Al di là del confine

0901je10di ROMANO GUARDINI

L’ opera di Dio non è ancora conclusa. L’azione redentrice prosegue. Cristo non ha ancora portato a termine ciò che ha iniziato, non ha ancora portato al suo pie-no compimento la risoluzione del padre. Per prima cosa egli è venuto nel mondo. Poi ha vissuto nell’oscurità di un’esistenza servi-le e ha affrontato il destino della morte, è stato sepolto ed è disce-so nell’oltretomba. Poi è risorto nella gloria ed è andato via...
Il fedele però, che vede come vanno le cose, non può sottrarsi alla do-manda: «Che cosa ne è di tutto questo? Non si comporta forse il mondo come se non fosse acca-duto nulla? Non è che, alla fine, non sarà successo niente di più che in altri eventi storici?». La ri-velazione risponde: «No, l’opera del Signore prosegue. Egli tornerà. Sta già tornando». E l’esserci mondano, apparentemente così ben consolidato, sta in verità sotto l’ombra di questa venuta.
Cristo viene per due vie, che però sono una — esse sono diver-se solo per noi, che manteniamo spazialmente distinti il dentro dal fuori, la dimensione della profon-dità e quella dell’estensione. La prima venuta avviene nell’interio-rità dell’uomo, parte dalla sua profondità, risale da un’insonda-bile profondità. Cristo sa risalire per questa via e preme per trovare la realizzazione di cui abbiamo parlato... Al tempo stesso però si svolge un’altra venuta, che parte dal margine del tempo, dalla fine della storia, dall’eterni-tà, e si attua in quell’ora che solo il pa-dre conosce. Da lì essa preme per entrare, e l’ora presente risente della pressione di que-sta venuta. Nelle chiese dei primi cristiani, nell’abside che sovrasta l’altare c’è un enorme Cristo che sembra do-minare l’intero spazio della chiesa intera. Spesso le sue dimensio-ni non hanno un rap-porto equilibrato con il resto. Ma del resto deve essere così: non si deve esprimere un’armonica condizione del presente bensì qualcosa di inquietante, che scuote la tranquillità dell’esserci terreno, quell’instat di cui parla l’Apocalisse, un’irruzione impetuosa e minacciosa. Questo è Cristo che fa ritorno. Quando egli venga, tuttavia, questo non lo sappiamo. I due movimenti dipendono l’uno dall’altro, anzi in ultima analisi sono una sola e unica cosa: lui è il Signore che prende possesso del suo regno. Il re della parabola, che è stato via e ora fa ritorno. Egli viene risalendo dall’interiorità e rientrando da remote distanze, dal margine della storia. A un certo punto le vie si incontrano, e si ha l’eterno presente. Questa è l’ora, e qui inizia la condizione dell’eternità. Diviene manifesto che egli è il Signore; e con il giudizio universale egli determina se la creatura lo riconosce come Si-gnore e si dispone a rientrare sot-to il suo dominio. Questo sarà l’ultimo evento, prima che non possa più verificarsi alcun evento. In seguito tutto godrà della pienezza della vita eterna. Questo evento è spaventoso. Tutto infatti viene sottoposto a giudizio: noi stessi, le nostre azioni, persino le più intime intenzioni. E tramite noi viene giudicato anche il mondo. E chi potrà superare la prova? Al tempo stesso però [il giudizio universale] è un mistero dell’amore, al quale dobbiamo guardare non solo con preoccu-pazione ma anche con grande fiducia: «Quando queste cose co-minceranno ad accadere, drizzatevi e alzate la testa, perché la vostra liberazione è vicina». Questa infatti è la speranza cristiana: una fiduciosa attesa della venuta ulti-ma del Signore. La sterilità della nostra fede si manifesta in questo, che noi non avvertiamo realmente il timore per la venuta del Signore e per il suo giudizio, non lo facciamo agire nel nostro spirito e nelle nostre azioni, e nemmeno custodiamo in noi stessi l’aspettativa per la ve-nuta. In fondo, nel nostro atteggiamento interiore, è come se il nostro esserci fosse completamente solidale con il mondo. Come se noi pensassimo che il nostro vero esserci coincida con ciò che siamo qui e ora, e che gli eventi che realmente ci riguardano sono quelli che si verificano in questo tempo. L’Altro ci sembra qualcosa che non interviene seriamente; viene percepito come una sorta di sanzione a posteriori, come una specie di valutazione aggiuntiva. Manca la trepida attesa di ciò che viene, la consapevolezza che si tratta dell’autentico... Una volta, in uno dei punti più belli del La-go di Como, discorrevo con un uomo che aveva dietro di sé una vita lunga e ricca di imprese. Era un’ora di tranquillità, e il nostro sguardo si perdeva in lontananza. Egli però parlava della sua vita e del fatto che la morte gli era ormai molto vicina. Non era un cristiano, non aveva nessuna rappresentazione del dopo. E tuttavia provava un senso di viva aspettativa per quello che sa-rebbe successo. Il suo sentimento dell’esserci non si concludeva con la morte, ma si estendeva al di là di essa. Egli guardava oltre la morte come se fosse stato alla fine di un giorno o di un anno, con un’aspettativa seria e al tempo stesso gioiosa, aperta a una nuova vita al di là della svolta, e un tempo a venire che in qualche modo però era già presente... Il mio pensiero torna spesso a quell’uomo, che sotto questo aspetto era un cristiano più pro-fondo di noi. Per noi la morte significa proprio la fine della vita. Poi, legato a una fede spesso faticosa, viene il pensiero del giudizio universale e dell’eternità. La vera coscienza cristiana della vita è permeata da tutt’altra tensione. Essa si estende fino a raggiungere una profondità che è «sotto» a tutte le profondità misurabili con criteri mondani, sebbene sia appena al di sotto della più sottile delle superfici: nell’interiorità cristiana, là dove la realizzazione del «Cristo in noi» porta a maturazione l’Uomo Nuovo. Ed essa si estende anche al di là del confine della morte, in una lontananza che sta al di là di ogni futuro storico, perché risiede nell’inaccessibilità dell’eternità, e al tempo stesso però è sempre davanti a noi: nell’«un giorno» in senso cristiano, da dove Cristo è in cammino verso di noi per portare l’eternità. Essere inquieti a causa di que-sta lontananza, timorosi per la decisione che in essa si prepara — e al tempo stesso però anelare, nell’amore, alla venuta di questa lontananza, perché solo con essa viene l’Autentico, il regno in cui noi stessi ci mostreremo come ciò che realmente siamo, e la creazione si rivelerà nella sua novità, e Dio sarà Tutto in Tutto: questo è il modo in cui il cristiano deve esistere.

© Osservatore Romano - 23 marzo 2013


Sabato della II settimana delle ferie del Tempo Ordinario

S. Marianne (Barbara) Cope di Molokai, religiosa (1838-1918)

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