llegar su grito insistente a Dios, que al final responde, abriéndole un nuevo horizonte. Le confirma que su sufrimiento no es una condena o un castigo, tampoco es un estado de lejanía de Dios o un signo de su indiferencia. Así, del corazón herido y sanado de Job, brota esa conmovida declaración al Señor, que resuena con energía: «Te conocía sólo de oídas, pero ahora te han visto mis ojos» (42,5).

3. La enfermedad siempre tiene un rostro, incluso más de uno: tiene el rostro de cada enfermo y enferma, también de quienes se sienten ignorados, excluidos, víctimas de injusticias sociales que niegan sus derechos fundamentales (cf. Carta enc. Fratelli tutti, 22). La pandemia actual ha sacado a la luz numerosas insuficiencias de los sistemas sanitarios y carencias en la atención de las personas enfermas. Los ancianos, los más débiles y vulnerables no siempre tienen garantizado el acceso a los tratamientos, y no siempre es de manera equitativa. Esto depende de las decisiones políticas, del modo de administrar los recursos y del compromiso de quienes ocupan cargos de responsabilidad. Invertir recursos en el cuidado y la atención a las personas enfermas es una prioridad vinculada a un principio: la salud es un bien común primario. Al mismo tiempo, la pandemia ha puesto también de relieve la entrega y la generosidad de agentes sanitarios, voluntarios, trabajadores y trabajadoras, sacerdotes, religiosos y religiosas que, con profesionalidad, abnegación, sentido de responsabilidad y amor al prójimo han ayudado, cuidado, consolado y servido a tantos enfermos y a sus familiares. Una multitud silenciosa de hombres y mujeres que han decidido mirar esos rostros, haciéndose cargo de las heridas de los pacientes, que sentían prójimos por el hecho de pertenecer a la misma familia humana.

La cercanía, de hecho, es un bálsamo muy valioso, que brinda apoyo y consuelo a quien sufre en la enfermedad. Como cristianos, vivimos la projimidad como expresión del amor de Jesucristo, el buen Samaritano, que con compasión se ha hecho cercano a todo ser humano, herido por el pecado. Unidos a Él por la acción del Espíritu Santo, estamos llamados a ser misericordiosos como el Padre y a amar, en particular, a los hermanos enfermos, débiles y que sufren (cf. Jn 13,34-35). Y vivimos esta cercanía, no sólo de manera personal, sino también de forma comunitaria: en efecto, el amor fraterno en Cristo genera una comunidad capaz de sanar, que no abandona a nadie, que incluye y acoge sobre todo a los más frágiles.

A este respecto, deseo recordar la importancia de la solidaridad fraterna, que se expresa de modo concreto en el servicio y que puede asumir formas muy diferentes, todas orientadas a sostener al prójimo. «Servir significa cuidar a los frágiles de nuestras familias, de nuestra sociedad, de nuestro pueblo» (Homilía en La Habana, 20 septiembre 2015). En este compromiso cada uno es capaz de «dejar de lado sus búsquedas, afanes, deseos de omnipotencia ante la mirada concreta de los más frágiles. […] El servicio siempre mira el rostro del hermano, toca su carne, siente su projimidad y hasta en algunos casos la “padece” y busca la promoción del hermano. Por eso nunca el servicio es ideológico, ya que no se sirve a ideas, sino que se sirve a personas» (ibíd.).

4. Para que haya una buena terapia, es decisivo el aspecto relacional, mediante el que se puede adoptar un enfoque holístico hacia la persona enferma. Dar valor a este aspecto también ayuda a los médicos, los enfermeros, los profesionales y los voluntarios a hacerse cargo de aquellos que sufren para acompañarles en un camino de curación, gracias a una relación interpersonal de confianza (cf. Nueva Carta de los agentes sanitarios [2016], 4). Se trata, por lo tanto, de establecer un pacto entre los necesitados de cuidados y quienes los cuidan; un pacto basado en la confianza y el respeto mutuos, en la sinceridad, en la disponibilidad, para superar toda barrera defensiva, poner en el centro la dignidad del enfermo, tutelar la profesionalidad de los agentes sanitarios y mantener una buena relación con las familias de los pacientes.

Precisamente esta relación con la persona enferma encuentra una fuente inagotable de motivación y de fuerza en la caridad de Cristo, como demuestra el testimonio milenario de hombres y mujeres que se han santificado sirviendo a los enfermos. En efecto, del misterio de la muerte y resurrección de Cristo brota el amor que puede dar un sentido pleno tanto a la condición del paciente como a la de quien cuida de él. El Evangelio lo testimonia muchas veces, mostrando que las curaciones que hacía Jesús nunca son gestos mágicos, sino que siempre son fruto de un encuentro, de una relación interpersonal, en la que al don de Dios que ofrece Jesús le corresponde la fe de quien lo acoge, como resume la palabra que Jesús repite a menudo: “Tu fe te ha salvado”.

5. Queridos hermanos y hermanas: El mandamiento del amor, que Jesús dejó a sus discípulos, también encuentra una realización concreta en la relación con los enfermos. Una sociedad es tanto más humana cuanto más sabe cuidar a sus miembros frágiles y que más sufren, y sabe hacerlo con eficiencia animada por el amor fraterno. Caminemos hacia esta meta, procurando que nadie se quede solo, que nadie se sienta excluido ni abandonado.

Le encomiendo a María, Madre de misericordia y Salud de los enfermos, todas las personas enfermas, los agentes sanitarios y quienes se prodigan al lado de los que sufren. Que Ella, desde la Gruta de Lourdes y desde los innumerables santuarios que se le han dedicado en todo el mundo, sostenga nuestra fe y nuestra esperanza, y nos ayude a cuidarnos unos a otros con amor fraterno. A todos y cada uno les imparto de corazón mi bendición.

Roma, San Juan de Letrán, 20 de diciembre de 2020, cuarto domingo de Adviento.

FRANCISCO

[00018-ES.01] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua portoghese

«Um só é o vosso Mestre e vós sois todos irmãos» (Mt 23, 8).
A relação de confiança, na base do cuidado dos doentes

Queridos irmãos e irmãs!

A celebração do XXIX Dia Mundial do Doente que tem lugar a 11 de fevereiro de 2021, memória de Nossa Senhora de Lurdes, é momento propício para prestar uma atenção especial às pessoas doentes e a quantos as assistem quer nos centros sanitários quer no seio das famílias e comunidades. Penso de modo particular nas pessoas que sofrem em todo o mundo os efeitos da pandemia do coronavírus. A todos, especialmente aos mais pobres e marginalizados, expresso a minha proximidade espiritual, assegurando a solicitude e o afeto da Igreja.

1. O tema deste Dia inspira-se no trecho evangélico em que Jesus critica a hipocrisia de quantos dizem mas não fazem (cf. Mt 23, 1-12). Quando a fé fica reduzida a exercícios verbais estéreis, sem se envolver na história e nas necessidades do outro, então falha a coerência entre o credo professado e a vida real. O risco é grave; Jesus, para acautelar do perigo de derrapagem na idolatria de si mesmo, usa expressões fortes e afirma: «Um só é o vosso Mestre e vós sois todos irmãos» (23, 8).

Esta crítica feita por Jesus àqueles que «dizem e não fazem» (23, 3) é sempre salutar para todos, pois ninguém está imune do mal da hipocrisia, um mal muito grave, cujo efeito é impedir-nos de desabrochar como filhos do único Pai, chamados a viver uma fraternidade universal.

Como reação à necessidade em que versa o irmão e a irmã, Jesus apresenta um modelo de comportamento totalmente oposto à hipocrisia: propõe deter-se, escutar, estabelecer uma relação direta e pessoal, sentir empatia e enternecimento, deixar-se comover pelo seu sofrimento até lhe valer e servir (cf. Lc 10, 30-35).

2. A experiência da doença faz-nos sentir a nossa vulnerabilidade e, ao mesmo tempo, a necessidade natural do outro. Torna ainda mais nítida a nossa condição de criaturas, experimentando de maneira evidente a nossa dependência de Deus. De facto, quando estamos doentes, a incerteza, o temor e, por vezes, o pavor impregnam a mente e o coração; encontramo-nos numa situação de impotência, porque a saúde não depende das nossas capacidades nem do nosso afã (cf. Mt 6, 27).

A doença obriga a questionar-se sobre o sentido da vida; uma pergunta que, na fé, se dirige a Deus. Nela, procura-se um significado novo e uma direção nova para a existência e, por vezes, pode não encontrar imediatamente uma resposta. Os próprios amigos e familiares nem sempre são capazes de nos ajudar nesta busca afanosa.

Emblemática a este respeito é a figura bíblica de Job. A esposa e os amigos não conseguem acompanhá-lo na sua desventura; antes, acusam-no aumentando nele solidão e desorientamento. Job cai num estado de abandono e confusão. Mas é precisamente através desta fragilidade extrema, rejeitando toda a hipocrisia e escolhendo o caminho da sinceridade para com Deus e os outros, que faz chegar o seu grito instante a Deus, que acaba por responder abrindo-lhe um novo horizonte: confirma que o seu sofrimento não é uma punição nem um castigo, tal como não é distanciamento de Deus nem sinal de indiferença d’Ele. E assim, do coração ferido e recuperado de Job, brota aquela vibrante e comovente declaração ao Senhor: «Os meus ouvidos tinham ouvido falar de Ti, mas agora veem-Te os meus próprios olhos» (Job 42, 5).

3. A doença tem sempre um rosto, e até mais do que um: o rosto de todas as pessoas doentes, mesmo daquelas que se sentem ignoradas, excluídas, vítimas de injustiças sociais que lhes negam direitos essenciais (cf. Enc. Fratelli tutti, 22). A atual pandemia colocou em evidência tantas insuficiências dos sistemas sanitários e carências na assistência às pessoas doentes. Viu-se que, aos idosos, aos mais frágeis e vulneráveis, nem sempre é garantido o acesso aos cuidados médicos, ou não o é sempre de forma equitativa. Isto depende das opções políticas, do modo de administrar os recursos e do empenho de quantos revestem funções de responsabilidade. O investimento de recursos nos cuidados e assistência das pessoas doentes é uma prioridade ditada pelo princípio de que a saúde é um bem comum primário. Ao mesmo tempo, a pandemia destacou também a dedicação e generosidade de profissionais de saúde, voluntários, trabalhadores e trabalhadoras, sacerdotes, religiosos e religiosas: com profissionalismo, abnegação, sentido de responsabilidade e amor ao próximo, ajudaram, trataram, confortaram e serviram tantos doentes e os seus familiares. Uma série silenciosa de homens e mulheres que optaram por fixar aqueles rostos, ocupando-se das feridas de pacientes que sentiam como próximo em virtude da pertença comum à família humana.

Com efeito, a proximidade é um bálsamo precioso, que dá apoio e consolação a quem sofre na doença. Enquanto cristãos, vivemos uma tal proximidade como expressão do amor de Jesus Cristo, o bom Samaritano, que, compadecido, Se fez próximo de todo o ser humano, ferido pelo pecado. Unidos a Ele pela ação do Espírito Santo, somos chamados a ser misericordiosos como o Pai e a amar, de modo especial, os irmãos doentes, frágeis e atribulados (cf. Jo 13, 34-35). E vivemos esta proximidade pessoalmente, mas também de forma comunitária: na realidade, o amor fraterno em Cristo gera uma comunidade capaz de curar, que não abandona ninguém, que inclui e acolhe sobretudo os mais frágeis.

A propósito, quero recordar a importância da solidariedade fraterna, que se manifesta concretamente no serviço, podendo assumir formas muito diferentes mas todas elas tendentes a apoiar o próximo. «Servir significa cuidar dos frágeis das nossas famílias, da nossa sociedade, do nosso povo». Neste compromisso, cada um é capaz de, «à vista concreta dos mais frágeis (...), pôr de lado as suas exigências e expectativas, os seus desejos de omnipotência (...): o serviço fixa sempre o rosto do irmão, toca a sua carne, sente a sua proximidade e, em alguns casos, até “padece” com ela e procura a promoção do irmão. Por isso, o serviço nunca é ideológico, dado que não servimos ideias, mas pessoas» (Francisco, Homilia em Havana, 20/IX/2015).

4. Para haver uma boa terapia é decisivo o aspeto relacional, através do qual se pode conseguir uma abordagem holística da pessoa doente. A valorização deste aspeto ajuda também os médicos, enfermeiros, profissionais e voluntários a ocuparem-se daqueles que sofrem para os acompanhar ao longo do itinerário de cura, graças a uma relação interpessoal de confiança (cf. Nova Carta dos Agentes da Saúde, 2016, 4). Trata-se, pois, de estabelecer um pacto entre as pessoas carecidas de cuidados e aqueles que as tratam; um pacto baseado na confiança e respeito mútuos, na sinceridade, na disponibilidade, de modo a superar toda e qualquer barreira defensiva, colocar no centro a dignidade da pessoa doente, tutelar o profissionalismo dos agentes de saúde e manter um bom relacionamento com as famílias dos doentes.

Tal relação com a pessoa doente encontra uma fonte inesgotável de motivações e energias precisamente na caridade de Cristo, como demonstra o testemunho milenar de homens e mulheres que se santificaram servindo os enfermos. Efetivamente, do mistério da morte e ressurreição de Cristo, brota aquele amor que é capaz de dar sentido pleno tanto à condição do doente como à da pessoa que cuida dele. Assim o atesta muitas vezes o Evangelho quando mostra que as curas realizadas por Jesus nunca são gestos mágicos, mas fruto de um encontro, uma relação interpessoal, em que ao dom de Deus, oferecido por Jesus, corresponde a fé de quem o acolhe, como se resume nesta frase que Jesus repete com frequência: «A tua fé te salvou».

5. Queridos irmãos e irmãs, o mandamento do amor, que Jesus deixou aos seus discípulos, encontra uma realização concreta também no relacionamento com os doentes. Uma sociedade é tanto mais humana quanto melhor souber cuidar dos seus membros frágeis e atribulados e o fizer com uma eficiência animada por amor fraterno. Tendamos para esta meta, procurando que ninguém fique sozinho, nem se sinta excluído e abandonado.

Todas as pessoas doentes, os agentes da saúde e quantos se prodigalizam junto dos que sofrem, confio-os a Maria, Mãe de Misericórdia e Saúde dos Enfermos. Que Ela, da Gruta de Lurdes e dos seus inumeráveis santuários espalhados por todo o mundo, sustente a nossa fé e a nossa esperança e nos ajude a cuidar uns dos outros com amor fraterno. A todos e cada um concedo, de coração, a minha bênção.

Roma, em São João de Latrão, no IV Domingo de Advento, 20 de dezembro de 2020.

FRANCISCO

[00018-PO.01] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua polacca

Jeden jest wasz Nauczyciel, a wy wszyscy braćmi jesteście (Mt 23, 8).
Relacja zaufania u podstaw opieki nad chorymi

Drodzy Bracia i Siostry!

Obchody XXIX Światowego Dnia Chorego, które odbędą się 11 lutego 2021 r., we wspomnienie Najświętszej Maryi Panny z Lourdes, to odpowiedni moment, by zwrócić szczególną uwagę na chorych i na tych, którzy się nimi opiekują, zarówno w miejscach przeznaczonych na ich pielęgnację, jak i na łonie rodziny czy wspólnot. Nasze myśli kierujemy w szczególności do tych, którzy na całym świecie cierpią z powodu skutków pandemii koronawirusa. Wszystkim, zwłaszcza najuboższym i usuniętym na margines wyrażam moją duchową bliskość, zapewniając o trosce i miłości Kościoła.

1. Temat tego dnia czerpie inspirację z fragmentu Ewangelii, w którym Jezus krytykuje obłudę tych, którzy mówią, ale nie czynią (por. Mt 23, 1-12). Kiedy wiara sprowadza się do pustej retoryki, nie angażując się w historię i potrzeby drugiego, wówczas brakuje spójności między wyznawaną wiarą a prawdziwym życiem. Jest to poważne zagrożenie. Dlatego Jezus używa mocnych wyrażeń, aby ostrzec przed niebezpieczeństwem popadnięcia w bałwochwalstwo samego siebie i stwierdza: „Jeden jest wasz Nauczyciel, a wy wszyscy braćmi jesteście” (w. 8).

Krytyka, którą Jezus kieruje do tych, którzy „mówią, a nie czynią” (w. 3) jest zbawienna zawsze i dla wszystkich, ponieważ nikt nie jest odporny na zło obłudy, zło bardzo poważne, które uniemożliwia nam rozwój jako dzieci jedynego Ojca, powołane do życia powszechnym braterstwem.

Wobec sytuacji potrzeby brata i siostry, Jezus przedstawia wzór zachowania całkowicie przeciwny obłudzie. Proponuje, by zatrzymać się, wysłuchać, nawiązać bezpośrednią i osobistą relację z drugim człowiekiem, poczuć dla niego czy dla niej empatię i wzruszenie, zaangażować się w jego cierpienie do tego stopnia, by zatroszczyć się o niego w posłudze (por. Łk 10, 30-35).

2. Doświadczenie choroby sprawia, że odczuwamy naszą bezradność, a jednocześnie wrodzoną potrzebę drugiego człowieka. Jeszcze wyraźniejszym staje się fakt, iż jesteśmy stworzeniem i w sposób oczywisty odczuwamy naszą zależność od Boga. Gdy jesteśmy chorzy, niepewność, strach a niekiedy przerażenie przenikają bowiem nasze umysły i serca. Znajdujemy się w sytuacji bezsilności, ponieważ nasze zdrowie nie zależy od naszych zdolności ani od naszego „zatroskania” (por. Mt 6, 27).

Choroba narzuca pytanie o sens, które w wierze skierowane jest do Boga: pytanie, które szuka nowego znaczenia i nowego kierunku dla egzystencji, a które niekiedy nie od razu może znaleźć odpowiedź. W tych żmudnych poszukiwaniach nie zawsze są w stanie nam pomóc przyjaciele i krewni.

Symboliczna pod tym względem jest biblijna postać Hioba. Jego żona i przyjaciele nie potrafią towarzyszyć mu w nieszczęściu, wręcz przeciwnie, oskarżają go, potęgując jego samotność i zagubienie. Hiob wpada w stan opuszczenia i niezrozumienia. Ale właśnie poprzez tę skrajną kruchość, odrzucając wszelką obłudę i obierając drogę szczerości wobec Boga i wobec innych, sprawia, że jego uporczywe wołanie dociera do Boga, który w końcu odpowiada, otwierając przed nim nową perspektywę. Potwierdza, że jego cierpienie nie jest naganą ani karą, nie jest też stanem oddalenia od Boga ani oznaką Jego obojętności. Zatem z poranionego i uzdrowionego serca Hioba wypływa ta tętniąca życiem i wzruszająca wypowiedź, skierowana do Pana: „Dotąd Cię znałem ze słyszenia, obecnie ujrzałem Cię wzrokiem” (42, 5).

3. Choroba ma zawsze oblicze, i to nie tylko jedno: ma oblicze każdego chorego i każdej chorej, także tych osób, które czują się lekceważone, wykluczone, ofiar niesprawiedliwości społecznej, która odmawia im praw podstawowych (por. Fratelli tutti, 22). Obecna pandemia ujawniła wiele nieprawidłowości w systemach opieki zdrowotnej oraz braki w zakresie pomocy udzielanej chorym. Osoby starsze, najsłabsze i najbardziej bezbronne nie zawsze mają zapewniony dostęp do opieki i nie zawsze odbywa się to w sposób sprawiedliwy. Zależy to od decyzji politycznych, sposobu zarządzania zasobami i zaangażowania osób zajmujących odpowiedzialne stanowiska. Inwestowanie środków w leczenie i opiekę nad chorymi jest priorytetem związanym z zasadą, że zdrowie jest podstawowym dobrem wspólnym. Jednocześnie pandemia uwydatniła poświęcenie i wielkoduszność pracowników służby zdrowia, wolontariuszy, pracowników i pracownic, księży, zakonników i zakonnic, którzy dzięki profesjonalizmowi, ofiarności, poczuciu odpowiedzialności i miłości bliźniego pomagali, pielęgnowali, pocieszali i służyli wielu osobom chorym i ich rodzinom. To milcząca rzesza mężczyzn i kobiet, którzy postanowili spojrzeć na te oblicza, troszcząc się o rany pacjentów, których odczuwali jako bliskich z racji wspólnej przynależności do rodziny ludzkiej.

Bliskość jest tak naprawdę cennym balsamem, który daje wsparcie i pocieszenie tym, którzy cierpią w chorobie. Jako chrześcijanie, przeżywamy bliskość jako wyraz miłości Jezusa Chrystusa, Dobrego Samarytanina, który ze współczuciem stał się bliskim każdego człowieka zranionego przez grzech. Zjednoczeni z Nim przez działanie Ducha Świętego jesteśmy powołani, by być miłosierni jak Ojciec i miłować zwłaszcza naszych braci chorych, słabych i cierpiących (por. J 13, 34-35). Przeżywamy tę bliskość nie tyko osobiście, ale także w formie wspólnotowej. Braterska miłość w Chrystusie rodzi bowiem wspólnotę, która potrafi leczyć, która nikogo nie opuszcza, która włącza i przyjmuje przede wszystkim najsłabszych.

W związku z tym chciałbym przypomnieć o znaczeniu solidarności braterskiej, która wyraża się konkretnie w służbie i może przybierać różne formy, które wszystkie są ukierunkowane na wspieranie naszego bliźniego. „Służenie oznacza troszczenie się o osoby słabe w naszych rodzinach, w naszym społeczeństwie, w naszym narodzie” (Homilia na placu Rewolucji w Hawanie, 20 września 2015 r.: L’Osservatore Romano, wyd. polskie, n. 10 (376)/2015, s. 23). W tym zaangażowaniu każdy jest w stanie „zostawić na boku swoje dążenia, oczekiwania, swoje pragnienia bycia wszechmocnym w obliczu konkretnego spojrzenia najsłabszych. [...] Służba zawsze patrzy w twarz brata, dotyka jego ciała, czuje jego bliskość, a nawet w pewnych przypadkach «znosi» ją i zabiega o rozwój brata. Dlatego służba nigdy nie jest ideologiczna, ponieważ nie służy się ideom, ale służy się osobom” (por. tamże).

4. Dla dobrej terapii decydujące znaczenie ma aspekt relacyjny, dzięki któremu można mieć podejście całościowe do chorego. Docenianie tego aspektu pomaga również lekarzom, pielęgniarkom, specjalistom i wolontariuszom, aby otoczyć opieką osoby cierpiące, aby im towarzyszyć w procesie uzdrowienia, dzięki relacji międzyosobowej, opartej na zaufaniu (por. Nowa Karta Pracowników Służby Zdrowia [2016], 4). Chodzi zatem o ustanowienie paktu między osobami potrzebującymi opieki a tymi, którzy się nimi opiekują; paktu opartego na wzajemnym zaufaniu i szacunku, szczerości i dyspozycyjności, aby przezwyciężyć wszelkie bariery obronne, umieścić w centrum godność chorego, chronić profesjonalizm pracowników służby zdrowia i utrzymywać dobre relacje z rodzinami pacjentów.

To właśnie ta relacja z osobą chorą znajduje niewyczerpane źródło motywacji i mocy w miłości Chrystusa, jak pokazuje tysiącletnie świadectwo mężczyzn i kobiet, którzy stali się świętymi służąc chorym. Z tajemnicy śmierci i zmartwychwstania Chrystusa wypływa bowiem ta miłość, która potrafi nadać pełen sens zarówno sytuacji pacjenta, jak i tego, kto się o niego troszczy. Zaświadcza o tym wielokrotnie Ewangelia, ukazując, że uzdrowienia dokonane przez Jezusa nigdy nie są gestami magicznymi, lecz zawsze są owocem spotkania, relacji międzyosobowej, w której dar Boży, ofiarowany przez Jezusa, odpowiada na wiarę osoby, która go przyjmuje, co podsumowują słowa, które Jezus często powtarza: „twoja wiara cię ocaliła”.

5. Drodzy bracia i siostry, przykazanie miłości, które Jezus pozostawił swoim uczniom, znajduje konkretną realizację także w relacji z chorymi. Społeczeństwo jest bardziej ludzkie, jeśli potrafi bardziej zatroszczyć się o swoich słabych i cierpiących członków, a zdoła czynić to skutecznie będąc ożywione miłością braterską. Dążmy do tego celu i sprawmy, aby nikt nie został pozostawiony sam sobie, aby nikt nie czuł się wykluczony lub opuszczony.

Powierzam wszystkich chorych, pracowników służby zdrowia i tych, którzy troszczą się o cierpiących, Maryi, Matce Miłosierdzia i Uzdrowieniu Chorych. Niech z Groty w Lourdes i z Jej niezliczonych sanktuariów na całym świecie wspiera naszą wiarę i naszą nadzieję, i pomaga nam troszczyć się o siebie nawzajem z bratnią miłością. Wszystkim i każdemu z was z serca udzielam mojego błogosławieństwa.

Rzym, u św. Jana na Lateranie, dnia 20 grudnia 2020 r., w IV Niedzielę Adwentu.

FRANCISZEK

[00018-PL.01] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua araba

اليوم العالمي التاسع والعشرون للمريض

" لأنَّ لَكُم مُعَلِّمًا وَاحِدًا وَأَنتُم جَمِيعًا إخوَةٌ" (متى 23، 8)

علاقة الثقة على أساس العنايّة بالمرضى

أيّها الإخوة والأخوات الأعزاء،

الاحتفال بيوم المريض العالمي التاسع والعشرين يقع في١١ فبراير/شباط ٢٠٢١، في يوم ذكرى سيدتنا مريم العذراء سيدة لورد. وهو يوم مناسب لنوجّه انتباهًا خاصًّا إلى المرضى، وإلى الذين يخدمونهم، سواء في الأماكنِ المخصصة للعلاج، أم في العائلات، والجماعات المختلفة. أفكر بصورة خاصة في جميع الذين يعانون من آثار جائحة الكورونا في العالم كلّه. إلى الجميع، ولا سيما الأشدِ فقرًا وتهميشًا، أعبِّر عن قربي منهم، وأؤكد لهم اهتمام الكنيسة ومحبَّتَها.

١. أستلهم موضوع هذا اليوم من المقطع الإنجيلي الذي فيه ينتقد يسوع مراءاة الذين "يقولون ولا يفعلون" (را. متى 23، 1-12). عندما يتم اختزال الإيمان في تكرار ممارسات عقيمة، من غير أن يندمج في تاريخ الآخر واحتياجاته، يُفقَدُ الانسجامُ بين الإيمان الذي نعترف به والواقع الذي نعيشه. الخطر كبير. لهذا استخدم يسوع عبارات شديدة، ليحذِّرَنا من الوقوع في عبادة ذاتنا، قال: "لأنَّ لَكُم مُعَلِّمًا وَاحِدًا وَأَنتُم جَمِيعًا إخوَةٌ" (متى 23، 8).

الانتقاد الذي يوجِّهه يسوع للذين "يقولون ولا يفعلون" (آية 3) له دائمًا معناه، وللجميع، لأنّ لا أحد محصَّن ٌضد شرّ النفاق، وهو شرٌّ جسيم جدًّا. ونتيجته أنّه يمنعنا من أن ننمو ونزهر مثل أبناء الآب الواحد، المدعوِّين إلى أخُوّة عالميّة.

عندما يكون أخونا وأختنا في حالة احتياج، يبيِّن لنا يسوع موقفًا نموذجيًّا مناقضًا تمامًا للنفاق. يقترح علينا أن نتوقَّف، فنصغي ونقيم علاقةً مباشَرةً شخصيّةً مع الآخر، فنتعاطف معه، ونشاركه في شعوره، بل نترك نفسنا نندمج في آلامه إلى حدِّ أن نحملها عنه، ونخدمه (را. لو 10، 30-35).

           

٢. خبرة المرض تجعلنا نشعر بضعفنا، وفي الوقت نفسه، تجعلنا نشعر بالحاجة الصميمة للآخر. الواقع أنّنا "خليقة" يزداد وضوحًا أمامنا، فنعرف كم نحن مرتبطون بالله ومحتاجون إليه. في أثناء مرضنا، يهاجمنا، في ذهننا وقلبنا، الشعور بعدم الأمان، وبالخوف، وأحيانا باليأس. نجد أنفسنا في حالة عجز، لأنّ صحتنا غير مرتبطة لا بقدراتنا ولا "بجهدنا" (را. متى 6، 27).

يطرح المرضُ سؤالًا عن المعنى، يوجهه المؤمنون إلى الله: سؤال يبحث عن معنى جديد واتجاه جديد للحياة، وقد لا يجد، في بعض الأحيان، إجابة على الفور. الأصدقاء أنفسهم والأقارب لا يستطيعون دائمًا مساعدتنا في هذا البحث الصعب.

في هذا الصدد، شخصيّة أيوب في الكتاب المقدس، مثال لنا. زوجته وأصدقاؤه غير قادرين على مرافقته في محنته، بل على العكس، اتهموه، فزاد شعوره بالوحدة والحيرة. وجد أيوب نفسه في حالة من الخذلان وسوء الفهم. ولكن بالتحديد من خلال هذا الضعف الشديد، وإذ رفض كلّ نفاق، واختار طريق الصدق مع الله ومع الآخرين، بلغ صراخُه الشديد إلى الله. فاستجاب له الله في النهاية، وفتح أمامه أفقًا جديدًا. أكّد له أنّ معاناته ليست عقابًا أو جزاء. ليست ابتعادَ الله عنه ولا علامةَ لامبالاة. وأخيرًا، نال أيوب الشفاء، ومن قلبه الجريح، بعد الشفاء، تدفّق أمام الله هذا الإعلان البليغ النابض بالحياة: "كُنْتُ قَد سَمِعْتُكَ سَمْعَ الأُذُنِ، أَمَّا الآنَ فَعَينِي قَد رَأَتْكَ" (أيوب 42، 5).

٣. المرض له دائمًا وجهٌ، وليس وجهًا واحدًا فقط، إنّه وجه كلّ مريض ومريضة، وأوجُهُ أولئك الذين يشعرون بأنّهم مجهولون، أو مُبعَدون، وضحايا الظلم الاجتماعي الذي حرَمَهم حقوقَهم الأساسيّة (را. الرسالة البابوية العامة، Fratelli tutti، 22). أظهرت الجائحة الحاليّة العديد من أنواع القصور في النظم الصحيّة والنقص في رعاية المرضى. والرعاية الصحيّة ليست دائما مضمونة للمسنين ولأشدّ الناس ضعفًا، وليس دائمًا بالصورة الواجبة. كلّ ذلك مرتبط بالخيارات السياسيّة، وبطريقة إدارة الموارد والتزام أولئك الذين يشغلون مناصب المسؤوليّة. استثمار الموارد في رعاية ومساعدة المرضى يجب أن يُعتبَر أولويّة مرتبطة بالمبدأ القائل بأن الصحة هي صالح عام أساسي. أظهرت الجائحة، في الوقت نفسه، تفانيَ وسخاءَ العاملين الصحيّين والمتطوعين والعمّال والكهنة والرهبان والراهبات، الذين ساعدوا بمهنيّة وتفانٍ وشعور بالمسؤوليّة وحب للآخَرين. وعالجوا وعزّوا وخدموا العديد من المرضى وأُسَرَهم. هم مجموعة صامتة من الرجال والنساء الذين اختاروا النظر إلى تلك الوجوه، وضمدوا جروح المرضى فشعروا بأنهم قريبون بسبب انتمائهم المشترك إلى الأسرة البشريّة.

القرب من الآخر هو بلسم ثمين، فيه سند وعزاء لمن يعانون من المرض. للمسيحي، القرب من الآخر هو تعبير عن محبة يسوع المسيح، السامري الرحيم، الذي جعل نفسه برأفته قريبًا من كلّ إنسان مجروح بالخطيئة. متحدين معه بقوة الرّوح القدس، نحن مدعوون لنكونَ رحماء مثل الآب فنُحِبَّ، على وجه الخصوص، إخوتنا المرضى والضعفاء والمتألمين (را. يو 13، 34-35)، وذلك بصورة شخصيّة أو جماعيّة. في الواقع، الحبّ الأخوي في المسيح يولِّد مجتمعًا قادرًا على الشفاء، لا يتخلى عن أي شخص، ويشمل ويرحِّب قبل كلّ شيء بأشد الناس ضعفًا.

في هذا الصدد، أوَدُّ أن أذكّر بأهمية التضامن الأخوي، الذي يُعبَّر عنه بشكل ملموس في الخدمة ويمكن أن يتخذ أشكالًا مختلفة جدًا، وكلّها جهود تهدف لتقويّة الآخرين. الخدمة "تعني رعاية الضعفاء في عائلاتنا، وفي مجتمعنا، وفي شعبنا" (عظة في لا هابانا، 20 أيلول/سبتمبر 2015). في هذا الالتزام، يمكن لكلّ واحد "أمام رؤية إخوته الضعفاء، أن يضع احتياجاته وتوقعاته جانبًا، وكذلك رغباته في القدرة المطلقة […]. تنظر الخدمة دائمًا إلى وجه الأخ، وتلمس جسده، وتشعر بقربه، بل، في بعض الحالات تأخذ عنه ألمه، وتسعى إلى مساندته. لهذا السبب، فإنّ الخدمة لا تكون أبدًا "أيديولوجيّة": إنّها لا تخدم أفكارًا، بل أشخاصًا" (المرجع نفسه).

 

٤. حتى يكون العلاج ناجحًا، الجانب العلائقي له دور حاسم. فمن خلاله يمكن أن يتِمَّ التعامل مع المريض بصورة شاملة. التركيز على "العلاقة" مع المريض يساعد أيضًا الأطباء والممرضات والمهنيّين والمتطوعين، على الاهتمام بالذين يتألمون، فيرافقونهم في مسيرتهم نحو الشفاء، ذلك بإنشاء علاقة ثقة شخصيّة بين المريض وبين من يعتني به (را. الميثاق الجديد للعاملين في الرعايّة الصحيّة [2016]، 4). فكأنّه ميثاق ينشأ بين المحتاجين إلى العنايّة وبين الذين يعتنون بهم. ميثاق يقوم على الثقة والاحترام المتبادلَين، والإخلاص، وحسن الاستعداد، للتغلب على أي حاجز نفسي مانع، ولاعتبار أنّ كرامة المريض هي الأساس، ولحمايّة مهنيّة العاملين الصحيّين، وللحفاظ على علاقة جيدة مع عائلات المرضى.

محبة المسيح هي المصدر الذي ينشئ ويقوي هذه العلاقة مع المريض، كما يتضح من شهادة الألوف من الرجال والنساء الذين قدسوا أنفسهم مدى الأجيال لخدمة المرضى. من سر موت المسيح وقيامته تتدفق المحبّة التي تبيِّن المعنى الكامل للمرض، سواء للمريض نفسه، أو للذين يعتنون به. يؤكد الإنجيل ذلك عدة مرات، فيوضِّح أنّ الشفاء الذي قام به يسوع لم يكن قط عملًا سحريًّا، بل كان دائمًا ثمرة لقاء، وعلاقة شخصيّة، حيث كان يستجيب إيمان المؤمن للعطيّة التي يمنحه إياها الله. تلخِّص ذلك العبارة التي كان يسوع يكررها مرارًا: "إيمانك خلصك".

 

٥. أيّها الإخوة والأخوات الأعزاء، إنّ وصيّة المحبة التي تركها يسوع لتلاميذه تتحقق بصورة ملموسة في العلاقة مع المرضى. المجتمع الإنساني هو الذي يعرف أن يعتني بأفراده الضعفاء والمتألمين، ويعرف أن يقوم بذلك بكفاءة يحركها الحبّ الأخوي. لنسعَ إلى هذا الهدف: ألّا يبقى أحد وحده، وألّا يشعر أحد بأنه مُبعَدٌ أو مخذول.

إلى مريم العذراء، أم الرحمة وشفاء المرضى، أُوكِلُ المرضى والعاملين في مجال الصحة وكلّ الذين يبذلون جهودًا في سبيل المرضى. من مغارة لورد وجميع الأماكن المقدسة التي لا تعد ولا تحصى حول العالم، المقامة لتكريمها، نسألها أن تقوّي إيماننا ورجاءنا، وتساعدنا على أن نعتني جميعًا بعضُنا ببعض، بمحبة أخويّة. وللجميع، ولكلّ واحد، من كلّ قلبي، أمنح بركتي.

أُعطيَ في روما، قرب القديس يوحنا في اللاتران، 20 ديسمبر/كانون الأوّل 2020، في الأحد الرابع من زمن المجيء.                     

فرنسيس

© http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino.html - 12 gennaio 2021


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