Come l’amaro divenne dolce

francesco-abbraccia-Cristo-1Un tema che emerge chiaro dagli scritti del santo di Assisi


di FELICE ACCROCCA

Il tema della misericordia ha caratterizzato in modo significativo questo primo periodo del pontificato di Papa Francesco. Nel suo primo Angelus, domenica 17 marzo, commentando l’episodio della donna adultera salvata da Gesù (Giovanni, 8, 1-11), egli ricordava che «il volto di Dio è quello di un padre misericordioso, che sempre ha pazienza»; poi, riferendo parole che gli erano state dette da una donna ultraottantenne, ribadiva che Dio «mai si stanca di perdonare, ma noi, a volte, ci stanchiamo di chiedere perdono».
E ai sacerdoti da lui ordinati, domenica 21 aprile, ha chiesto, «in nome di Cristo e della Chiesa: per favore, non vi stancate di essere misericordiosi». Gli esempi si potrebbero, già in questo scorcio di pontificato, moltiplicare. E l’altro Francesco, il santo da cui il Papa ha preso il nome, in quali termini parlava della misericordia e come la visse? Poco prima di morire, nel dettare il suo Te s t a m e n t o , l’Assisiate definì momento capitale della propria conversione l’incontro con i lebbrosi e condannò come peccaminosa la condotta da lui tenuta in gioventù: «Il Signore dette a me, frate Francesco, di incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi, e il Signore stesso mi condusse tra loro e feci misericordia con essi. E allontanandomi da loro, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza dell’anima e del corpo. E in seguito, stetti un poco e uscii dal secolo» (1-3, inFonti francescane, 110). L’inizio della conversione fu così caratterizzato come un «fare misericordia». Da uomo centrato su se stesso egli divenne capace di guardare ai problemi degli altri, fino a condividere, anche nelle modalità esteriori, l’esperienza di vita di coloro che ripresentavano, ai suoi occhi, la viva presenza del Cristo nella storia degli uomini. «Si pensi — scrisse Raoul Manselli — a quella che dovette essere l’umana sofferenza, l’umiliazione senza pari, del figlio del ricco mercante, che accetta di scendere al rango di coloro che erano stati oggetto della sua pietà e della sua misericordia» (Francesco e i suoi compagni, Roma, 1995). Da quell’esperienza di misericordia nacque dunque un uomo nuovo, capace di rovesciare i criteri di valore e di giudizio: l’amaro divenne dolce e ciò che prima era aborrito si trasformò in ragione di vita, divenuto egli stesso strumento di misericordia. La Lettera a un ministrofu da lui redatta, con buona probabilità, nei mesi che precedettero il Capitolo del 1223, durante il quale fu rivisto il testo della Regola da sottoporre all’approvazione papale. Al ministro, ovviamente prostrato dagli scontri con i frati che il suo ruolo di responsabilità non gli risparmiava, Francesco additò quale percorso di vita non la separazione dai fratelli, ma un’immersione totale nella fraternità, priva d’ogni difesa e d’ogni attesa nei riguardi degli altri; affondava, poi, il bisturi nella piaga: «E in questo voglio conoscere se tu ami il Signore e ami me servo suo e tuo, se farai questo, e cioè che non ci sia alcun frate al mondo che abbia peccato quanto poteva peccare, il quale, dopo aver visto i tuoi occhi, se ne torni via senza il tuo perdono misericordioso, se egli lo chiede; e se non chiedesse misericordia, chiedi tu a lui se vuole misericordia. E se in seguito mille volte peccasse davanti ai tuoi occhi, amalo più di me per questo: che tu possa attirarlo al Signore; e abbi sempre misericordia di tali fratelli» (in Fonti francescane, 235). In sintonia con il comandamento evangelico, Francesco chiedeva dunque al ministro di perdonare sinceramente, dal profondo del cuore: il frate peccatore non doveva udire una parola di perdono (con le parole si mente più facilmente), ma leggere negli occhi (che con maggiore difficoltà riescono a mentire) del ministro offeso il perdono ricevuto. Non solo. Il ministro stesso, qualora il frate peccatore non l’avesse fatto, avrebbe dovuto chiedere al fratello se voleva ricevere misericordia, e avrebbe dovuto amarlo ancor più dello stesso Francesco con l’unico obiettivo di attirarlo al Signore, poiché la salvezza dei fratelli era il bene più prezioso tra tutti. D’altronde, non era scritto nella prima Regola: i frati «mostrino con le opere l’amore che hanno fra di loro» (ibidem, 37)? Concludeva poi Francesco: «E notifica ai guardiani, quando potrai, che da parte tua sei deciso a fare così» (ibidem, 236). Il ministro doveva anche impegnarsi pubblicamente ad affrontare questo percorso in salita, mettendosi così nelle mani di eventuali detrattori che, in qualsiasi momento, avrebbero potuto rimproverargli la sua non perfetta coerenza al proposito annunciato. Gli era chiesto, in definitiva, un ministero di misericordia, con l’obiettivo di suscitare misericordia. Nella seconda parte della lettera, allegando un testo che — a suo giudizio — avrebbe dovuto essere incluso nella Regola, testo che il Capitolo poi emendò ampiamente, Francesco chiedeva ancora a tutti i frati che fossero giunti a conoscenza del peccato di un altro frate di avere una «grande misericordia verso di lui», «perché non i sani hanno bisogno del medico, ma i malati». Il custode, poi, avrebbe dovuto provvedere «misericordiosamente» al frate peccatore, così «come vorrebbe si provvedesse a lui medesimo, se si trovasse in un caso simile» (ibidem, 237). Francesco, dunque, insiste sulla misericordia fin quasi a dare l’impressione di voler eccedere. Perché, afferma san Giacomo, «il giudizio sarà senza misericordia contro chi non avrà usato misericordia; la misericordia invece ha sempre la meglio nel giudizio» (Giacomo, 2, 13). E che egli avesse ben presente questo testo di san Giacomo prova ne è il fatto che lo menziona espressamente nella seconda redazione della cosiddetta Lettera ai fedeliche, tra i suoi testi epistolari, fu forse l’ultimo ad essere scritto. Rivolgendosi a tutti i cristiani, Francesco ammoniva: «Coloro poi che hanno ricevuto la potestà di giudicare gli altri, esercitino il giudizio con misericordia, così come essi stessi vogliono ottenere misericordia dal Signore; infatti il giudizio sarà senza misericordia per coloro che non hanno usato misericordia». E ancora: «E colui al quale è demandata l’obbedienza e che è ritenuto maggiore, sia come il minore e servo degli altri fratelli, e nei confronti di ciascuno dei suoi fratelli usi ed abbia quella misericordia che vorrebbe fosse usata verso di lui, qualora si trovasse in un caso simile. E per il peccato del fratello non si adiri contro di lui, ma lo ammonisca e lo conforti con ogni pazienza e umiltà». Era un uomo pacificato quello che scriveva tali cose, capace a sua volta di trasmettere una straordinaria pace interiore, come mostra la penultima delle sue Am m o n i z i o n i , che ci riportano l’eco dei discorsi che negli ultimi anni di vita egli teneva ai suoi frati: «Dove è carità e sapienza, / ivi non è timore né ignoranza. / Dove è pazienza e umiltà, / ivi non è ira né turbamento. / Dove è povertà con letizia, / ivi non è cupidigia né avarizia. / Dove è quiete e meditazione, / ivi non è affanno né dissipazione. / Dove è il timore del Signore a custodire la sua casa, / ivi il nemico non può trovare via d’entrata. Dove è misericordia e discrezione, / ivi non è superfluità né durezza».

© Osservatore Romano - 26 aprile 2013

Sabato della II settimana delle ferie del Tempo Ordinario

S. Marianne (Barbara) Cope di Molokai, religiosa (1838-1918)

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