Messaggio del Santo Padre per la 107ª Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2021

jesus washes feetPubblichiamo di seguito il testo del Messaggio del Santo Padre Francesco per la 107a Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, che sarà celebrata domenica 26 settembre 2021, sul tema: “Verso un noi sempre più grande”:

Messaggio del Santo Padre

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE

per la 107a Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato

“Verso un noi sempre più grande”

Cari fratelli e sorelle!

Nella Lettera Enciclica Fratelli tutti ho espresso una preoccupazione e un desiderio, che ancora occupano un posto importante nel mio cuore: «Passata la crisi sanitaria, la peggiore reazione sarebbe quella di cadere ancora di più in un febbrile consumismo e in nuove forme di auto-protezione egoistica. Voglia il Cielo che alla fine non ci siano più “gli altri”, ma solo un “noi”» (n. 35).

Per questo ho pensato di dedicare il messaggio per la 107a Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato a questo tema: “Verso un noi sempre più grande”, volendo così indicare un chiaro orizzonte per il nostro comune cammino in questo mondo.

La storia del “noi”

Questo orizzonte è presente nello stesso progetto creativo di Dio: «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi”» (Gen 1,27-28). Dio ci ha creati maschio e femmina, esseri diversi e complementari per formare insieme un noi destinato a diventare sempre più grande con il moltiplicarsi delle generazioni. Dio ci ha creati a sua immagine, a immagine del suo Essere Uno e Trino, comunione nella diversità.

E quando, a causa della sua disobbedienza, l’essere umano si è allontanato da Dio, Questi, nella sua misericordia, ha voluto offrire un cammino di riconciliazione non a singoli individui, ma a un popolo, a un noi destinato ad includere tutta la famiglia umana, tutti i popoli: «Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio» (Ap 21,3).

La storia della salvezza vede dunque un noi all’inizio e un noi alla fine, e al centro il mistero di Cristo, morto e risorto «perché tutti siano una sola cosa» (Gv 17,21). Il tempo presente, però, ci mostra che il noi voluto da Dio è rotto e frammentato, ferito e sfigurato. E questo si verifica specialmente nei momenti di maggiore crisi, come ora per la pandemia. I nazionalismi chiusi e aggressivi (cfr Fratelli tutti, 11) e l’individualismo radicale (cfr ibid., 105) sgretolano o dividono il noi, tanto nel mondo quanto all’interno della Chiesa. E il prezzo più alto lo pagano coloro che più facilmente possono diventare gli altri: gli stranieri, i migranti, gli emarginati, che abitano le periferie esistenziali.

In realtà, siamo tutti sulla stessa barca e siamo chiamati a impegnarci perché non ci siano più muri che ci separano, non ci siano più gli altri, ma solo un noi, grande come l’intera umanità. Per questo colgo l’occasione di questa Giornata per lanciare un duplice appello a camminare insieme verso a un noi sempre più grande, rivolgendomi anzitutto ai fedeli cattolici e poi a tutti gli uomini e le donne del mondo.

Una Chiesa sempre più cattolica

Per i membri della Chiesa Cattolica tale appello si traduce in un impegno ad essere sempre più fedeli al loro essere cattolici, realizzando quanto San Paolo raccomandava alla comunità di Efeso: «Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo» (Ef 4,4-5).

Infatti la cattolicità della Chiesa, la sua universalità è una realtà che chiede di essere accolta e vissuta in ogni epoca, secondo la volontà e la grazia del Signore che ci ha promesso di essere con noi sempre, fino alla fine dei tempi (cfr Mt 28,20). Il suo Spirito ci rende capaci di abbracciare tutti per fare comunione nella diversità, armonizzando le differenze senza mai imporre una uniformità che spersonalizza. Nell’incontro con la diversità degli stranieri, dei migranti, dei rifugiati, e nel dialogo interculturale che ne può scaturire ci è data l’opportunità di crescere come Chiesa, di arricchirci mutuamente. In effetti, dovunque si trovi, ogni battezzato è a pieno diritto membro della comunità ecclesiale locale, membro dell’unica Chiesa, abitante nell’unica casa, componente dell’unica famiglia.

I fedeli cattolici sono chiamati a impegnarsi, ciascuno a partire dalla comunità in cui vive, affinché la Chiesa diventi sempre più inclusiva, dando seguito alla missione affidata da Gesù Cristo agli Apostoli: «Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,7-8).

Oggi la Chiesa è chiamata a uscire per le strade delle periferie esistenziali per curare chi è ferito e cercare chi è smarrito, senza pregiudizi o paure, senza proselitismo, ma pronta ad allargare la sua tenda per accogliere tutti. Tra gli abitanti delle periferie troveremo tanti migranti e rifugiati, sfollati e vittime di tratta, ai quali il Signore vuole sia manifestato il suo amore e annunciata la sua salvezza. «I flussi migratori contemporanei costituiscono una nuova “frontiera” missionaria, un’occasione privilegiata di annunciare Gesù Cristo e il suo Vangelo senza muoversi dal proprio ambiente, di testimoniare concretamente la fede cristiana nella carità e nel profondo rispetto per altre espressioni religiose. L’incontro con migranti e rifugiati di altre confessioni e religioni è un terreno fecondo per lo sviluppo di un dialogo ecumenico e interreligioso sincero e arricchente» (Discorso ai Direttori Nazionali della Pastorale per i Migranti, 22 settembre 2017).

Un mondo sempre più inclusivo

A tutti gli uomini e le donne del mondo va il mio appello a camminare insieme verso un noi sempre più grande, a ricomporre la famiglia umana, per costruire assieme il nostro futuro di giustizia e di pace, assicurando che nessuno rimanga escluso.

Il futuro delle nostre società è un futuro “a colori”, arricchito dalla diversità e dalle relazioni interculturali. Per questo dobbiamo imparare oggi a vivere insieme, in armonia e pace. Mi è particolarmente cara l’immagine, nel giorno del “battesimo” della Chiesa a Pentecoste, della gente di Gerusalemme che ascolta l’annuncio della salvezza subito dopo la discesa dello Spirito Santo: «Siamo Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, Ebrei e proseliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio» (At 2,9-11).

È l’ideale della nuova Gerusalemme (cfr Is 60; Ap 21,3), dove tutti i popoli si ritrovano uniti, in pace e concordia, celebrando la bontà di Dio e le meraviglie del creato. Ma per raggiungere questo ideale dobbiamo impegnarci tutti per abbattere i muri che ci separano e costruire ponti che favoriscano la cultura dell’incontro, consapevoli dell’intima interconnessione che esiste tra noi. In questa prospettiva, le migrazioni contemporanee ci offrono l’opportunità di superare le nostre paure per lasciarci arricchire dalla diversità del dono di ciascuno. Allora, se lo vogliamo, possiamo trasformare le frontiere in luoghi privilegiati di incontro, dove può fiorire il miracolo di un noi sempre più grande.

A tutti gli uomini e le donne del mondo chiedo di impiegare bene i doni che il Signore ci ha affidato per conservare e rendere ancora più bella la sua creazione. «Un uomo di nobile famiglia partì per un paese lontano, per ricevere il titolo di re e poi ritornare. Chiamati dieci dei suoi servi, consegnò loro dieci monete d’oro, dicendo: “Fatele fruttare fino al mio ritorno”» (Lc 19,12-13). Il Signore ci chiederà conto del nostro operato! Ma perché alla nostra Casa comune sia assicurata la giusta cura, dobbiamo costituirci in un noi sempre più grande, sempre più corresponsabile, nella forte convinzione che ogni bene fatto al mondo è fatto alle generazioni presenti e a quelle future. Si tratta di un impegno personale e collettivo, che si fa carico di tutti i fratelli e le sorelle che continueranno a soffrire mentre cerchiamo di realizzare uno sviluppo più sostenibile, equilibrato e inclusivo. Un impegno che non fa distinzione tra autoctoni e stranieri, tra residenti e ospiti, perché si tratta di un tesoro comune, dalla cui cura come pure dai cui benefici nessuno dev’essere escluso.

Il sogno ha inizio

Il profeta Gioele preannunciava il futuro messianico come un tempo di sogni e di visioni ispirati dallo Spirito: «Io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni» (3,1). Siamo chiamati a sognare insieme. Non dobbiamo aver paura di sognare e di farlo insieme come un’unica umanità, come compagni dello stesso viaggio, come figli e figlie di questa stessa terra che è la nostra Casa comune, tutti sorelle e fratelli (cfr Enc. Fratelli tutti, 8).

Preghiera

Padre santo e amato,

il tuo Figlio Gesù ci ha insegnato

che nei Cieli si sprigiona una gioia grande

quando qualcuno che era perduto

viene ritrovato,

quando qualcuno che era escluso, rifiutato o scartato

viene riaccolto nel nostro noi,

che diventa così sempre più grande.

Ti preghiamo di concedere a tutti i discepoli di Gesù

e a tutte le persone di buona volontà

la grazia di compiere la tua volontà nel mondo.

Benedici ogni gesto di accoglienza e di assistenza

che ricolloca chiunque sia in esilio

nel noi della comunità e della Chiesa,

affinché la nostra terra possa diventare,

così come Tu l’hai creata,

la Casa comune di tutti i fratelli e le sorelle. Amen.

Roma, San Giovanni in Laterano, 3 maggio 2021, Festa dei Santi Apostoli Filippo e Giacomo

FRANCESCO

Traduzione in lingua francese

MESSAGE DU SAINT-PÈRE

pour la 107ème Journée Mondiale du Migrant et du Réfugié

«Vers un nous toujours plus grand»

Chers frères et sœurs!

Dans la Lettre encyclique Fratelli tutti, j’ai exprimé une préoccupation et un désir, qui occupent encore une place importante dans mon cœur: «Après la crise sanitaire, la pire réaction serait de nous enfoncer davantage dans une fièvre consumériste et dans de nouvelles formes d’auto-préservation égoïste. Plaise au ciel qu’en fin de compte il n’y ait pas “les autres”, mais plutôt un “nous”!» (n. 35).

C’est pourquoi j’ai pensé consacrer le message de la 107e Journée mondiale du migrant et du réfugié à ce thème: «Vers un nous toujours plus grand», souhaitant ainsi indiquer un horizon clair pour notre parcours commun dans ce monde.

L’histoire du «nous»

Cet horizon est présent dans le projet créatif de Dieu lui-même: «Dieu créa l’homme à son image, à l’image de Dieu il le créa, il les créa homme et femme. Dieu les bénit et leur dit: “Soyez féconds et multipliez-vous”» (Gn 1,27-28). Dieu nous a créés homme et femme, des êtres différents et complémentaires pour former ensemble un nous destiné à devenir toujours plus grand avec la multiplication des générations. Dieu nous a créés à son image, à l’image de son Être Un et Trine, communion dans la diversité.

Et lorsque, à cause de sa désobéissance, l’être humain s’est détourné de Dieu, celui-ci, dans sa miséricorde, a voulu offrir un chemin de réconciliation non pas à des individus, mais à un peuple, à un nous destiné à inclure toute la famille humaine, tous les peuples: «Voici la demeure de Dieu avec les hommes! Il habitera avec eux, et ils seront ses peuples, et lui-même, Dieu avec eux, sera leur Dieu» (Ap 21,3).

L’histoire du salut voit donc un nous au début et un nous à la fin, et au centre le mystère du Christ, mort et ressuscité «afin que tous soient un» (Jn 17,21). Le temps présent, cependant, nous montre que le nous voulu par Dieu est brisé et fragmenté, blessé et défiguré. Et cela se produit surtout dans les moments de grande crise, comme maintenant avec la pandémie. Les nationalismes fermés et agressifs (cf. Fratelli tutti, n. 11) et l’individualisme radical (cf. ibid., n. 105) émiettent ou divisent le nous, tant dans le monde qu’au sein de l’Église. Et le prix le plus élevé est payé par ceux qui peuvent le plus facilement devenir les autres: les étrangers, les migrants, les marginaux, qui vivent dans les périphéries existentielles.

En réalité, nous sommes tous dans le même bateau, et nous sommes appelés à nous engager pour qu’il n’y ait plus de murs qui nous séparent, qu’il n’y ait plus les autres, mais un seul nous, aussi grand que toute l’humanité. C’est pourquoi je profite de cette journée pour lancer un double appel à marcher ensemble vers un nous toujours plus grand, m’adressant d’abord aux fidèles catholiques puis à tous les hommes et femmes du monde.

Une Église toujours plus catholique

Pour les membres de l’Église catholique, cet appel se traduit par un engagement à être toujours plus fidèles à leur être catholique, en réalisant ce que saint Paul a recommandé à la communauté d’Éphèse: «Comme votre vocation vous a tous appelés à une seule espérance, de même il y a un seul Corps et un seul Esprit; il y a un seul Seigneur, une seule foi, un seul baptême» (Ep 4,4-5).

En fait, la catholicité de l’Église, son universalité, est une réalité qui demande à être accueillie et vécue à chaque époque, selon la volonté et la grâce du Seigneur qui nous a promis d’être toujours avec nous, jusqu’à la fin des temps (cf. Mt 28,20). Son Esprit nous rend capables d’embrasser tout le monde pour faire communion dans la diversité, en harmonisant les différences sans jamais imposer une uniformité qui dépersonnalise. Dans la rencontre avec la diversité des étrangers, des migrants, des réfugiés et dans le dialogue interculturel qui peut en naître, nous avons l’opportunité de grandir en tant qu’Église, de nous enrichir mutuellement. En fait, où qu’il soit, chaque baptisé est un membre à part entière de la communauté ecclésiale locale, un membre de l’unique Église, un résident dans l’unique maison, un membre de l’unique famille.

Les fidèles catholiques sont appelés à s’engager, chacun à partir de la communauté dans laquelle il vit, pour que l’Église devienne toujours plus inclusive, poursuivant ainsi la mission confiée par Jésus-Christ aux Apôtres: «Sur votre route, proclamez que le royaume des Cieux est tout proche. Guérissez les malades, ressuscitez les morts, purifiez les lépreux, expulsez les démons. Vous avez reçu gratuitement: donnez gratuitement» (Mt 10,7-8).

Aujourd’hui, l’Église est appelée à sortir dans les rues des périphéries existentielles pour soigner les blessés et chercher les perdus, sans préjugés ni peur, sans prosélytisme, mais prête à élargir sa tente pour accueillir tout le monde. Parmi les habitants des périphéries, nous trouverons de nombreux migrants et réfugiés, des personnes déplacées et des victimes de la traite, auxquels le Seigneur veut que Son amour soit manifesté et Son salut proclamé. «Les flux migratoires contemporains constituent une nouvelle “frontière” missionnaire, une occasion privilégiée d’annoncer Jésus Christ et son Évangile sans quitter son propre milieu, de témoigner de façon concrète de la foi chrétienne dans la charité et dans un profond respect des autres expressions religieuses. La rencontre avec les migrants et les réfugiés d’autres confessions et religions est un terrain fécond pour le développement d’un dialogue œcuménique et interreligieux sincère et enrichissant» (Discours aux Directeurs nationaux de la pastorale des migrants, 22 septembre 2017).

Un monde toujours plus inclusif

C’est à tous les hommes et à toutes les femmes du monde que s’adresse mon appel à marcher ensemble vers un nous toujours plus grand, à recomposer la famille humaine, pour construire ensemble notre avenir de justice et de paix, en veillant à ce que personne ne reste exclu.

L’avenir de nos sociétés est un avenir “en couleurs”, enrichi par la diversité et les relations interculturelles. C’est pourquoi nous devons apprendre aujourd’hui à vivre ensemble en harmonie et dans la paix. J’aime particulièrement l’image, le jour du «baptême» de l’Église à la Pentecôte, du peuple de Jérusalem qui écoute l’annonce du salut immédiatement après la descente de l’Esprit saint: «Nous sommes Parthes, Mèdes et Élamites, habitants de la Mésopotamie, de la Judée et de la Cappadoce, de la province du Pont et de celle d’Asie, de la Phrygie et de la Pamphylie, de l’Égypte et des contrées de Libye proches de Cyrène, Romains de passage, Juifs de naissance et convertis, Crétois et Arabes, et tous nous les entendons parler dans nos langues des merveilles de Dieu» (Ac 2,9-11).

C’est l’idéal de la nouvelle Jérusalem (cf. Is 60; Ap 21,3), où tous les peuples se rassemblent dans la paix et l’harmonie, célébrant la bonté de Dieu et les merveilles de la création. Mais pour atteindre cet idéal, nous devons tous nous efforcer de faire tomber les murs qui nous séparent et de construire des ponts qui favorisent la culture de la rencontre, conscients de l’interconnexion intime qui existe entre nous. Dans cette perspective, les migrations contemporaines nous offrent l’opportunité de surmonter nos peurs pour nous laisser enrichir par la diversité du don de chacun. Ensuite, si nous le voulons, nous pouvons transformer les frontières en lieux de rencontre privilégiés, où le miracle d’un nous de plus en plus grand peut s’épanouir.

Je demande à tous les hommes et à toutes les femmes du monde de faire bon usage des dons que le Seigneur nous a confiés, afin de préserver sa création et de la rendre encore plus belle. «Un homme de la noblesse partit dans un pays lointain pour se faire donner la royauté et revenir ensuite. Il appela dix de ses serviteurs, et remit à chacun une somme de la valeur d’une mine; puis il leur dit: “Faites-les valoir jusqu’à ce que je revienne”» (Lc 19,12-13). Le Seigneur nous demandera de rendre compte de nos actes! Mais pour garantir que notre maison commune soit correctement entretenue, nous devons nous constituer en un «nous» toujours plus grand, toujours plus coresponsable, avec la ferme conviction que tout bien fait au monde l’est pour les générations actuelles et futures. Il s’agit d’un engagement personnel et collectif, qui prend en charge tous les frères et sœurs qui continueront à souffrir tandis que nous cherchons à atteindre un développement plus durable, équilibré et inclusif. Il s’agit d’un engagement qui ne fait aucune distinction entre autochtones et étrangers, entre résidents et hôtes, car il s’agit d’un trésor commun, et personne ne doit être exclu de ses soins et bénéfices.

Le rêve a commencé

Le prophète Joël a prédit que l’avenir messianique serait comme une ère de rêves et de visions inspirés par l’Esprit: «Je répandrai mon esprit sur tout être de chair, vos fils et vos filles prophétiseront, vos anciens seront instruits par des songes, et vos jeunes gens par des visions» (3,1). Nous sommes appelés à rêver ensemble. Nous ne devons pas avoir peur de rêver et de le faire ensemble comme une seule humanité, comme des compagnons de route, comme les fils et filles de cette même terre qui est notre maison commune, tous frères et sœurs (cf. Fratelli tutti, n. 8).

Prière

Père saint et bien-aimé,

ton Fils Jésus nous a enseigné

que dans le ciel une grande joie éclate

quand quelqu’un qui était perdu

est retrouvé,

quand quelqu’un qui a été exclu, rejeté ou écarté

est accueilli de nouveau dans notre nous,

qui devient ainsi toujours plus grand.

Nous te demandons d’accorder à tous les disciples de Jésus

et à toutes les personnes de bonne volonté

la grâce de faire ta volonté dans le monde.

Bénis chaque geste d’accueil et d’assistance

qui place tous ceux qui sont en exil

dans le nous de la communauté et de l’Église,

pour que notre terre puisse devenir,

comme tu l’as créée,

la maison commune de tous les frères et sœurs. Amen.

Rome, Saint-Jean-de-Latran, 3 mai 2021, Fête des Saints Apôtres Philippe et Jacques

FRANÇOIS

Traduzione in lingua inglese

MESSAGE OF HIS HOLINESS POPE FRANCIS

for the 2021 World Day of Migrants and Refugees

Towards an ever wider “we”

Dear Brothers and Sisters,

In the Encyclical Fratelli Tutti, I expressed a concern and a hope that remain uppermost in my thoughts: “Once this health crisis passes, our worst response would be to plunge even more deeply into feverish consumerism and new forms of egotistic self-preservation. God willing, after all this, we will think no longer in terms of ‘them’ and ‘those’, but only ‘us’” (No. 35).

For this reason, I have wished to devote the Message for this year’s World Day of Migrants and Refugees to the theme, Towards An Ever Wider “We”, in order to indicate a clear horizon for our common journey in this world.

The history of this “we”

That horizon is already present in God’s creative plan: “God created humankind in his image, in the image of God he created them; male and female he created them. God blessed them, and God said to them, ‘Be fruitful and multiply’” (Gen 1:27-28). God created us male and female, different yet complementary, in order to form a “we” destined to become ever more numerous in the succession of generations. God created us in his image, in the image of his own triune being, a communion in diversity.

When, in disobedience we turned away from God, he in his mercy wished to offer us a path of reconciliation, not as individuals but as a people, a “we”, meant to embrace the entire human family, without exception: “See, the home of God is among mortals. He will dwell with them; they will be his peoples, and God himself will be with them” (Rev 21:3).

Salvation history thus has a “we” in its beginning and a “we” at its end, and at its centre the mystery of Christ, who died and rose so “that they may all be one” (Jn 17:21). The present time, however, shows that this “we” willed by God is broken and fragmented, wounded and disfigured. This becomes all the more evident in moments of great crisis, as is the case with the current pandemic. Our “we”, both in the wider world and within the Church, is crumbling and cracking due to myopic and aggressive forms of nationalism (cf. Fratelli Tutti, 11) and radical individualism (cf. ibid., 105). And the highest price is being paid by those who most easily become viewed as others: foreigners, migrants, the marginalized, those living on the existential peripheries.

The truth however is that we are all in the same boat and called to work together so that there will be no more walls that separate us, no longer others, but only a single “we”, encompassing all of humanity. Thus I would like to use this World Day to address a twofold appeal, first to the Catholic faithful and then all the men and women of our world, to advance together towards an ever wider “we”.

A Church that is more and more “catholic”

For the members of the Catholic Church, this appeal entails a commitment to becoming ever more faithful to our being “catholic”, as Saint Paul reminded the community in Ephesus: “There is one body and one Spirit, just as you were called to the one hope of your calling, one Lord, one faith, one baptism” (Eph 4:4-5).

Indeed the Church’s catholicity, her universality, must be embraced and expressed in every age, according to the will and grace of the Lord who promised to be with us always, until the end of the age (cf. Mt 28:20). The Holy Spirit enables us to embrace everyone, to build communion in diversity, to unify differences without imposing a depersonalized uniformity. In encountering the diversity of foreigners, migrants and refugees, and in the intercultural dialogue that can emerge from this encounter, we have an opportunity to grow as Church and to enrich one another. All the baptized, wherever they find themselves, are by right members of both their local ecclesial community and the one Church, dwellers in one home and part of one family.

The Catholic faithful are called to work together, each in the midst of his or her own community, to make the Church become ever more inclusive as she carries out the mission entrusted to the Apostles by Jesus Christ: “As you go, proclaim the good news, ‘The kingdom of heaven has come near.’ Cure the sick, raise the dead, cleanse the lepers, cast out demons. You received without payment; give without payment” (Mt 10:7-8).

In our day, the Church is called to go out into the streets of every existential periphery in order to heal wounds and to seek out the straying, without prejudice or fear, without proselytising, but ready to widen her tent to embrace everyone. Among those dwelling in those existential peripheries, we find many migrants and refugees, displaced persons and victims of trafficking, to whom the Lord wants his love to be manifested and his salvation preached. “The current influx of migrants can be seen as a new “frontier” for mission, a privileged opportunity to proclaim Jesus Christ and the Gospel message at home, and to bear concrete witness to the Christian faith in a spirit of charity and profound esteem for other religious communities. The encounter with migrants and refugees of other denominations and religions represents a fertile ground for the growth of open and enriching ecumenical and interreligious dialogue” (Address to the National Directors of Pastoral Care for Migrants, 22 September 2017).

An ever more inclusive world

I also make this appeal to journey together towards an ever wider “we” to all men and women, for the sake of renewing the human family, building together a future of justice and peace, and ensuring that no one is left behind.

Our societies will have a “colourful” future, enriched by diversity and by cultural exchanges. Consequently, we must even now learn to live together in harmony and peace. I am always touched by the scene in the Acts of the Apostles when, on the day of the Church’s “baptism” at Pentecost, immediately after the descent of the Holy Spirit, the people of Jerusalem hear the proclamation of salvation: “We… Parthians, Medes, Elamites, and residents of Mesopotamia, Judea and Cappadocia, Pontus and Asia, Phrygia and Pamphylia, Egypt and the parts of Libya belonging to Cyrene, and visitors from Rome, both Jews and proselytes, Cretans and Arabs – in our own languages we hear them speaking about God’s deeds of power” (2:9-11).

This is the ideal of the new Jerusalem (cf. Is 60; Rev 21:3), where all peoples are united in peace and harmony, celebrating the goodness of God and the wonders of creation. To achieve this ideal, however, we must make every effort to break down the walls that separate us and, in acknowledging our profound interconnection, build bridges that foster a culture of encounter. Today’s migration movements offer an opportunity for us to overcome our fears and let ourselves be enriched by the diversity of each person’s gifts. Then, if we so desire, we can transform borders into privileged places of encounter, where the miracle of an ever wider “we” can come about.

I invite all men and women in our world to make good use of the gifts that the Lord has entrusted to us to preserve and make his creation even more beautiful. “A nobleman went to a distant country to get royal power for himself and then return. He summoned ten of his slaves, and gave them ten pounds, and said to them, ‘Do business with these until I come back’” (Lk 19:12-13). The Lord will also demand of us an account of our work! In order to ensure the proper care of our common home, we must become a “we” that is ever wider and more co-responsible, in the profound conviction that whatever good is done in our world is done for present and future generations. Ours must be a personal and collective commitment that cares for all our brothers and sisters who continue to suffer, even as we work towards a more sustainable, balanced and inclusive development. A commitment that makes no distinction between natives and foreigners, between residents and guests, since it is a matter of a treasure we hold in common, from whose care and benefits no one should be excluded.

The dream begins

The prophet Joel predicted that the messianic future would be a time of dreams and visions inspired by the Spirit: “I will pour out my spirit on all flesh; your sons and your daughters shall prophesy, your old men shall dream dreams, and your young men shall see visions” (Joel 2:28). We are called to dream together, fearlessly, as a single human family, as companions on the same journey, as sons and daughters of the same earth that is our common home, sisters and brothers all (cf. Fratelli Tutti, 8).

Prayer

Holy, beloved Father,

your Son Jesus taught us

that there is great rejoicing in heaven

whenever someone lost is found,

whenever someone excluded, rejected or discarded

is gathered into our “we”,

which thus becomes ever wider.

We ask you to grant the followers of Jesus,

and all people of good will,

the grace to do your will on earth.

Bless each act of welcome and outreach

that draws those in exile

into the “we” of community and of the Church,

so that our earth may truly become

what you yourself created it to be:

the common home of all our brothers and sisters. Amen.

Rome, Saint John Lateran, 3 May 2021, Feast of Saints Philip and James, Apostles

FRANCIS

Traduzione in lingua tedesca

BOTSCHAFT DES HEILIGEN VATERS

zum 107. Welttag des Migranten und Flüchtlings

„Auf dem Weg zu einem immer größeren Wir

Liebe Brüder und Schwestern!

In der Enzyklika Fratelli tutti hatte ich eine Sorge und einen Wunsch geäußert, die weiterhin einen wichtigen Platz in meinem Herzen einnehmen: »Ist die Gesundheitskrise einmal überstanden, wäre es die schlimmste Reaktion, noch mehr in einen fieberhaften Konsumismus und in neue Formen der egoistischen Selbsterhaltung zu verfallen. Gott gebe es, dass es am Ende nicht mehr „die Anderen“, sondern nur ein „Wir“ gibt« (Nr. 35).

So kam mir der Gedanke, die Botschaft zum 107. Welttag des Migranten und Flüchtlings unter das Motto „Auf dem Weg zu einem immer größeren Wir“ zu stellen, um auf diese Weise eine klare Perspektive für unseren gemeinsamen Weg in dieser Welt aufzuzeigen.

Die Geschichte des „Wir“

Diese Perspektive erscheint bereits im göttlichen Schöpfungsplan: »Gott erschuf den Menschen als sein Bild, als Bild Gottes erschuf er ihn. Männlich und weiblich erschuf er sie. Gott segnete sie und Gott sprach zu ihnen: Seid fruchtbar und mehrt euch« (Gen 1,27-28). Gott schuf uns als Mann und Frau, als unterschiedliche und komplementäre Wesen, auf dass wir gemeinsam zu einem Wir werden, das mit jeder neuen Generation weiter wächst. Gott hat uns nach seinem Bild geschaffen, nach dem Bild seines einen und dreifaltigen Seins, Gemeinschaft in Vielfalt.

Als sich der Mensch aufgrund seines Ungehorsams von Gott entfernt hatte, eröffnete Gott in seiner Barmherzigkeit einen Weg der Versöhnung. Dieses Angebot erging nicht an einzelne Individuen, sondern an ein Volk, an ein Wir, das die ganze Menschheitsfamilie, alle Völker umfassen soll: »Seht, die Wohnung Gottes unter den Menschen! Er wird in ihrer Mitte wohnen und sie werden sein Volk sein; und er, Gott, wird bei ihnen sein« (Offb 21,3).

Sowohl am Anfang als auch am Ende der Heilsgeschichte steht also ein Wir, und im Zentrum steht das Geheimnis Christi, der gestorben und auferstanden ist, damit »alle eins seien« (vgl. Joh 17,21). Heute sehen wir jedoch, dass jenes gottgewollte Wir zerbrochen und zersplittert, verwundet und entstellt ist. Und in den Zeiten größerer Krisen, wie jetzt während der Pandemie, wird dies besonders deutlich. Ein verbohrter und aggressiver Nationalismus (vgl. Fratelli tutti, 11) und ein radikaler Individualismus (vgl. ebd., 105) zerbröckeln oder spalten das Wir, sowohl in der Welt als auch innerhalb der Kirche. Und den höchsten Preis zahlen diejenigen, die besonders schnell als Andere gelten: die Ausländer, die Migranten, die Ausgegrenzten, all jene, die an den existentiellen Rändern leben.

In der Tat sitzen wir alle im selben Boot, und wir sind aufgerufen, uns dafür einzusetzen, dass es keine Mauern mehr gibt, die uns trennen, dass es nicht mehr die Anderen gibt, sondern nur noch ein Wir, das die ganze Menschheit umfasst. Deshalb nutze ich diese Gelegenheit des heutigen Welttags zu dem zweifachen Appell, gemeinsam den Weg zu einem immer umfassenderen Wir zu beschreiten, wobei ich mich zunächst an die katholischen Gläubigen und dann an alle Männer und Frauen in der Welt wende.

Eine immer katholischere Kirche

Für die Glieder der katholischen Kirche bedeutet dieser Appell konkret, sich darum zu bemühen, dem eigenen Katholisch-Sein immer mehr gerecht zu werden und das zu verwirklichen, was der heilige Paulus der Gemeinde von Ephesus empfohlen hatte: »Ein Leib und ein Geist, wie ihr auch berufen seid zu einer Hoffnung in eurer Berufung: ein Herr, ein Glaube, eine Taufe« (Eph 4,4-5).

Die Katholizität der Kirche, ihre Universalität, ist nämlich eine Realität, die zu allen Zeiten angenommen und gelebt werden will, so wie es dem Willen und der Gnade des Herrn entspricht, der versprochen hat, immer bei uns zu sein, bis zum Ende der Welt (vgl. Mt 28,20). Sein Geist befähigt uns, eine alle umfassende Gemeinschaft in der Vielfalt zu bilden und dabei die Unterschiede in Einklang zu bringen, was niemals zu einer entpersönlichenden Uniformität führen darf. In der Begegnung mit der Vielfalt der Fremden, der Migranten, der Flüchtlinge und im interkulturellen Dialog, der daraus entstehen kann, haben wir die Möglichkeit, als Kirche zu wachsen und uns gegenseitig zu bereichern. Tatsächlich ist jeder Getaufte, wo auch immer er oder sie sich befinden mag, mit vollem Recht Glied der örtlichen kirchlichen Gemeinschaft, Glied der einen Kirche, Bewohner des einen Hauses, Teil der einen Familie.

Die katholischen Gläubigen sind gerufen, sich ausgehend von ihrer jeweiligen Gemeinschaft dafür einzusetzen, dass die Kirche immer inklusiver wird und so dem Auftrag gerecht wird, den Jesus Christus den Aposteln anvertraut hat: »Geht und verkündet: Das Himmelreich ist nahe. Heilt Kranke, weckt Tote auf, macht Aussätzige rein, treibt Dämonen aus! Umsonst habt ihr empfangen, umsonst sollt ihr geben« (Mt 10,7-8).

Heute ist die Kirche gerufen, hinauszugehen an die existenziellen Peripherien und sich um die zu kümmern, die verwundet sind, und die zu suchen, die sich verirrt haben. Das soll ohne Vorurteile oder Ängste und ohne Proselytismus geschehen, sondern mit der Bereitschaft, alle offen aufzunehmen. Unter den am Rande stehenden Menschen sind viele Migranten und Flüchtlinge, Vertriebene und Opfer von Menschenhandel, denen der Herr durch uns seine Liebe zeigen und sein Heil verkünden will. »Die gegenwärtigen Migrationsflüsse [stellen] einen neuen missionarischen „Horizont“ dar, eine hervorragende Gelegenheit, Jesus Christus und sein Evangelium zu verkündigen, ohne das eigene Umfeld zu verlassen, und den christlichen Glauben in Liebe und tiefer Achtung gegenüber den anderen religiösen Ausdrucksformen zu bezeugen. Die Begegnung mit Migranten und Flüchtlingen anderer Konfessionen und Religionen ist ein fruchtbarer Boden für die Entwicklung eines aufrichtigen und bereichernden ökumenischen und interreligiösen Dialogs« (Ansprache an die Nationaldirektoren für Migrantenpastoral, 22. September 2017).

Eine immer inklusivere Welt

An alle Männer und Frauen in der Welt appelliere ich, sich gemeinsam auf den Weg zu einem immer größeren Wir zu begeben und die Menschheitsfamilie wieder neu zusammenzubringen, um gemeinsam eine Zukunft in Gerechtigkeit und Frieden aufzubauen und dafür zu sorgen, dass niemand außen vor bleibt.

Die Zukunft unserer Gesellschaften ist eine „bunte“ Zukunft, reich an Vielfalt und interkulturellen Beziehungen. Aus diesem Grund müssen wir heute lernen, in Harmonie und Frieden zusammenzuleben. Besonders lieb geworden ist mir die Szene, wie das Volk von Jerusalem an Pfingsten, dem „Tauftag“ der Kirche, unmittelbar nach der Herabkunft des Heiligen Geistes die Verkündigung der Heilsbotschaft vernimmt: »Parther, Meder, und Elamiter, Bewohner von Mesopotamien, Judäa und Kappadokien, von Pontus und der Provinz Asien, von Phrygien und Pamphylien, von Ägypten und dem Gebiet Libyens nach Kyrene hin, auch die Römer, die sich hier aufhalten, Juden und Proselyten, Kreter und Araber – wir hören sie in unseren Sprachen Gottes große Taten verkünden« (Apg 2,9-11).

Dies ist das Ideal des neuen Jerusalem (vgl. Jes 60; Offb 21,3), wo alle Völker in Frieden und Harmonie vereint Gottes Güte und die Wunder der Schöpfung rühmen. Aber um dieses Ideal zu erreichen, müssen wir alle im Bewusstsein einer tiefen gegenseitigen Verbundenheit danach streben, die Mauern einzureißen, die uns trennen, und Brücken zu bauen, die eine Kultur der Begegnung fördern. In dieser Hinsicht geben uns die gegenwärtigen Migrationsbewegungen die Möglichkeit, unsere Ängste zu überwinden und uns von den vielen unterschiedlichen Gaben bereichern zu lassen. Dann können wir, wenn wir es denn wollen, die Grenzen in besondere Orte der Begegnung verwandeln, wo sich das Wunder eines immer umfassenderen Wir ereignen kann.

Ich bitte alle Männer und Frauen in der Welt, die Gaben, die der Herr uns anvertraut hat, gut einzusetzen, um seine Schöpfung zu bewahren und noch schöner zu machen. »Ein Mann von vornehmer Herkunft wollte in ein fernes Land reisen, um die Königswürde für sich zu erlangen und dann zurückzukehren. Er rief zehn seiner Diener zu sich, verteilte unter sie zehn Minen und sagte: Macht Geschäfte damit, bis ich wiederkomme« (Lk 19,12-13). Der Herr wird von uns Rechenschaft über unser Tun verlangen! Damit aber sichergestellt ist, dass unserem gemeinsamen Haus eine angemessene Sorge zuteilwird, müssen wir ein immer umfassenderes Wir werden und Mitverantwortung übernehmen – in der festen Überzeugung, dass alles, was man der Welt an Gutem tut, der gegenwärtigen und den zukünftigen Generationen zugutekommt. Es geht dabei um eine persönliche und kollektive Anstrengung zugunsten aller weiterhin notleidenden Brüder und Schwestern und um den Versuch, eine nachhaltigere, ausgewogenere und inklusivere Entwicklung zu erreichen. Dieses Engagement macht keinen Unterschied zwischen Einheimischen und Fremden, zwischen Einwohnern und Gästen, denn es geht um einen gemeinsamen Schatz, um den sich ausnahmslos alle kümmern und von dem ausnahmslos alle profitieren sollen.

Der Traum beginnt

Der Prophet Joël sagte die messianische Zukunft als eine Zeit der vom Heiligen Geist eingegebenen Träume und Visionen voraus: »Ich werde meinen Geist ausgießen über alles Fleisch. Eure Söhne und Töchter werden Propheten sein, eure Alten werden Träume haben und eure jungen Männer haben Visionen« (3,1). Wir sollen gemeinsam träumen. Wir dürfen keine Angst haben zu träumen, gemeinsam zu träumen als eine einzige Menschheit, als Gefährten auf dem gleichen Weg, als Söhne und Töchter dieser einen Erde, die unser gemeinsames Haus ist und wo wir alle Schwestern und Brüder sind (vgl. Enzyklika Fratelli tutti, 8).

Gebet

Heiliger und geliebter Vater,

dein Sohn Jesus lehrte uns,

dass im Himmel große Freude herrscht,

wenn jemand, der verloren war,

wiedergefunden wird,

wenn jemand, der ausgeschlossen, abgelehnt oder verworfen wurde,

wieder in unser Wir aufgenommen wird,

das auf diese Weise größer und größer wird.

Wir bitten dich: Gewähre allen Jüngern Jesu

und allen Menschen guten Willens die Gnade,

deinen Willen in der Welt zu tun.

Segne jede Geste des Willkommens und der Hilfe,

welche einen jeden im Exil Lebenden

wieder in das Wir des gesellschaftlichen und kirchlichen Lebens integriert,

damit unsere Erde so werden kann,

wie du sie geschaffen hast:

das gemeinsame Haus aller Brüder und Schwestern. Amen.

Rom, Sankt Johannes im Lateran, am 3. Mai 2021, Fest der Heiligen Apostel Philippus und Jakobus.

FRANZISKUS

Traduzione in lingua spagnola

MENSAJE DEL SANTO PADRE FRANCISCO

para la 107.ª Jornada Mundial del Migrante y del Refugiado 2021

“Hacia un nosotros cada vez más grande”

Queridos hermanos y hermanas:

En la Carta encíclica Fratelli tutti expresé una preocupación y un deseo que todavía ocupan un lugar importante en mi corazón: «Pasada la crisis sanitaria, la peor reacción sería la de caer aún más en una fiebre consumista y en nuevas formas de autopreservación egoísta. Ojalá que al final ya no estén “los otros”, sino sólo un “nosotros”» (n. 35).

Por eso pensé en dedicar el mensaje para la 107.ª Jornada Mundial del Migrante y del Refugiado a este tema: “Hacia un nosotros cada vez más grande”, queriendo así indicar un horizonte claro para nuestro camino común en este mundo.

La historia del “nosotros”

Este horizonte está presente en el mismo proyecto creador de Dios: «Dios creó al ser humano a su imagen, lo creó a imagen de Dios, los creó varón y mujer. Dios los bendijo diciendo: “Sean fecundos y multiplíquense”» (Gn 1,27-28). Dios nos creó varón y mujer, seres diferentes y complementarios para formar juntos un nosotros destinado a ser cada vez más grande, con el multiplicarse de las generaciones. Dios nos creó a su imagen, a imagen de su ser uno y trino, comunión en la diversidad.

Y cuando, a causa de su desobediencia, el ser humano se alejó de Dios, Él, en su misericordia, quiso ofrecer un camino de reconciliación, no a los individuos, sino a un pueblo, a un nosotros destinado a incluir a toda la familia humana, a todos los pueblos: «¡Esta es la morada de Dios entre los hombres! Él habitará entre ellos, ellos serán su pueblo y Dios mismo estará con ellos» (Ap 21,3).

La historia de la salvación ve, por tanto, un nosotros al inicio y un nosotros al final, y en el centro, el misterio de Cristo, muerto y resucitado para «que todos sean uno» (Jn 17,21). El tiempo presente, sin embargo, nos muestra que el nosotros querido por Dios está roto y fragmentado, herido y desfigurado. Y esto tiene lugar especialmente en los momentos de mayor crisis, como ahora por la pandemia. Los nacionalismos cerrados y agresivos (cf. Fratelli tutti, 11) y el individualismo radical (cf. ibíd., 105) resquebrajan o dividen el nosotros, tanto en el mundo como dentro de la Iglesia. Y el precio más elevado lo pagan quienes más fácilmente pueden convertirse en los otros: los extranjeros, los migrantes, los marginados, que habitan las periferias existenciales.

En realidad, todos estamos en la misma barca y estamos llamados a comprometernos para que no haya más muros que nos separen, que no haya más otros, sino sólo un nosotros, grande como toda la humanidad. Por eso, aprovecho la ocasión de esta Jornada para hacer un doble llamamiento a caminar juntos hacia un nosotros cada vez más grande, dirigiéndome ante todo a los fieles católicos y luego a todos los hombres y mujeres del mundo.

Una Iglesia cada vez más católica

Para los miembros de la Iglesia católica este llamamiento se traduce en un compromiso por ser cada vez más fieles a su ser católicos, realizando lo que san Pablo recomendaba a la comunidad de Éfeso: «Uno solo es el Cuerpo y uno solo el Espíritu, así como también una sola es la esperanza a la que han sido llamados. Un solo Señor, una sola fe, un solo bautismo» (Ef 4,4-5).

En efecto, la catolicidad de la Iglesia, su universalidad, es una realidad que pide ser acogida y vivida en cada época, según la voluntad y la gracia del Señor que nos prometió estar siempre con nosotros, hasta el final de los tiempos (cf. Mt 28,20). Su Espíritu nos hace capaces de abrazar a todos para crear comunión en la diversidad, armonizando las diferencias sin nunca imponer una uniformidad que despersonaliza. En el encuentro con la diversidad de los extranjeros, de los migrantes, de los refugiados y en el diálogo intercultural que puede surgir, se nos da la oportunidad de crecer como Iglesia, de enriquecernos mutuamente. Por eso, todo bautizado, dondequiera que se encuentre, es miembro de pleno derecho de la comunidad eclesial local, miembro de la única Iglesia, residente en la única casa, componente de la única familia.

Los fieles católicos están llamados a comprometerse, cada uno a partir de la comunidad en la que vive, para que la Iglesia sea siempre más inclusiva, siguiendo la misión que Jesucristo encomendó a los Apóstoles: «Vayan y anuncien que está llegando el Reino de los cielos. Curen a los enfermos, resuciten a los muertos, limpien a los leprosos y expulsen a los demonios. Lo que han recibido gratis, entréguenlo también gratis» (Mt 10,7-8).

Hoy la Iglesia está llamada a salir a las calles de las periferias existenciales para curar a quien está herido y buscar a quien está perdido, sin prejuicios o miedos, sin proselitismo, pero dispuesta a ensanchar el espacio de su tienda para acoger a todos. Entre los habitantes de las periferias encontraremos a muchos migrantes y refugiados, desplazados y víctimas de la trata, a quienes el Señor quiere que se les manifieste su amor y que se les anuncie su salvación. «Los flujos migratorios contemporáneos constituyen una nueva “frontera” misionera, una ocasión privilegiada para anunciar a Jesucristo y su Evangelio sin moverse del propio ambiente, de dar un testimonio concreto de la fe cristiana en la caridad y en el profundo respeto por otras expresiones religiosas. El encuentro con los migrantes y refugiados de otras confesiones y religiones es un terreno fértil para el desarrollo de un diálogo ecuménico e interreligioso sincero y enriquecedor» (Discurso a los Responsables Nacionales de la Pastoral de Migraciones, 22 de septiembre de 2017).

Un mundo cada vez más inclusivo

A todos los hombres y mujeres del mundo dirijo mi llamamiento a caminar juntos hacia un nosotros cada vez más grande, a recomponer la familia humana, para construir juntos nuestro futuro de justicia y de paz, asegurando que nadie quede excluido.

El futuro de nuestras sociedades es un futuro “lleno de color”, enriquecido por la diversidad y las relaciones interculturales. Por eso debemos aprender hoy a vivir juntos, en armonía y paz. Me es particularmente querida la imagen de los habitantes de Jerusalén que escuchan el anuncio de la salvación el día del “bautismo” de la Iglesia, en Pentecostés, inmediatamente después del descenso del Espíritu Santo: «Partos, medos y elamitas, los que vivimos en Mesopotamia, Judea, Capadocia, Ponto y Asia, Frigia y Panfilia, Egipto y la zona de Libia que limita con Cirene, los peregrinos de Roma, judíos y prosélitos, cretenses y árabes les oímos decir en nuestros propios idiomas las grandezas de Dios» (Hch 2,9-11).

Es el ideal de la nueva Jerusalén (cf. Is 60; Ap 21,3), donde todos los pueblos se encuentran unidos, en paz y concordia, celebrando la bondad de Dios y las maravillas de la creación. Pero para alcanzar este ideal, debemos esforzarnos todos para derribar los muros que nos separan y construir puentes que favorezcan la cultura del encuentro, conscientes de la íntima interconexión que existe entre nosotros. En esta perspectiva, las migraciones contemporáneas nos brindan la oportunidad de superar nuestros miedos para dejarnos enriquecer por la diversidad del don de cada uno. Entonces, si lo queremos, podemos transformar las fronteras en lugares privilegiados de encuentro, donde puede florecer el milagro de un nosotros cada vez más grande.

Pido a todos los hombres y mujeres del mundo que hagan un buen uso de los dones que el Señor nos ha confiado para conservar y hacer aún más bella su creación. «Un hombre de familia noble viajó a un país lejano para ser coronado rey y volver como tal. Entonces llamó a diez de sus servidores y les distribuyó diez monedas de gran valor, ordenándoles: “Hagan negocio con el dinero hasta que yo vuelva”» (Lc 19,12-13). ¡El Señor nos pedirá cuentas de nuestras acciones! Pero para que a nuestra casa común se le garantice el cuidado adecuado, tenemos que constituirnos en un nosotros cada vez más grande, cada vez más corresponsable, con la firme convicción de que el bien que hagamos al mundo lo hacemos a las generaciones presentes y futuras. Se trata de un compromiso personal y colectivo, que se hace cargo de todos los hermanos y hermanas que seguirán sufriendo mientras tratamos de lograr un desarrollo más sostenible, equilibrado e inclusivo. Un compromiso que no hace distinción entre autóctonos y extranjeros, entre residentes y huéspedes, porque se trata de un tesoro común, de cuyo cuidado, así como de cuyos beneficios, nadie debe quedar excluido.

El sueño comienza

El profeta Joel preanunció el futuro mesiánico como un tiempo de sueños y de visiones inspiradas por el Espíritu: «derramaré mi espíritu sobre todo ser humano; sus hijos e hijas profetizarán; sus ancianos tendrán sueños, y sus jóvenes, visiones» (3,1). Estamos llamados a soñar juntos. No debemos tener miedo de soñar y de hacerlo juntos como una sola humanidad, como compañeros del mismo viaje, como hijos e hijas de esta misma tierra que es nuestra casa común, todos hermanos y hermanas (cf. Fratelli tutti, 8).

Oración

Padre santo y amado,

tu Hijo Jesús nos enseñó

que hay una gran alegría en el cielo

cuando alguien que estaba perdido

es encontrado,

cuando alguien que había sido excluido, rechazado o descartado

es acogido de nuevo en nuestro nosotros,

que se vuelve así cada vez más grande.

Te rogamos que concedas a todos los discípulos de Jesús

y a todas las personas de buena voluntad

la gracia de cumplir tu voluntad en el mundo.

Bendice cada gesto de acogida y de asistencia

que sitúa nuevamente a quien está en el exilio

en el nosotros de la comunidad y de la Iglesia,

para que nuestra tierra pueda ser,

tal y como Tú la creaste,

la casa común de todos los hermanos y hermanas. Amén.

Roma, San Juan de Letrán, 3 de mayo de 2021, Fiesta de los santos apóstoles Felipe y Santiago.

FRANCISCO

Traduzione in lingua portoghese

MENSAGEM DO SANTO PADRE

para o 107º Dia Mundial do Migrante e do Refugiado

«Rumo a um nós cada vez maior»

Queridos irmãos e irmãs!

Na carta encíclica Fratelli tutti, deixei expressa uma preocupação e um desejo, que continuo a considerar importantes: «Passada a crise sanitária, a pior reação seria cair ainda mais num consumismo febril e em novas formas de autoproteção egoísta. No fim, oxalá já não existam “os outros”, mas apenas um “nós”» (n. 35).

Por isso pensei dedicar a mensagem para o 107º Dia Mundial do Migrante e do Refugiado ao tema «Rumo a um nós cada vez maior», pretendendo assim indicar claramente um horizonte para o nosso caminho comum neste mundo.

A história do «nós»

Este horizonte encontra-se no próprio projeto criador de Deus: «Deus criou o ser humano à sua imagem, criou-o à imagem de Deus; Ele os criou homem e mulher. Abençoando-os, Deus disse-lhes: “Crescei, multiplicai-vos”» (Gn 1, 27-28). Deus criou-nos homem e mulher, seres diferentes e complementares para formarem, juntos, um nós destinado a tornar-se cada vez maior com a multiplicação das gerações. Deus criou-nos à sua imagem, à imagem do seu Ser Uno e Trino, comunhão na diversidade.

E quando o ser humano, por causa da sua desobediência, se afastou d’Ele, Deus, na sua misericórdia, quis oferecer um caminho de reconciliação, não a indivíduos isoladamente, mas a um povo, um nós destinado a incluir toda a família humana, todos os povos: «Esta é a morada de Deus entre os homens. Ele habitará com eles; eles serão o seu povo e o próprio Deus estará com eles e será o seu Deus» (Ap 21, 3).

Assim, a história da salvação vê um nós no princípio e um nós no fim e, no centro, o mistério de Cristo, morto e ressuscitado «para que todos sejam um só» (Jo 17, 21). Mas o tempo presente mostra-nos que o nós querido por Deus está dilacerado e dividido, ferido e desfigurado. E isto verifica-se sobretudo nos momentos de maior crise, como agora com a pandemia. Os nacionalismos fechados e agressivos (cf. Fratelli tutti, 11) e o individualismo radical (cf. ibid., 105) desagregam ou dividem o nós, tanto no mundo como dentro da Igreja. E o preço mais alto é pago por aqueles que mais facilmente se podem tornar os outros: os estrangeiros, os migrantes, os marginalizados, que habitam as periferias existenciais.

Na realidade, estamos todos no mesmo barco e somos chamados a empenhar-nos para que não existam mais muros que nos separam, nem existam mais os outros, mas só um nós, do tamanho da humanidade inteira. Por isso aproveito a ocasião deste Dia Mundial para lançar um duplo apelo a caminharmos juntos rumo a um nós cada vez maior, dirigindo-me em primeiro lugar aos fiéis católicos e depois a todos os homens e mulheres da terra.

Uma Igreja cada vez mais católica

Para os membros da Igreja Católica, este apelo traduz-se num esforço por se configurarem cada vez mais fielmente ao seu ser de católicos, tornando realidade aquilo que São Paulo recomendava à comunidade de Éfeso: «Um só corpo e um só espírito, assim como a vossa vocação vos chama a uma só esperança; um só Senhor, uma só fé, um só batismo» (Ef 4, 4-5).

De facto, a catolicidade da Igreja, a sua universalidade é uma realidade que requer ser acolhida e vivida em cada época, conforme a vontade e a graça do Senhor que prometeu estar sempre connosco até ao fim dos tempos (cf. Mt 28, 20). O seu Espírito torna-nos capazes de abraçar a todos para se fazer comunhão na diversidade, harmonizando as diferenças sem nunca impor uma uniformidade que despersonaliza. No encontro com a diversidade dos estrangeiros, dos migrantes, dos refugiados e no diálogo intercultural que daí pode brotar, é-nos dada a oportunidade de crescer como Igreja, enriquecer-nos mutuamente. Com efeito, todo o batizado, onde quer que se encontre, é membro de pleno direito da comunidade eclesial local e membro da única Igreja, habitante na única casa, componente da única família.

Os fiéis católicos são chamados, cada qual a partir da comunidade onde vive, a comprometer-se para que a Igreja se torne cada vez mais inclusiva, dando continuidade à missão que Jesus Cristo confiou aos Apóstolos: «Pelo caminho, proclamai que o Reino do Céu está perto. Curai os enfermos, ressuscitai os mortos, purificai os leprosos, expulsai os demónios. Recebestes de graça, dai de graça» (Mt 10, 7-8).

Hoje, a Igreja é chamada a sair pelas estradas das periferias existenciais para cuidar de quem está ferido e procurar quem anda extraviado, sem preconceitos nem medo, sem proselitismo, mas pronta a ampliar a sua tenda para acolher a todos. Entre os habitantes das periferias existenciais, encontraremos muitos migrantes e refugiados, deslocados e vítimas de tráfico humano, aos quais o Senhor deseja que seja manifestado o seu amor e anunciada a sua salvação. «Os fluxos migratórios contemporâneos constituem uma nova “fronteira” missionária, uma ocasião privilegiada para anunciar Jesus Cristo e o seu Evangelho sem se mover do próprio ambiente, para testemunhar concretamente a fé cristã na caridade e no respeito profundo pelas outras expressões religiosas. O encontro com migrantes e refugiados de outras confissões e religiões é um terreno fecundo para o desenvolvimento de um diálogo ecuménico e inter-religioso sincero e enriquecedor» (Papa Francisco, Discurso aos Diretores Nacionais da Pastoral dos Migrantes, 22/IX/2017).

Um mundo cada vez mais inclusivo

A todos os homens e mulheres da terra, apelo a caminharem juntos rumo a um nós cada vez maior, a recomporem a família humana, a fim de construirmos em conjunto o nosso futuro de justiça e paz, tendo o cuidado de ninguém ficar excluído.

O futuro das nossas sociedades é um futuro «a cores», enriquecido pela diversidade e as relações interculturais. Por isso, hoje, devemos aprender a viver, juntos, em harmonia e paz. Encanta-me duma forma particular aquele quadro que descreve, no dia do «batismo» da Igreja no Pentecostes, as pessoas de Jerusalém que escutam o anúncio da salvação logo após a descida do Espírito Santo: «Partos, medos, elamitas, habitantes da Mesopotâmia, da Judeia e da Capadócia, do Ponto e da Ásia, da Frígia e da Panfília, do Egito e das regiões da Líbia cirenaica, colonos de Roma, judeus e prosélitos, cretenses e árabes ouvimo-los anunciar, nas nossas línguas, as maravilhas de Deus» (At 2, 9-11).

É o ideal da nova Jerusalém (cf. Is 60; Ap 21, 3), onde todos os povos se encontram unidos, em paz e concórdia, celebrando a bondade de Deus e as maravilhas da criação. Mas, para alcançar este ideal, devemos todos empenhar-nos por derrubar os muros que nos separam e construir pontes que favoreçam a cultura do encontro, cientes da profunda interconexão que existe entre nós. Nesta perspetiva, as migrações contemporâneas oferecem-nos a oportunidade de superar os nossos medos para nos deixarmos enriquecer pela diversidade do dom de cada um. Então, se quisermos, poderemos transformar as fronteiras em lugares privilegiados de encontro, onde possa florescer o milagre de um nós cada vez maior.

A todos os homens e mulheres da terra, peço que empreguem bem os dons que o Senhor nos confiou para conservar e tornar ainda mais bela a sua criação. «Um homem nobre partiu para uma região longínqua, a fim de tomar posse de um reino e em seguida voltar. Chamando dez dos seus servos, entregou-lhes dez minas e disse-lhes: “Fazei render a mina até que eu volte”» (Lc 19, 12-13). O Senhor pedir-nos-á contas das nossas obras! Mas, para assegurar o justo cuidado à nossa Casa comum, devemos constituir-nos num nós cada vez maior, cada vez mais corresponsável, na forte convicção de que todo o bem feito ao mundo é feito às gerações presentes e futuras. Trata-se dum compromisso pessoal e coletivo, que se ocupa de todos os irmãos e irmãs que continuarão a sofrer enquanto procuramos realizar um desenvolvimento mais sustentável, equilibrado e inclusivo. Um compromisso que não faz distinção entre autóctones e estrangeiros, entre residentes e hóspedes, porque se trata dum tesouro comum, de cujo cuidado e de cujos benefícios ninguém deve ficar excluído.

O sonho tem início

O profeta Joel preanunciava o futuro messiânico como um tempo de sonhos e visões inspirados pelo Espírito: «Derramarei o meu espírito sobre toda a humanidade. Os vossos filhos e as vossas filhas profetizarão, os vossos anciãos terão sonhos e os vossos jovens terão visões» (3, 1). Somos chamados a sonhar juntos. Não devemos ter medo de sonhar e de o fazermos juntos como uma única humanidade, como companheiros da mesma viagem, como filhos e filhas desta mesma terra que é a nossa Casa comum, todos irmãs e irmãos (cf. Fratelli tutti, 8).

Oração

Pai santo e amado,

o vosso Filho Jesus ensinou-nos

que nos Céus se esparge uma grande alegria

quando alguém que estava perdido

é reencontrado,

quando alguém que estava excluído, rejeitado ou descartado

é reinserido no nosso nós,

que assim se torna cada vez maior.

Pedimo-Vos que concedais a todos os discípulos de Jesus

e a todas as pessoas de boa vontade

a graça de cumprirem a vossa vontade no mundo.

Abençoai todo o gesto de acolhimento e assistência

que repõe a pessoa que estiver em exílio

no nós da comunidade e da Igreja,

para que a nossa terra possa tornar-se,

tal como Vós a criastes,

a Casa comum de todos os irmãos e irmãs. Amen.

Roma, em São João de Latrão, na Festa dos Apóstolos São Filipe e São Tiago, 3 de maio de 2021.

FRANCISCO

Traduzione in lingua polacca

ORĘDZIE OJCA ŚWIĘTEGO

na 107. Światowy Dzień Migranta i Uchodźcy

„Ku stale rosnącemu «my»”

Drodzy Bracia i Siostry!

W Encyklice Fratelli tutti wyraziłem troskę i pragnienie, które wciąż zajmują ważne miejsce w moim sercu: „Po zakończeniu kryzysu zdrowotnego najgorszą reakcją byłoby popadnięcie jeszcze bardziej w gorączkę konsumpcjonizmu i w nowe formy postaw samozachowawczego egoizmu. Daj Boże, aby w końcu nie było już innych», a tylko «my»” (n. 35).

Z tego powodu postanowiłem poświęcić orędzie na 107. Światowy Dzień Migranta i Uchodźcy tematowi: „Ku stale rosnącemu «my»”, pragnąc w ten sposób wskazać jasną perspektywę dla naszej wspólnej podróży w tym świecie.

Dzieje „nas”

Perspektywa ta jest obecna w samym stwórczym planie Boga: „Stworzył więc Bóg człowieka na swój obraz, na obraz Boży go stworzył: stworzył mężczyznę i niewiastę. Po czym Bóg im błogosławił, mówiąc do nich: «Bądźcie płodni i rozmnażajcie się»” (Rdz 1, 27-28). Bóg stworzył nas jako mężczyznę i kobietę, istoty różne i uzupełniające się, abyśmy razem tworzyli my, które miało stale rosnąć wraz pomnażaniem się pokoleń. Bóg stworzył nas na swój obraz, na obraz swego Jednego i Trójjedynego istnienia, komunii w różnorodności.

A kiedy z powodu swego nieposłuszeństwa człowiek oddalił się od Boga, Bóg w swoim miłosierdziu zechciał zaproponować drogę pojednania: nie jednostkom, ale całemu ludowi, owemu my które miało zawierać w sobie całą rodzinę ludzką, wszystkie narody: „Oto przybytek Boga z ludźmi: i zamieszka wraz z nimi, i będą oni Jego ludem, a On będzie «Bogiem z nimi»” (Ap 21, 3).

Historia zbawienia dostrzega zatem pewne my na początku i pewne my na końcu, a w jej centrum znajduje się tajemnica Chrystusa, który umarł i zmartwychwstał, „aby wszyscy stanowili jedno” (J 17, 21). Obecny czas pokazuje nam jednak, że my, którego pragnie Bóg, jest rozbite i rozdrobnione, zranione i zniekształcone. A okazuje się to szczególnie w momentach poważniejszych kryzysów, tak, jak obecnie w przypadku pandemii. Zamknięte i agresywne nacjonalizmy (por. Fratelli tutti, 11) oraz radykalny indywidualizm (por. tamże, 105) rozbijają czy też dzielą nas, zarówno w świecie, jak i w obrębie Kościoła. A najwyższą cenę płacą ci, którzy najłatwiej mogą zostać innymi: cudzoziemcy, migranci, zmarginalizowani, ci, którzy mieszkają na peryferiach egzystencjalnych.

W rzeczywistości wszyscy znajdujemy się w tej samej łodzi i jesteśmy wezwani do zaangażowania się, żeby nie było już więcej murów, które nas oddzielają, aby nie było więcej innych, ale tylko jedno my, tak wielkie, jak cała ludzkość. Dlatego też korzystam z okazji jaką stanowi ten Dzień, by zwrócić się z podwójnym apelem o wspólne podążanie ku coraz większemu my, a zwracam się przede wszystkim do wiernych katolików, a następnie do wszystkich mężczyzn i kobiet świata.

Kościół coraz bardziej katolicki

Dla członków Kościoła katolickiego to wezwanie przekłada się na zobowiązanie do coraz większej wierności swojej katolickości, realizując to, co św. Paweł polecał wspólnocie w Efezie: „Jedno jest Ciało i jeden Duch, bo też zostaliście wezwani do jednej nadziei, jaką daje wasze powołanie. Jeden jest Pan, jedna wiara, jeden chrzest” (Ef 4, 4-5).

Istotnie, katolickość Kościoła, jego powszechność, jest rzeczywistością, którą należy przyjmować i przeżywać w każdej epoce, zgodnie z wolą i łaską Pana, który obiecał być z nami zawsze, aż do końca czasów (por. Mt 28, 20). Jego Duch czyni nas zdolnymi do przyjęcia wszystkich, aby tworzyć komunię w różnorodności, zestrajając różnice, ale nigdy nie narzucając jednorodności, która depersonalizuje. W spotkaniu z odmiennością cudzoziemców, migrantów, uchodźców i w dialogu międzykulturowym, który może się z niego zrodzić, otrzymujemy możliwość wzrastania jako Kościół, możliwość wzajemnego ubogacania się. Każdy ochrzczony, gdziekolwiek by się nie znajdował, jest bowiem z mocy prawa członkiem lokalnej wspólnoty kościelnej, członkiem jednego Kościoła, mieszkańcem jednego domu, członkiem jednej rodziny.

Wierni katolicy są wezwani do zaangażowania się, każdy rozpoczynając od wspólnoty, w której żyje, na rzecz tego, aby Kościół stawał się coraz bardziej inkluzywny, kontynuując misję powierzoną przez Jezusa Chrystusa apostołom: „Idźcie i głoście: «Bliskie już jest królestwo niebieskie». Uzdrawiajcie chorych, wskrzeszajcie umarłych, oczyszczajcie trędowatych, wypędzajcie złe duchy! Darmo otrzymaliście, darmo dawajcie!” (Mt 10, 7-8).

Dzisiaj Kościół jest wezwany do wyjścia na ulice peryferii egzystencjalnych, aby leczyć zranionych i szukać zagubionych, bez uprzedzeń i lęku, bez prozelityzmu, ale w gotowości do poszerzenia swojego przybytku, aby móc przyjąć wszystkich. Wśród mieszkańców peryferii znajdziemy wielu migrantów i uchodźców, przesiedleńców i ofiary handlu ludźmi, którym Pan chce objawić swoją miłość i ogłosić swoje zbawienie. „Fale migracyjne stanowią nowy «obszar» misyjny, dogodną okazję, by głosić Jezusa Chrystusa i Jego Ewangelię, nie ruszając się ze swojego środowiska, by konkretnie dawać świadectwo o wierze chrześcijańskiej w miłości i przy głębokim poszanowaniu innych form wyrazu religijnego. Spotkanie z migrantami i uchodźcami innych wyznań i religii jest żyznym gruntem do rozwijania szczerego i ubogacającego dialogu ekumenicznego i międzyreligijnego” (Przemówienie do dyrektorów krajowych duszpasterstwa ds. migrantów, 22 września 2017 r., w: L’Osservatore Romano, wyd. polskie, n. 10 (396)/2017, s. 43).

Świat coraz bardziej inkluzywny

Do wszystkich mężczyzn i kobiet na świecie kieruję mój apel, abyśmy podążali razem ku coraz szerszemu „my”, abyśmy odbudowali rodzinę ludzką, by razem tworzyć naszą przyszłość sprawiedliwości i pokoju, upewniając się, że nikt nie zostanie wykluczony.

Przyszłość naszych społeczeństw to przyszłość „pełna barw”, ubogacona różnorodnością i relacjami międzykulturowymi. Dlatego też musimy dziś nauczyć się żyć razem w harmonii i pokoju. Szczególnie jest mi bliski obraz „chrztu” Kościoła w dniu Pięćdziesiątnicy, obraz mieszkańców Jerozolimy słuchających nauki o Zbawieniu zaraz po zstąpieniu Ducha Świętego: „Partowie i Medowie, i Elamici, i mieszkańcy Mezopotamii, Judei oraz Kapadocji, Pontu i Azji, Frygii oraz Pamfilii, Egiptu i tych części Libii, które leżą blisko Cyreny, i przybysze z Rzymu, Żydzi oraz prozelici, Kreteńczycy i Arabowie - słyszymy ich głoszących w naszych językach wielkie dzieła Boże” (Dz 2, 9-11).

Jest to ideał nowego Jeruzalem (por. Iz 60; Ap 21, 3), w którym wszystkie narody spotykają się w pokoju i harmonii, sławiąc dobroć Boga i cuda stworzenia. Aby jednak osiągnąć ten ideał, musimy wszyscy starać się zburzyć mury, które nas oddzielają i budować mosty, które sprzyjają kulturze spotkania, świadomi istniejących między nami głębokich wzajemnych powiązań. W tej perspektywie, współczesne migracje dają nam możliwość przezwyciężenia naszych lęków, aby pozwolić się ubogacić różnorodnością tego daru jakim jest każdy z nas. Zatem, jeśli tylko tego chcemy, możemy przekształcić granice w uprzywilejowane miejsca spotkania, gdzie może rozkwitnąć cud coraz większego „my”.

Zwracam się do wszystkich mężczyzn i kobiet na świecie, prosząc, aby dobrze wykorzystali dary, które nam powierzył Pan, w celu ocalenia Jego stworzenia i uczynienia go jeszcze piękniejszym. „Pewien człowiek szlachetnego rodu udał się w kraj daleki, aby uzyskać dla siebie godność królewską i wrócić. Przywołał więc dziesięciu sług swoich, dał im dziesięć min i rzekł do nich: «Zarabiajcie nimi, aż wrócę»” (Łk 19, 12-13). Pan zażąda od nas zdania sprawy z tego, co uczyniliśmy! Aby jednak zapewnić naszemu wspólnemu domowi właściwą opiekę, musimy budować coraz szersze „my”, coraz bardziej współodpowiedzialne, mocno przekonani, że każde dobro czynione światu jest czynione dla obecnych i przyszłych pokoleń. Chodzi o zaangażowanie osobiste i zbiorowe, które bierze na siebie odpowiedzialność za wszystkich braci i siostry, którzy nadal cierpią, gdy dążymy do osiągnięcia rozwoju bardziej trwałego, zrównoważonego i sprzyjającego włączeniu społecznemu. Jest to zaangażowanie, które nie czyni rozróżnienia między ludnością rodzimą a cudzoziemcami, między mieszkańcami a gośćmi, ponieważ dotyczy wspólnego skarbu, z troski o który nikt nie powinien być wykluczony, podobnie jak z czerpania zeń korzyści.

Marzenie się rozpoczyna

Prorok Joel przepowiedział mesjańską przyszłość jako czas marzeń i wizji inspirowanych przez Ducha Świętego: „Wyleję potem Ducha mego na wszelkie ciało, a synowie wasi i córki wasze prorokować będą, starcy wasi będą śnili, a młodzieńcy wasi będą mieli widzenia” (3,1). Jesteśmy wezwani do wspólnego marzenia. Nie możemy bać się marzyć i czynić to wspólnie, jako jedna ludzkość, jako towarzysze tej samej drogi, jako synowie i córki tej samej ziemi, która jest naszym wspólnym domem, wszyscy jesteśmy siostrami i braćmi (por. Encyklika Fratelli tutti, 8).

Modlitwa

Święty i umiłowany Ojcze,

Twój Syn Jezus nauczył nas,

że w niebie powstaje wielka radość

kiedy ktoś, kto był zagubiony,

odnalazł się,

gdy ktoś, kto został wykluczony, odrzucony lub odtrącony,

jest przyjmowany z powrotem do naszego „my”,

które staje się w ten sposób coraz większe.

Prosimy Cię, udziel wszystkim uczniom Jezusa

i wszystkim ludziom dobrej woli

łaski pełnienia Twojej woli w świecie.

Pobłogosław każdy gest akceptacji i pomocy,

która wprowadza każdego uchodźcę

do „my” wspólnoty i Kościoła,

aby nasza ziemia mogła się stać,

tak jak Ty ją stworzyłeś,

wspólnym domem wszystkich braci i sióstr. Amen.

Rzym, u św. Jana na Lateranie, 3 maja 2021 r., w święto świętych Apostołów Filipa i Jakuba

FRANCISZEK

Traduzione in lingua araba

رسالة قداسة البابا فرنسيس

في مناسبة اليوم العالمي المائة والسابع للمهاجرين واللاجئين

"نحو "نحن" أكبر وأكبر"

الإخوة والأخوات الأعزّاء!

في الرّسالة العامّة Fratelli tutti "كلّنا إخوة" عبَّرْتُ عن قلق في نفسي وعن رغبة، وما زالا يحتلّان مكانًا مهمًّا في قلبي: «إنّ أسوأ موقف، بعد انتهاء الأزمة الصّحّية، هو أن نعود ونقع في روح استهلاكية محمومة وفي أشكال جديدة من الأنانية وحماية الذات. نأمل ألّا يبقى في النهاية "الآخرون"، إنّما فقط الـ "نحن"» (رقم 35).

لهذا قرّرت أن أخصص هذه الرّسالة لليوم العالمي المائة والسابع للمهاجرين واللاجئين لهذا الموضوع: "نحو "نحن" أكبر وأكبر". أريد بهذا أن أشير إلى أفق واضح لرحلتنا المشتركة في هذا العالم.

قصّة "نحن"

هذا الأفق حاضر في مشروع الله الخالق نفسه: "فَخَلَقَ اللهُ الإِنسانَ على صُورَتِه على صُورَةِ اللهِ خَلَقَه ذَكَرًا وأُنْثى خَلَقَهم وبارَكَهمُ اللهُ وقالَ لهم: اِنْموا واَكْثُروا" (تك 1، 27-28). خلقنا الله ذكورًا وإناثًا، كائناتٍ مختلفةً ومتكاملةً لنشكّل معًا الـ "نحن" والذي يجب أن يصبح أكبر وأكبر بتكاثر الأجيال. لقد خلقنا الله على صورته، على صورة كيانه الواحد والثالوثيّ، شركة في التنوّع.

وعندما نأى الإنسان بنفسه عن الله بسبب عصيانه، أراد الله، برحمته، أن يقدّم طريقًا للمصالحة ليس للأفراد، بل للشّعب، للـ "نحن"، والغاية هي أن يشمل الأسرة البشريّة كلّها، كلّ الشعوب: "هُوَذا مَسكِنُ اللهِ مع النَّاس، فسَيَسكُنُ معهم وهم سيَكونونَ شُعوبَه وهو سيَكونُ اللهُ معَهم" (رؤ 21، 3).

لذلك، فإنّ تاريخ الخلاص يرى ""نحن" في البداية ويرى "نحن" في النهاية، وفي المركز سرّ المسيح الذي مات وقام "لِيَكونوا بِأَجمَعِهم واحِداً" (يو 17، 21). ولكن، يبيّن لنا الوقت الحاضر أنّ الـ "نحن" التي أرادها الله محطمة، ومشرذمة، ومجرحة، ومشوّهة. ويحدث هذا بشكل خاصّ في لحظات الأزمات الكبرى، كما هو الأمر الآن مع الجائحة. القوميّات المنغلقة والعدوانيّة (را. Fratelli tutti "كلّنا إخوة"، 11)، والفرديّة المتطرّفة (را. المرجع نفسه، 105) تُفَتّت أو تُفرّق الـ "نحن"، سواء في العالم أو في داخل الكنيسة. والثّمن الأعلى يدفعه أولئك الذين يمكن أن يصبحوا "الآخرين" بسهولة: الغرباء والمهاجرون والمهمّشون الذين يعيشون في الضواحي الوجوديّة.

في الواقع، نحن جميعًا في المركب نفسه، ونحن مدعوّون لأن نُلزِمَ أنفسنا حتّى لا يكون هناك المزيد من الجدران التي تفصل بيننا، وحتّى لا يكون هناك المزيد من "الآخرون"، ولكن فقط "نحن"، نحن كبير بحجم البشريّة جمعاء. لهذا أغتنم فرصة هذا اليوم لإطلاق نداء مزدوج للسّير معًا نحو "نحن" أكبر وأكبر، مخاطبًا أوّلاً جميع المؤمنين الكاثوليك، ثمّ جميع الرجال والنساء في العالم.

كنيسة كاثوليكيّة أكثر وأكثر

بالنّسبة لأعضاء الكنيسة الكاثوليكيّة، يُترجم هذا النداء إلى التزام بأن يكونوا أكثر إخلاصًا لكونهم كاثوليكيّين، محقّقين ما أوصى به القدّيس بولس لجماعة أفسس: "هُناكَ جَسَدٌ واحِدٌ ورُوحٌ واحِد، كما أَنَّكم دُعيتُم دَعوَةً رَجاؤُها واحِد. وهُناكَ رَبٌّ واحِدٌ وإِيمانٌ واحِدٌ ومَعْمودِيَّةٌ واحِدة" (أف 4، 4-5).

في الواقع، إنّ كاثوليكية الكنيسة (أي طابعها الجامع) وشموليّتها هي حقيقة تقتضي أن تكون مقبولة وقادرة على العيش في كلّ عصر، وفقًا لإرادة الرّبّ ونعمته الذي وعدنا بأن يكون معنا دائمًا إلى نهاية العالم (را. متى 28، 20). يجعلنا روحه قادرين على معانقة الجميع لنحقق الشّركة في التنوّع، والتوفيق بين الاختلافات دون أن نفرض أبدًا توحيدًا يزيل سمة الشخصيّة عن أي واحد. في الّلقاء مع تنوّع الغرباء، والمهاجرين، والّلاجئين، وفي الحوار بين الثقافات الذي يمكن أن ينشأ، نجد الفرصة للنمو ككنيسة، لإغناء بعضنا البعض بشكل متبادل. في الواقع، كلّ معمّدٍ، أينما وُجِد، هو عضو كامل في الجماعة الكنسيّة المحليّة، هو عضو في الكنيسة الواحدة، ومقيم في البيت الوحيد، وعضو في العائلة الوحيدة.

المؤمنون الكاثوليك مدعوّون إلى الالتزام، كلّ منهم بدءًا من الجماعة التي يعيش فيها، إلى أن تصبح الكنيسة أكثر شمولية، متممين الرّسالة التي أوكلها يسوع المسيح إلى الرّسل: "وأَعلِنوا في الطَّريق أَنْ قَدِ اقتَرَبَ مَلَكوتُ السَّمَوات. اِشْفوا المَرْضى، وأَقيموا المَوتى، وأَبرِئوا البُرْص، واطرُدوا الشَّياطين. أَخَذتُم مَجَّاناً فَمَجَّاناً أَعطوا" (متى 10، 7 - 8).

الكنيسة اليوم مدعوّة للخروج إلى طرقات الضواحي الوجوديّة، لشفاء الجرحى والبحث عن الضّالين، دون أحكام مسبقة أو خوف، ودون البحث عن المزيد من الأتباع، مع كونها دائمًا على استعداد لتوسيع خيمتها لاستقبال الجميع. سنجد بين سكّان الضّواحي العديد من المهاجرين، واللاجئين، والمشرّدين وضحايا الاتجار بالبشر، الذين يريد الرّبّ أن يتجلّى حبّه لهم ويُعلن لهم خلاصه. "تدفُّق المهاجرين في عصرنا يكوِّن الحدود الجديدة للرسالة، وهي فرصة مميّزة لإعلان يسوع المسيح وإنجيله دون الابتعاد عن بيئتنا الخاصّة، وللشّهادة للإيمان المسيحيّ في المحبّة وفي احترام عميق للطرق الدينيّة الأخرى. إنّ اللقاء مع المهاجرين واللاجئين من طوائف وديانات أخرى هو أرض خصبة لتطوير حوار مسكونيّ شفّاف ومُغنِي بين الأديان" (خطاب موجه إلى المديرين الوطنيين لرعوية المهاجرين، 22 أيلول/سبتمبر 2017).

عالم شامل أكثر فأكثر

أناشد جميع الرجال والنساء في العالم أن يسيروا معًا نحو "نحن" أكبر وأكبر، لإعادة تكوين الأسرة البشريّة، وبناء مستقبلنا القائم على العدل والسّلام معًا، وضمان عدم استبعاد أيّ شخص.

إنّ مستقبل مجتمعاتنا هو مستقبل "ذو ألوان" عديدة، غنيٌّ بالتنوّع والعلاقات بين الثقافات. ولهذا يجب أن نتعلّم اليوم كيف نعيش معًا في تناغم وسلام. إنّها صورة عزيزةٌ عليّ بشكل خاص، صورة يوم "معموديّة" الكنيسة في عيد العنصرة، صورة الشعوب في القدس التي تصغي إلى إعلان الخلاص بعد حلول الرّوح القدس: "بينَ فَرثِيِّين وميدِيِّين وعَيْلامِيِّين وسُكَّانِ الجزَيرَةِ بَينَ النَّهرَين واليَهوديَّةِ وقَبَّدوقِية وبُنطُس وآسِيَة وفَريجِيَة وبَمفيلِيَة ومِصرَ ونَواحي ليِبيَةَ المُتاخِمَةِ لِقِيرِين، ورومانيِّينَ نُزَلاءَ ههُنا مِن يَهودٍ ودُخَلاء وكَريتِيِّينَ وعَرَب؟ فإِنَّنا نَسمَعُهم يُحَدِّثونَ بِعَجائِبِ اللهِ بِلُغاتِنا" (رسل 2، 9-11).

إنّه المثل الأعلى لأورشليم الجديدة (را. أش 60؛ رؤ 21، 3)، حيث يجد كلّ الناس أنفسهم متّحدين، في سلام وانسجام، يحتفلون بصلاح الله وعجائب الخليقة. ولكن لتحقيق هذا المثل الأعلى، يجب علينا جميعًا أن نعمل بجدّ لهدم الجدران التي تفصل بيننا، وبناء الجسور التي تعزّز ثقافة الّلقاء، فندرك الترابط الحميم الموجود بيننا. من هذا المنظور، يتيح لنا واقع الهجرة المعاصرة الفرصة للتغلّب على مخاوفنا من أجل إغناء أنفسنا بتنوّع الهبات في كلّ شخص. بعد ذلك، إذا أردنا، يمكننا تحويل الحدود إلى أماكن لقاء مميّزة، حيث يمكن أن تزدهر معجزة الـ "نحن" الذي يصير دائمًا أكبر وأكبر.

أطلبُ من الجميع في العالم، رجالًا ونساء، أن يستفيدوا جيّدًا من العطايا التي وضعها الله بين أيدينا، لنحافظ على خليقته ونزيدها جمالًا. "ذَهَبَ رَجُلٌ شَريفُ النَّسَبِ إِلى بَلَدٍ بَعيد، لِيَحصُلَ على المُلْكِ ثُمَّ يَعود. فدَعا عَشرَةَ خُدَّامٍ له، وأَعْطاهم عَشرَةَ أَمْناء وقالَ لهم: تاجِروا بها إِلى أَن أَعود" (لو 19، 12-13). سيحاسبنا الرّبّ على أعمالنا! ولكن من أجل ضمان الرّعاية الصّحيحة لبيتنا المشترك، يجب أن نصنع من أنفسنا "نحن" أكبر فأكبر، ونزداد في المشاركة في المسؤوليّة، ونحن مقتنعون كلّ القناعة بأنّ كلّ خير نصنعه في العالم، نصنعه لصالح الأجيال الحاليّة والمقبلة. إنّه التزام شخصيّ وجماعيّ، يأخذ على عاتقه مسؤوليّة جميع الإخوة والأخوات الذين ما زالوا يتألمون، فيما نسعى لتحقيق تنمية أكثر استدامة وتوازناً وشموليّة. إنّه التزام لا يميّز بين محليين وغرباء، بين مقيمين وضيوف، لأنّه كنز مشترك، ولا يجوز استبعاد أحد من رعايته وفوائده.

ويبدأ الحلم

لقد تنبأ النّبي يوئيل عن المستقبل المسيحانيّ على أنّه وقت أحلام ورؤى يوحي بها الرّوح: "وسيَكونُ بَعدَ هذه أَنِّي أُفيضُ روحي على كُلِّ بَشَر فيَتَنَبَّأَ بنوكم وبَناتُكم ويَحلُمُ شُيوخُكم أَحْلاماً ويَرى شُّبانُكم رُؤًى" (3، 1). نحن مدعوّون لأن نحلم معًا. يجب ألّا نخاف من أن نحلم وأن نقوم بذلك معًا، لأنّنا بشريّة واحدة، ورفقاء في الرّحلة نفسها، وأبناء وبنات لهذه الأرض نفسها التي هي بيتنا المشترك، جميعنا أخوات وإخوة (را. Fratelli tutti "كلّنا إخوة"، 8)

صلاة

أيّها الآب القدّوس والحبيب،

علّمنا ابنك يسوع

أنّ فرحًا عظيمًا يكون في السماء

عندما يعود أحد كان ضائعًا،

وإذا استُبعد أحد أو رفضناه أو فصلناه

ورَحَّبنا به بيننا في الـ "نحن"،

الذي يصبح دائمًا أكبر وأكبر.

نتضرّع إليك أن تمنح جميع تلاميذ يسوع

وكلَّ الناس ذوي النّوايا الحسنة

النعمة ليتمموا إرادتك في العالم.

بارك كلّ مبادرة ترحيب ومساعدة

تضع من جديد كل من كان في المنفى

في الـ "نحن"، في الجماعة وفي الكنيسة،

حتّى تصبح أرضنا،

تمامًا كما خلقتها،

البيت المشترك لجميع الإخوة والأخوات. آمين.

أُعطي في روما، قرب القديس يوحنا في اللاتران، يوم 3 أيار/مايو من العام 2021، في عيد القدّيسَين الرسولَين فيلبّس ويعقوب.

فرنسيس

© http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino.html - 6 maggio 2021


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