Il Paradiso sono gli altri

 

cammino sull'amicizia


prima parte


L'altro prezioso per vedere l'Altro


Con questa affermazione iniziamo il nostro cammino esplorativo e non esaustivo dell'Amicizia. Qui impostiamo il nostro cammino, qui diamo l'antropologia fondata, per correttezza epistemologica, nella scienza degli affetti.
Il lettore saprà da dove partiamo e dove finalmente vogliamo arrivare esplorando assieme nel cammino dell'esperienza, illuminati dallo Spirito, la bellezza della relazione.

L'altro, lui o lei che sia, è stato visto in tanti modi dalla filosofia, dalla scienza del linguaggio e dalla religione. A volte l'altro è stato di ostacolo a Dio magari visto con sospetto. Un pericolo da cui difendersi del puritanesimo ogni tempo, soprattutto se l'altro ha un sesso diverso dal nostro, per cui l'altro non poteva esserci né amico né amica, ma un impedimento al cammino di santità personale che macchiava l'integrità di un cuore indiviso per Dio.

 

Altra visione, figlia anch'essa di questo manicheismo puritano, pone l'altro su un "altare" ideale.

L'altro e stato divinizzato, idolatrato, reso unico e indispensabile in un martirio romantico che passa dal cameratismo a Tristano e Isotta, da Eros e Thanatos e si alimenta nel rincorrersi senza fine in un processo che porta l'ebbrezza di un fuoco inestinguibile, ma che, purtroppo, non rigenera e corrode l'anima. Qui si basa buona parte della letteratura degenerata dell'Amor cortese.


Tutte e due queste visioni sono una violenza all'incarnazione, una bestemmia allo Spirito di Dio, una verità impazzita e menzognera che non ci conduce né al rispetto dell'altro, né al rispetto e all'Amore dell'Altro per eccellenza che è l'Altissimo.

Se l'altro, lui o lei, fosse un impedimento alla nostra maturazione umana e spirituale, sarebbe giusto fuggirlo e non entrare in intimità perché ci brucerebbe e noi con lui con il triste epilogo, però, di illuderci di amare Dio, il Dio vivente, il Dio di Gesù Cristo, il Dio del Verbo fatto uomo e di amare invece una proiezione della nostra infanzia, un idolo scolpito dalla nostra immaturità relazionale e che presto ci soffoca in una stasi spirituale, in una sclerocardia di cui si è vittime e carnefici allo stesso tempo.

Ma se Dio si è fatto carne vuol dire che la carne, cioè la persona umana, è preziosa come mediazione privilegiata per l'incontro con Colui che è per noi irraggiungibile se non morendo.

Infatti "Chi vede Dio muore! " e allora la persona, lui o lei, non è soltanto mediazione necessaria, ma specchio del volto di Colui che si riflette nella sua Chiesa di ogni luogo e ogni tempo. Sarebbe dunque sbagliato pensare alla preziosità dell'altro come ad uno strumento, ad un trampolino, magari preziosissimo per incontrare Lui. No! L'altro è ciò che è e vale per la sua irriducibile unicità che ha perché è un Dono di Dio per me e perché nell'intimità con lui o con lei, nell'intimità che è rispetto dei limiti e dei corpi della storia dei martiri e dunque dell'unicità del suo essere ho l'analogia preziosa per vedere Lui e trovare Lui.


Un Lui che non è geloso che io non solo possa incontrarlo in lui o lei, ma che possa gioire dell'esserci di lui o lei, di questa amicizia che è porta timida e fragile aperta nell'Eternità. Una porta unica e privilegiata che attende il compimento escatologico dei Risorti.

L'Intimità allora è qualcosa di geniale cioè di un dono di Dio e della collaborazione umana a questo dono; l'Intimità è allora innamoramento ma non erotico o di cameratismo, anche se può includere (purificati dal peccato) entrambi, ma è la scelta accolta e coltivata di saltare a pie' pari con slancio al comandamento di "Amarci come Lui ci ha amato".

E' per questo che l'intimità non è possibile con tutti, con il rischio di non viverla con nessuno ma è con un tu ristretto, localizzato, con due occhi e un volto che non esauriscono l'orizzonte relazionale ma lo spalancano nello stile e nell'orizzonte.

Nello stile perché come tu con l'amico o l'amica così sei chiamato ad amare colui che ti è antipatico, non certamente nello slancio ma nella realtà.

Nell'orizzonte perché l'amicizia, se è specchio prezioso dell'Altro, ti apre e dilata il cuore per amare di più, cioè per essere casto. La Castità infatti apre orizzonti senza fine. Guai se li chiudesse, non sarebbe castità ma superbia travestità da purezza.

Non c'è dunque intimità senza castità, né castità senza intimità. Certo l'intimità fa soffrire, ma siamo al riparo dalla sofferenza dell'Amore solo alla fine dei tempi in Paradiso.

C'è da chiedersi tante volte se è più casto chi cade nell'impurità per amore oppure chi si conserva integro genitalmente nella pietrificazione egoistica del cuore; c'è da chiedersi se tradisce chi tradisce o chi pur non tradendo fisicamente il coniuge, lo tradisce trascurandolo umanamente o spiritualmente non amandolo per la sua unicità.
 Certo questi ragionamenti di chiaroscuro non vogliono dare una qualificazione morale, perché è chiaro, che non è bene fare né l'uno né l'altro... tuttavia ognuno se lo chieda.

L'intimità in Dio e per Dio, infatti, è l'unica vera sfida della nostra vita ed è il termometro della nostra maturità umana e spirituale.




 

seconda parte

L'altro prezioso per vedere sé stessi

 

Con Cartesio c'è stato il fondamento filosofico del solipsismo che culminerà ideologicamente in una parabola discendente con E. Kant. Se si confonde il percepito con l'ontologico, se il fondamento della conoscenza è il soggetto e non si entra più in una oggettività che trascende il soggetto stesso, chi è l'altro? A cosa mi "serve"? Se l'ontologia è il mio ragionare, perché ragionare?... Io e soltanto io sono il termine ultimo della conoscenza ma, purtroppo, chi potrà conoscere un'immagine senza uno specchio?

Sono dunque limitato e lo sono doppiamente per il fatto che non potrò vedere di essere limitato e finito, bello o brutto, dignitoso e cadente... senza uno specchio sarò costretto ad inventarmi ciò che non sono per conservare la stima di me stesso, la mia amabilità, per sopravvivere e non morire di un lento nulla. Qui si fonda il nichilismo di ogni tempo.


Ecco da qui l'importanza di uno specchio significativo, amante critico della mia persona e del mio essere.

L'altro il mio amico, la mia amica sono così preziosi perché sono il mio specchio, mi danno la possibilità di conoscere i miei limiti, ma soprattutto la mia incancellabile dignità. In fin dei conti la mia dignità incontrovertibile, l'immagine dell'Altissimo Gesù Cristo, l'immagine di essere figlio nel Figlio non mi è dato di conoscerla senza l'altro e soprattutto da quell'altro o altra che mi dona di essere "amato per me stesso" e non per le mie proiezioni.

E la mia dignità sta nello scoprire con gioia e serenità il mio limite, questo "caro me stesso mio" circoscritto e non onnipotente accanto ad un altro o altra che come me è limitato/a e dunque bello proprio per questo.


Frutto di tutte le nevrosi è la mancanza di un altro bello, splendente, vero, perdonante e perdonato, che mi sta accanto e che mi evita l'oblio di cadere nel suicidio del sé, che è l'onnipotenza impazzita: questo è l'inferno. Così l'altro non solo diventa per me specchio, ma compagnia concreta; mi aiuta a scoprire i miei contorni, il mio volto, le mie preziose metamorfosi, scopro quanto il finito mi apra all'infinito non solo per necessità come può un fiume approdare al mare, ma proprio perché il mare si è circoscritto nel fiume per essere ricco.


Con sorpresa e lacrime scopro che l'altro come me e con me è segno e sacramento d'infinito e che essendo la carne di Cristo per me, mi apre non solo all'Altro ma anche alla più profonda dignità di me stesso.

Ecco che allora l'incontro con l'altro, con l'amica o l'amico è prezioso quando cerca l'autentico presente, "dove due o più sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro" questo dice Gesù per far capire che la Sua sacramentale presenza è data nell'incontro con un volto non solo della moltitudine della comunità ma anche in quello più umile, ma necessario dell'amicizia. I due orizzonti relazionali sono come le due facce di una medaglia. Senza la comunità l'amicizia diventerebbe una fuga e senza l'amicizia la comunità sarebbe atrofizzata proprio perché l'una illumina l'altra e l'una in qualche modo è fonte dell'altra.


Per questo Maria è figura della Chiesa e anche la Chiesa è figura di Maria non solo in rapporto ad ogni battezzato ma innanzitutto in rapporto a Gesù. L'uomo Gesù cosa sarebbe stato senza la sua relazione di figliolanza, di amicizia e in certo qual modo di sponsalità sempre con Maria? L'uomo Gesù, sacerdote, cosa sarebbe stato senza la comunità?

Queste due figure femminili, reali e archetipiche, Maria e la Chiesa, sono le due donne di Cristo. Questo prototipo relazionale illumina la coscienza di ogni battezzato nelle sue relazioni con la comunità e con le amicizie. Gesù è stato vero uomo grazie a questi due volti, alimentati e amati con totale gratuità, con distinzione, e senza mescolanza.

Per entrambi ha sofferto, per entrambi ha gioito, per entrambi è vissuto, per entrambi è stato uomo e sacerdote formante e formato. Qui ci illumina la coscienza sacerdotale non solo del battezzato ma anche del ministro.

Se un sacerdote ordinato non amasse la Chiesa e non avesse un'amicizia casta con Maria e con i fratelli non riprodurrebbe in sé stesso il sacerdozio di Cristo in pienezza?

E' per questo che Don Milani giustamente diceva, con parole forti,  che i preti rischiano di essere come le prostitute: amano  tutti per non amare nessuno. Ma questo è valido per ogni battezzato chiamato a fare un'autentica esperienza di amore ecclesiale.

Colui che non ama qualcuno con il peso, la gioia, la temperanza, il rispetto e la donazione della relazione si difende e non ama più nemmeno la Chiesa, ma soprattutto non ama se stesso e non diventa ciò che è, icona di Cristo Gesù. 



 

terza parte

L'altro prezioso per amare tutti e ciascuno

 

Se l'altro mi dona l'Altro, se l'altro mi dona me stesso, egli si pone come principio o mezzo di relazione?

L'altro di  fatto somiglia più ad una fonte che ad una mia proprietà, a qualcosa che sgorga dalla mia vita e a qualcosa che fa sgorgare vita nella mia vita. Accade nel nostro cammino che ci troviamo a volte paralizzati, incapaci di un semplice gesto di presenza amorosa, incapaci di grandi orizzonti, che ci scuota dal nostro feriale egoismo ecco che, allora, l'amico si pone come un "martello pneumatico" che rompe decisamente la nostra dura scorza di autocommiserazione e ci pone a 360° verso le necessità universali e quelle di un volto che ci viene incontro.


L'altro è allora la parte necessaria, il modo e l'esistente con cui l'unica vera fonte, il Padre, si rende manifesta. E' infatti Dio Padre l'eterna incessante fonte di gratuità e l'amico si pone come strumento e icona di questa fonte. L'altro è un innamoramento... è l'evento nuovo che scardina il nostro piccolo mondo fatto di borghesia, opportunismo, carriera, narcisismo spirituale. L'altro non è un camerata né un amante clandestino, bensì un "sole che sorge" e ti fa sorgere dalla tua notte di relazione, dalle tue fughe quotidiane.


L'altro è dunque sia mezzo che fine. Per Lui incontro Dio e in Lui incontro Dio; illumina e non esaurisce il divino; l'altro mi apre alla Carità.

Mi mostra che amare tutti non ha senso se non amo ciascuno. Proprio l'altro è quel ciascuno che mi interroga e mi scuote dal torpore del buonismo e del "volemose bene". Mi provoca ad una castità Cristica aperta all'universale e al particolare; smonta pezzo dopo pezzo il mio sentirmi a posto, giustificato in una falsa autostima.

L'altro non rassicura la mia autostima ma mi spinge oltre i deserti del farisaico equilibrio verso orizzonti desatellizzati li dove non pensavo.. mi spinge a spiegare le vele e a "dimenticarlo" per incontrare un altro che sia altro, dirige i miei occhi del cuore verso un altro sguardo... e così facendo non lo perdo.. ma lo ritrovo di nuovo e di nuovo ancora; pensavo di perderlo e invece era sempre con me come Isacco per Abramo.


L'altro mi spinge a "sacrificarlo" dicendo salendo insieme sul monte:"dov'è l'agnello del sacrificio?".

L'altro, se veramente è tale, si offre come agnello perché io abbia la vita e sappia amare tutti e ciascuno..

è dunque in certo qual modo padre e madre, diritto e dolcezza, regola e accoglienza, fortezza e tenerezza.


L'altro non è un tu generico ma un incontro di rispettosa intimità verso due occhi, un volto e la moltitudine drammatica, ricca e gravosa del genere umano. Ha una sua dignità piena indipendentemente dal mio sguardo e che gli è stata donata da coLui che è sommo Altro, somma identità e pienzza dell'essere.

Venerdì della XXIX settimana delle ferie del Tempo Ordinario

S. Giovanni da Capestrano, sacerdote (1386-1456)

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