IL DONO DELLA PERSEVERANZA

Sant Agostinotratto da: http://www.augustinus.it/italiano/dono_perseveranza/index2.htm

A PROSPERO ED ILARIO


La perseveranza fino alla fine.
Ora è giunto il momento di trattare con maggior cura della perseveranza, dato che già nel libro precedente, discutendo dell'inizio della fede, abbiamo introdotto il discorso su quest'argomento.
Dunque noi sosteniamo che la perseveranza con la quale si persevera in Cristo fino alla fine è un dono di Dio, e intendo parlare della fine che pone termine a questa vita, che è la sola nella quale esista il pericolo di cadere. Ciò premesso, è incerto se un individuo abbia ricevuto tale dono, finché resta in questa vita. Se infatti egli cade prima di morire, si dice che non ha perseverato, e lo si dice con tutta verità. Come si potrà sostenere che ha ricevuto o posseduto la perseveranza chi non ha perseverato? Infatti se uno ha la continenza, ma se ne distacca e diventa incontinente, a buon diritto si dice che ha avuto questo dono e che non l'ha più; e lo stesso discorso vale per la giustizia, per la pazienza, per la fede stessa; costui fu continente, o giusto, o paziente, o fedele, finché lo fu, ma quando cessò di esserlo, non è più quello che era. Invece chi non ha perseverato, come ha potuto essere perseverante, dal momento che solo perseverando uno si dimostra perseverante, cosa che appunto costui non fece? Ma poniamo il caso che qualcuno abbia un'opinione diversa e dica: Se dal momento in cui uno è diventato credente, è vissuto, per esempio, dieci anni e alla metà di questo periodo è venuto meno nella fede, non avrà forse perseverato cinque anni? Se uno pensa che si debba chiamare perseveranza anche quella, dato che per un certo periodo è durata, non voglio stare a discutere sulle parole. Ma in nessuna maniera si potrà dire che colui che non ha perseverato fino alla fine abbia avuto la perseveranza della quale parliamo ora, cioè quella con la quale si persevera in Cristo fino alla fine. Al contrario, questa seconda l'ha posseduta chi è stato credente un anno solo, o per un periodo tanto breve quanto è possibile immaginare, se però è vissuto credente finché non è morto; e non l'ha avuta piuttosto chi è stato credente per molti anni, ma è venuto meno alla saldezza della fede un breve momento prima della morte.

E' un dono di Dio: testimonianza della Scrittura.
Stabilito ciò, vediamo se sia un dono di Dio questa perseveranza della quale è detto: Chi avrà perseverato fino alla fine, questo sarà salvo 1. E se questo non è vero, come potrà essere vero quello che dice l'Apostolo: A voi è stato donato per favore di Cristo non solo di credere in lui, ma anche di soffrire per lui 2 ? Una di queste due azioni riguarda un inizio, l'altra una fine, ma l'una e l'altra sono un dono di Dio perché sia dell'una che dell'altra si dice che è stata donata, come abbiamo affermato già anche in precedenza 3. Quale può essere infatti il più autentico inizio per un cristiano se non il credere in Cristo? Quale fine è migliore che patire per Cristo? Per ciò che riguarda il credere in Cristo, è stata escogitata ogni sorta di contraddizione e si è detto che dono di Dio non è l'inizio, ma l'accrescimento della fede; e a questa opinione il Signore ci ha concesso di rispondere più che abbastanza. Ma se a uno è donato di soffrire per Cristo, oppure, arriviamo a questa ipotesi, è donato di morire per Cristo, che motivo troveremo per dire che non gli viene donata in Cristo la perseveranza fino alla fine? Infatti anche l'apostolo Pietro dimostra che questo è un dono di Dio col dire: Se lo richiede la volontà di Dio, è meglio soffrire facendo il bene che facendo il male 4. Quando afferma: Se lo richiede la volontà di Dio, dimostra che il soffrire per Cristo viene donato per opera divina, e non a tutti i santi. Non è che quelli a cui la volontà di Dio non richiede di arrivare alla prova e alla gloria della passione, non arrivino al regno di Dio, anche se perseverano in Cristo fino alla fine. Chi potrebbe dire che non viene donata la perseveranza a coloro che muoiono in Cristo per malattia o per un qualsiasi accidente? Però è vero che una perseveranza ben più difficile viene donata a coloro che affrontano per Cristo la morte stessa. Sì, è più difficile avere il primo che il secondo genere di perseveranza; ma per Colui a cui nulla è difficile, è facile donare sia l'una che l'altra. E' questa che Dio promise quando disse: Donerò il timore di me al loro cuore perché non si allontanino da me 5. Che altro significa la frase se non questo: Il timore verso di me che io metterò nel loro cuore sarà tale e tanto che rimarranno attaccati a me con perseveranza?

Testimonianza della preghiera.
E poi perché si dovrebbe chiedere a Dio questa perseveranza, se non è concessa da lui ? Non sarebbe forse una richiesta beffarda, se si pregasse dal Signore quello che si sa che Egli non concede, e che quindi, se non è lui a concederlo, è in potestà degli uomini? Così pure sarebbe una beffa e non un rendimento di grazie, se si rendesse grazie a Dio di una cosa che Egli non ha donato né compiuto. Ma quello che ho detto precedentemente 6 lo ripeto anche adesso: Non ingannatevi, dice l'Apostolo, non ci si può prendere gioco di Dio 7. O uomo, Dio è testimone non solo delle tue parole, ma anche dei tuoi pensieri; se chiedi con sincerità e fede qualcosa all'immensa ricchezza di lui, devi credere di ricevere quello che chiedi da Colui a cui lo chiedi. Non onorarlo con le labbra mentre in cuore t'innalzi sopra di lui, nella convinzione che tu possiedi da te stesso quello che fingi di pregare da lui. O forse non sarà vero che questa perseveranza si richiede a lui? Chi sostiene ciò non ha bisogno di essere confutato dalle mie argomentazioni, ma piuttosto d'essere caricato delle preghiere dei santi. Ce n'è forse uno fra di essi che non chieda a Dio di perseverare in lui? Nella stessa preghiera che è detta domenicale, perché fu il Signore ad insegnarcela, quando i santi pregano si capisce che praticamente non chiedono quasi altro che la perseveranza.

L'orazione domenicale. Sia santificato il tuo nome.
Leggete con attenzione ben desta il commento a questa preghiera nel libro che ha composto su questo argomento il beato martire Cipriano e che ha per titolo: L'orazione domenicale e vedete quale antidoto era stato preparato tanto precocemente contro i futuri veleni dei pelagiani. Infatti tre sono i punti, come sapete, che con ogni energia la Chiesa cattolica difende contro di loro. Il primo è che la grazia di Dio non viene data secondo i nostri meriti, perché anche tutti i meriti dei giusti sono doni di Dio e per grazia di Dio sono conferiti; il secondo è che, per quanto grande sia la sua giustizia, nessuno può vivere in questo corpo corruttibile senza qualche forma di peccato; infine il terzo è che ogni individuo nasce colpevole del peccato del primo uomo e stretto nel vincolo della condanna, a meno che la colpa che si contrae con la generazione non sia eliminata dalla rigenerazione. Di questi tre argomenti solo quello che ho posto per ultimo non è trattato nel libro del glorioso martire che ho già citato; ma degli altri due si tratta lì con tanta chiarezza che gli eretici che abbiamo nominato, nuovi nemici della grazia di Cristo, si trovano confutati prima ancora di essersi rivelati. Dunque fra questi meriti dei santi che nulla sono se non doni di Dio, egli sostiene che anche la perseveranza lo è con le parole seguenti: Noi diciamo: "Sia santificato il nome tuo", non perché esprimiamo a Dio il desiderio che Egli sia santificato nelle nostre preghiere, ma perché gli chiediamo che il suo nome sia santificato in noi. D'altronde da chi potrebbe essere santificato Dio, se è lui che santifica? Ma poiché è lui che ha detto: "Siate santi, perché anch'io sono santo" 8, lo imploriamo e lo preghiamo affinché, come siamo stati santificati nel battesimo, perseveriamo in quello che abbiamo cominciato ad essere 9. E poco dopo il martire, trattando ancora di questo stesso argomento e insegnandoci a chiedere al Signore la perseveranza, cosa che in nessun modo potrebbe fare rettamente e sinceramente se non fosse anche questo un dono di Dio, dice: Preghiamo perché questa santificazione permanga in noi; e poiché il Signore e giudice nostro ammonisce severamente chi è stato risanato e vivificato da lui a non cadere più in colpa perché non gli accada qualcosa di peggio 10, rivolgiamo questa supplica con continue preghiere, questo preghiamo di giorno e di notte, che la santificazione e la restituzione alla vita che si riceve dalla grazia di Dio sia conservata dalla sua protezione. Allora il nostro dottore intende che noi chiediamo a Dio la perseveranza nella santificazione, in altre parole che noi perseveriamo nella santificazione, quando da santificati diciamo: Sia santificato il tuo nome 11. Che può significare il chiedere ciò che abbiamo ricevuto, se non che ci sia concesso anche questo, che non cessiamo di possederlo? Allo stesso modo un santo, quando prega Dio di essere santo, certo è questo che chiede, di rimanere santo; così pure sarà anche per chi è casto quando prega di essere casto, per chi è continente quando prega di essere continente, per chi è giusto quando prega di essere giusto, per chi è pio quando prega di essere pio; e così via per le altre virtù che noi contro i pelagiani sosteniamo essere doni di Dio. Questo senza dubbio chiedono tutti, di perseverare in quei beni che sanno di aver ricevuto. E se ricevono questa concessione, certo ricevono anche la perseveranza, grande dono di Dio con il quale si conservano tutti gli altri suoi doni.

Venga il tuo regno.
E poi? Quando diciamo: Venga il tuo regno 12, nient'altro chiediamo se non che venga anche per noi quel regno che senza possibilità di dubbio verrà per tutti i santi. Dunque quelli che già sono santi che cosa chiedono con questa frase, se non che rimangano in quella santità che è stata loro concessa? Infatti solo così verrà per loro il regno di Dio, che sicuramente verrà non per altri, ma per quelli che perseverano fino alla fine.

Sia fatta la tua volontà in cielo e in terra.
La terza richiesta è: Sia fatta la tua volontà in cielo e in terra 13, oppure, come si legge in parecchi codici, e più frequentemente si usa da parte di chi prega, come in cielo così in terra. I più intendono la frase così: come i santi angeli, facciamo anche noi la tua volontà. Ma quel dottore e martire vuole che s'intenda per cielo e terra lo spirito e la carne, e pensa che noi chiediamo di fare la volontà di Dio nell'accordo dell'una e dell'altra 14. Egli scorse in queste parole anche un altro senso in sintonia con la fede più sana, e anche di questo abbiamo già parlato sopra 15; si dovrebbe intendere così: i credenti, che non immeritatamente sono chiamati con il nome di cielo per aver già rivestito l'uomo celeste, pregano per i non credenti che sono ancora terra, poiché portano con la prima nascita solamente l'uomo terreno 16. E qui dimostra con evidenza che anche l'inizio della fede è un dono di Dio; in effetti la santa Chiesa prega non solo per i credenti, perché in essi si accresca o perseveri la fede, ma anche per i non credenti, perché comincino ad avere la fede che non avevano affatto o che nel loro cuore addirittura avversavano. Però adesso discutiamo non dell'inizio della fede, di cui abbiamo detto già tanto nel libro precedente, ma di quella perseveranza che dobbiamo conservare fino alla fine e che chiedono indubbiamente anche i santi che fanno la volontà di Dio, quando dicono nella preghiera: Sia fatta la tua volontà. Ma se è già stata fatta in essi, perché chiedono ancora che si faccia, se non per avere perseveranza in quello che hanno cominciato ad essere? Benché a questo punto si potrebbe obiettare: i santi non chiedono che la volontà di Dio sia fatta in cielo, ma che sia fatta in terra come in cielo, vale a dire, che la terra imiti il cielo, cioè l'uomo imiti l'angelo o il non credente il credente; e per questo i santi chiedono che si effettui ciò che ancora non è, non che continui ad essere ciò che già è. Per quanto grande sia la santità di cui gli uomini si possono avvalere, non sono ancora uguali agli angeli di Dio; dunque in essi la volontà di Dio non si compie ancora come in cielo. E se è così, allora quando auspichiamo che gli uomini da non credenti si facciano credenti, si vede che ad essere auspicata non è la perseveranza, ma il suo inizio; quando invece auspichiamo che gli uomini nel fare la volontà divina eguaglino gli angeli di Dio, se a pregare così sono i santi, è evidente che questa loro preghiera ha per oggetto la perseveranza, perché nessuno perviene a quella somma beatitudine che è nel Regno, se non ha perseverato fino alla fine in quella santità che ha acquistato sulla terra.

Dacci il nostro pane quotidiano.
La quarta richiesta è: Dacci oggi il nostro pane quotidiano 17. Il beato Cipriano dimostra come anche in questa frase si deve scorgere una domanda di perseveranza. Dice appunto tra l'altro: Chiediamo che ci sia dato ogni giorno questo pane affinché, noi che siamo in Cristo e ogni giorno riceviamo l'Eucarestia come cibo della salvezza, non siamo separati dal corpo di Cristo, come avverrebbe se un peccato piuttosto grave sopraggiungendo ci proibisse il pane celeste, costringendoci all'astensione ed escludendoci dal partecipare 18. Queste parole del santo uomo di Dio indicano pienamente che i santi chiedono al Signore la perseveranza, perché dicono: Dacci oggi il nostro pane quotidiano, con questa intenzione: che non siano separati dal corpo di Cristo, ma rimangano in quella santità e grazie ad essa non commettano alcuna colpa che meriti loro la separazione.

Rimetti a noi i nostri debiti.
Al quinto passo dell'orazione diciamo: Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori 19. In questa sola richiesta non si trova domandata la perseveranza. Infatti i peccati che preghiamo ci siano rimessi sono ormai trascorsi; la perseveranza, che ci fa salvi in eterno, è necessaria certo per il tempo di questa vita, ma per quello che deve ancora trascorrere fino al termine di essa, non per quello ormai passato. Eppure vale la pena di osservare un poco come anche in questa richiesta gli eretici, che dovevano venire tanto tempo dopo, erano trafitti già fin d'allora dalla lingua di Cipriano come dalla freccia invincibile della verità. I pelagiani infatti osano dire anche questo, che l'uomo giusto in questa vita non ha assolutamente alcun peccato e che in uomini tali si trova fin d'ora la Chiesa che non ha macchia o ruga o alcun'altra menda 20 di tal genere, che è unica e sola sposa di Cristo; come se non fosse sua sposa quella che dice per tutta la terra ciò che ha appreso da lui: Rimetti a noi i nostri debiti. Ma badate come li sbaraglia il gloriosissimo Cipriano. Esponendo questo stesso luogo dell'orazione domenicale, dice tra l'altro: Quanto è indispensabile, quanto è provvido e salutare il ricordarci che noi siamo peccatori, se veniamo costretti a pregare per i nostri peccati; in tal modo mentre chiede l'indulgenza a Dio, l'animo richiama la propria coscienza. Perché nessuno si compiaccia come fosse innocente e con l'inorgoglirsi si procuri maggior rovina, lo si ammaestra e gli s'insegna che egli ogni giorno pecca, dato che ogni giorno gli si ordina di pregare per i suoi peccati. Così anche Giovanni dice nella sua Lettera: "Se diciamo che non abbiamo alcun peccato, inganniamo noi stessi e in noi non è la verità" 21, e tutto quello che segue che qui sarebbe lungo riportare.

Non spingerci in tentazione.
Ma quando i santi dicono: Non c'indurre in tentazione, ma liberaci dal male 22, che altro pregano se non di perseverare nella santità? Una volta concesso loro questo dono di Dio (infatti se è a Dio che viene chiesto, ciò dimostra a sufficienza e con chiarezza che è un suo dono), una volta concesso dunque questo dono di non essere indotti in tentazione, non ci sarà nessuno fra i santi che non mantenga fino alla fine la perseveranza nella santità. E nessuno cessa di perseverare nella vita cristiana che si propone se prima non è gettato in tentazione. Se dunque gli viene concesso quello che prega, di non venir abbandonato alla tentazione, persiste per dono di Dio nella santificazione che ha ricevuto per dono di Dio.

Obiezione: non bisogna esporre una simile perseveranza.
Ma questi fratelli - come voi scrivete - non vogliono che la perseveranza sia esposta in maniera da far credere che non si possa o meritarla pregando o perderla ribellandosi 23. E su questo punto non fanno molta attenzione a quello che dicono. Infatti parliamo di quella perseveranza con la quale si persevera fino alla fine; se questa è stata data, vuol dire che uno ha perseverato fino alla fine; ma se non ha perseverato fino alla fine, vuol dire che essa non era stata data. E di questo ormai abbiamo trattato abbastanza più sopra 24. Dunque gli uomini non sostengano che a qualcuno sia stata data la perseveranza fino alla fine se non quando sarà giunta proprio la fine e si sarà trovato che quello a cui era stata data ha perseverato fino a quel punto. Noi diciamo casto quello che conosciamo come casto, sia che debba sia che non debba rimanere nella medesima castità; e se uno ha qualche dono divino che si possa conservare o perdere, diciamo che lo possiede per tutto il tempo che lo possiede; se poi lo perde, diciamo che lo ha posseduto. La perseveranza fino alla fine invece, poiché non la possiede se non chi persevera fino alla fine, molti la possono avere, nessuno perdere. E non bisogna temere che, quando un uomo abbia perseverato fino alla fine, possa sorgere in lui una volontà malvagia di non perseverare fino alla fine. Questo dono di Dio si può meritare con la preghiera, ma una volta che è stato dato, non si può perdere con la ribellione. Quando infatti uno abbia perseverato fino alla fine, non può né perdere questo dono né altri che avrebbe potuto perdere prima della fine. Allora come si può perdere quello che impedisce di perdere anche ciò che è possibile perdere?

Risposta.
Ma ammettiamo che uno dica: La perseveranza fino alla fine certo non si perde, una volta che è stata data, cioè quando si è perseverato fino alla fine, ma in un certo qual modo si può perdere allora, quando l'uomo con la ribellione agisce in modo da non poter arrivare a questa perseveranza. Alla stessa maniera diciamo che l'uomo che non ha perseverato fino alla fine ha perduto la vita eterna, o il regno di Dio, non perché lo aveva ricevuto e lo possedeva, ma perché lo avrebbe ricevuto e posseduto se avesse perseverato. Allora non stiamo a fare questione di termini e diciamo che si può perdere anche qualcosa che non si ha, ma che si pensa doversi avere. Ma mi dica, chi ne ha il coraggio, se Dio non ha la possibilità di dare quello che ha ordinato di chiedergli. Certo chi intende così è, non dico insensato, ma dissennato. Ma Dio ha comandato che i suoi santi dicano pregando: Non c'indurre in tentazione 25. Chiunque è esaudito in questa richiesta, non è indotto nella tentazione di ribellarsi, così che possa perdere o si renda degno di perdere la perseveranza nella santità.

Altre testimonianze della Scrittura.
Ma ciascuno abbandona Dio di propria volontà e così merita di essere abbandonato da Dio. E chi lo potrà negare? Ma è per questo che chiediamo di non essere indotti in tentazione, perché l'abbandono non avvenga. E se siamo esauditi, questo certo non avviene, perché Dio non permette che avvenga. Infatti niente avviene se non quello che è lui stesso a compiere o a permettere che si compia. Egli infatti ha potere di flettere le volontà dal male al bene, di rivolgerle a sé quando propendono alla caduta e di dirigerne il passo dove a lui piace. A lui non si dice invano: O Dio, tu convertendoci, ci vivificherai 26; non si dice invano: Non permettere che il mio piede traballi 27; no, non si dice invano: Non abbandonarmi, Signore, in seguito al mio desiderio, al peccatore 28. Insomma, per non ricordare troppi passi, e forse a voi ne vengono in mente anche di più, non si dice invano: Non indurci in tentazione 29. Infatti chiunque non è indotto in tentazione, certo non è nemmeno spinto nella tentazione della sua volontà malvagia; e chi non è indotto nella tentazione della sua volontà malvagia, non è spinto proprio in nessuna fra le tentazioni. Ognuno è tentato perché attratto ed allettato dalla propria concupiscenza, come sta scritto, ma Dio non tenta nessuno 30 : s'intende con una tentazione pericolosa. Infatti ce n'è una utile, dalla quale non siamo ingannati o sopraffatti, ma veniamo messi alla prova, secondo quanto è detto: Mettimi alla prova, Signore, e tentami 31. La tentazione che rovina è quella che indica l'Apostolo quando dice: Che non vi avesse tentati colui che tenta, e inutile sia la nostra fatica 32. Con questa tentazione Dio, come dissi, non tenta nessuno, cioè Egli nessuno spinge o induce alla tentazione. Infatti essere tentato e non essere abbandonato alla tentazione, non è un male, anzi è un bene: è un venir messi alla prova. Dunque quello che diciamo a Dio: Non spingerci in tentazione, che significa se non questo: non permettere che vi siamo spinti? Per cui alcuni pregano così, così si legge in parecchi codici e così scrive il beatissimo Cipriano: Non permettere che noi siamo indotti in tentazione. Tuttavia nel Vangelo in greco non ho mai trovato se non questa espressione: Non spingerci in tentazione. Dunque viviamo più sicuri se diamo tutto a Dio, invece di affidarci a lui in parte e in parte a noi stessi, come vide questo venerabile martire. Esponendo lo stesso passo della preghiera, dice in seguito: Quando preghiamo di non venire in tentazione, ci viene ricordata la nostra debolezza e insufficienza, mentre preghiamo che nessuno insuperbisca con insolenza, nessuno si attribuisca alcunché con superbia ed arroganza, nessuno consideri sua la gloria della confessione di fede o della passione. Il Signore stesso, insegnando l'umiltà ha detto: "Vegliate e pregate per non venire in tentazione; lo spirito è pronto, ma la carne è debole" 33; questo vuol dire che se precede un'umile e sottomessa confessione e si dà tutto a Dio, tutto ciò che viene chiesto pregando nel timore del Signore viene fornito dalla sua pietà 34.

Sarebbe sufficiente l'orazione domenicale.
Se anche non ci fossero altre testimonianze, questa orazione domenicale basterebbe da sola alla causa della grazia che noi sosteniamo, perché nulla essa ci ha lasciato in cui ci possiamo gloriare come fosse nostro. In realtà anche il fatto di non allontanarci dal Signore l'orazione dimostra che non viene concesso se non da Dio, poiché dichiara che a Dio dev'essere chiesto. Chi non è abbandonato alla tentazione non si allontana da Dio e questo assolutamente non è nelle forze del libero arbitrio, quali esse sono ora; questa forza c'era però nell'uomo prima della caduta. Quanto grande fosse il vigore della libera volontà nell'eccellenza della sua prima condizione apparve negli Angeli, i quali, quando il diavolo cadde con i suoi seguaci, stettero saldi nella verità e meritarono di arrivare alla sicurezza perpetua di non cadere, nella quale noi siamo certissimi che essi si trovano ora. Ma dopo la caduta dell'uomo, Dio ha voluto che non dipenda se non dalla sua grazia che l'uomo si rivolga a lui, e che non dipenda se non dalla sua grazia che l'uomo non si ritragga da lui.

La grazia di Dio fa sì che ci accostiamo a lui.
E questa grazia la ripose in Colui nel quale abbiamo ottenuto l'eredità, predestinati secondo il disegno di Colui che opera tutte le cose 35. E per questo, come fa sì che ci accostiamo a lui, allo stesso modo fa sì che non ce ne distogliamo. Quindi viene detto a lui per bocca del Profeta: Sia la tua mano sopra l'uomo della tua destra e sopra il figlio dell'uomo che hai confermato a te; e non ci allontaneremo più da te 36. Costui non è certo il primo Adamo, nel quale ci allontanammo da lui, ma l'ultimo Adamo, sopra il quale si trova la sua mano perché non ci allontaniamo da lui. Infatti il Cristo totale è nell'unione con le sue membra, grazie alla Chiesa, che è il suo corpo e la sua pienezza 37. Dunque se la mano di Dio si trova sopra di lui affinché non ci allontaniamo dal Signore, l'opera di Dio giunge fino a noi (questo infatti significa la mano di Dio); ed è opera di Dio se avviene che noi siamo in Cristo permanendo con Dio, non separandoci da lui come Adamo. In Cristo infatti abbiamo ottenuto l'eredità, predestinati secondo il decreto di Colui che opera tutte le cose. Dunque è per la mano di Dio, non per la nostra, che non ci allontaniamo da Dio. Questa, dico, è la mano di Colui che ha affermato: Donerò il timore di me al loro cuore, perché non si allontanino da me 38.

Per questo Dio ha voluto anche che chiedessimo a lui di non essere spinti in tentazione.
Per questo ha anche voluto che si chiedesse a lui di non essere gettati nella tentazione, perché se non vi siamo abbandonati, a nessun costo ci allontaniamo da lui. Poteva farci questa concessione anche senza che noi la implorassimo. Ma facendoci pregare volle renderci consapevoli da chi riceviamo questi benefici. Da chi infatti li riceviamo, se non da Colui che ci ha ordinato di chiederli? Dunque su questo argomento la Chiesa non ha bisogno di indugiare in laboriose disputazioni, ma di attendere alle sue preghiere quotidiane. Essa prega affinché gli infedeli credano: allora è Dio che converte alla fede. Essa prega perché i credenti perseverino: allora è Dio che dona la perseveranza fino alla fine. Dio ebbe prescienza che Egli avrebbe fatto ciò. Questa è appunto la predestinazione dei santi, i quali Egli ha eletto in Cristo prima della creazione del mondo perché fossero santi e immacolati al suo cospetto in carità, predestinandoli per lui ad essere figli d'adozione attraverso Gesù Cristo, secondo quanto piacque alla sua volontà per lodare la gloria della sua grazia, nella quale li ha glorificati nel Figlio suo diletto. In lui hanno la redenzione grazie al suo sangue, la remissione dei peccati secondo la ricchezza della sua grazia, che fece abbondare su di loro con ogni sapienza e prudenza per mostrare loro il mistero della sua volontà secondo la sua compiacenza, che Egli aveva prestabilito in lui nell'intento di comprendere in Cristo, al raggiungimento della pienezza dei tempi, tutte le cose che sono nei cieli e quelle che sono sulla terra. E in lui abbiamo ottenuto l'eredità, predestinati secondo il decreto di Colui che opera tutte le cose 39. Contro questa verità che squilla chiara come una tromba, quale uomo di fede accorta e vigilante potrebbe accettare una qualsiasi parola umana?

La grazia è donata gratuitamente.
"Ma perché - si domanderà - la grazia di Dio non è data secondo i meriti degli uomini?". Rispondo: perché Dio è misericordioso. "E perché allora non è data a tutti?". E qui rispondo: perché Dio è giudice. Per questo la grazia è data da lui gratuitamente, mentre il suo giusto giudizio sugli altri dimostra quale bene la grazia conferisca a coloro ai quali è data. Dunque non dobbiamo essere ingrati, perché secondo quanto piacque alla sua volontà per lodare la gloria della sua grazia 40 Dio misericordioso libera molti da una perdizione talmente meritata che se non risparmiasse nessuno non sarebbe ingiusta. Per colpa di uno solo tutti hanno subito un giudizio di condanna; e questo non è ingiusto, ma anzi è perfettamente giusto. Dunque chi ne viene liberato, abbia cara la grazia; chi non ne viene liberato, riconosca il suo debito. Se la nostra intelligenza riconosce nella remissione del debito la bontà, nell'esigerlo la giustizia, mai in Dio si troverà l'ingiustizia.

Gratuità della grazia nei bambini.
dei bambini, ma addirittura dei gemelli, si riscontra un giudizio tanto diverso?". E non è la stessa questione se un identico giudizio viene dato in una causa diversa? Riandiamo a considerare allora quegli operai della vigna che lavorarono tutto il giorno e quelli che lavorarono un'ora sola; certo la causa rispetto al lavoro impiegato era diversa, e tuttavia nel pagamento del salario il giudizio fu lo stesso. Ebbene anche qui quando mormoravano, cosa si sentirono rispondere dal padre di famiglia? "Voglio così". Egli verso alcuni ebbe generosità, eppure verso gli altri non fece nessuna ingiustizia. Entrambi i gruppi degli operai certo sono fra i giusti; però per quanto riguarda la giustizia e la grazia, al reo che è condannato Dio può dire a proposito del reo che è liberato: Prendi quello che è tuo e vattene; a questo io voglio donare quello che non gli è dovuto. O non mi è lecito fare quello che voglio? O forse tu sei invidioso perché io sono buono? 41. A questo punto se quello dicesse: "E perché non anche a me?", giustamente si sentirebbe rispondere: O uomo, chi sei tu per rispondere a Dio? 42. Tu vedrai che Dio a uno di voi largisce con grandissima generosità, da te esige con estrema giustizia, ma con nessuno lo vedrai ingiusto. Anzi, Egli sarebbe giusto anche se vi punisse entrambi; chi è liberato ha motivo di rendere grazie; chi è condannato non ha motivo di recriminare.

Imperscrutabili sono i giudizi di Dio.
è dovuto a tutti, condannando sì, ma non tutti, e in tal modo far rilevare la gratuità ancora maggiore della sua grazia verso i vasi di misericordia, perché, essendo noi nella stessa condizione, punirà me piuttosto che quello, o libererà quello piuttosto che me?". Io non dò una risposta, se tu ne chiedi il motivo, perché confesso che non ho nulla da rispondere. E se chiedi il perché anche di questo, allora rispondo: perché in tale questione come è giusta la sua ira, come grande è la sua misericordia, altrettanto imperscrutabili sono i suoi giudizi.

Perché alcuni non ricevono la perseveranza?
Ma mettiamo che insista ulteriormente e dica: "Perché ad alcuni che lo hanno onorato con retta fede, non ha concesso di perseverare fino alla fine?". Quale potrà essere il motivo, secondo te? Questo solo: non mente colui che dice: Sono usciti di fra noi, ma non erano dei nostri; se fossero stati dei nostri, sarebbero restati senz'altro con noi 43. E allora forse sono due le nature degli uomini? Non è nemmeno da pensarci. Se ci fossero due nature, non ci sarebbe più la grazia; infatti a nessuno potrebbe donarsi una liberazione gratuita, se a una delle due nature questa venisse concessa come dovuta. Agli uomini sembra che tutti quelli che appaiono buoni fedeli abbiano dovuto ricevere la perseveranza sino alla fine. Ma Dio giudicò preferibile mescolare al numero determinato dei suoi santi alcuni individui che non avrebbero perseverato, affinché quelli ai quali non giova la sicurezza nelle prove di questa vita, non possano essere sicuri. Molti infatti si trattengono da una pericolosa esaltazione per quello che dice l'Apostolo: Perciò chi crede di stare in piedi, veda di non cadere 44. Chi cade, cade di sua volontà; e chi sta in piedi, ci sta per volontà di Dio. Infatti Dio ha la potenza di sostenerlo 45; dunque non è lui che sostiene se stesso, ma Dio. Perciò è bene non inorgoglirsi, ma aver timore 46. Ciascuno cade o sta in piedi per effetto di ciò che pensa. Ma, come dice l'Apostolo nel passo che ho ricordato nel libro precedente: Non siamo capaci di pensare qualcosa da soli, come venisse proprio da noi, ma la nostra sufficienza viene da Dio 47. E seguendo l'Apostolo anche il beato Ambrogio osa dire: Infatti non sono in nostro potere il nostro cuore e i nostri pensieri 48. E ognuno che sia umilmente e veracemente pio si accorge che questo è verissimo.

Non sono in nostro potere il nostro cuore e i nostri pensieri.
Ambrogio giunge a pronunciare quella frase nel libro che compose Sulla fuga dal mondo, insegnando che il mondo non dev'essere fuggito fisicamente, ma con il cuore; ora, secondo lui, ciò non si può realizzare se non con l'aiuto di Dio. Dice infatti: Noi di continuo ripetiamo questo discorso di fuggire il secolo e volesse il cielo che alla facilità con cui ne parliamo corrispondesse altrettanta accortezza e sollecitudine nei nostri sentimenti! Ma, e questo è peggio, spesso s'insinua l'allettamento delle cupidigie terrene e le vanità diffondendosi in noi s'impossessano del nostro spirito; cosicché mediti e rivolgi nell'animo proprio quello che cerchi di tenere lontano. Per l'uomo guardarsi da ciò è difficile, ma spogliarsene impossibile. Pertanto questa faccenda si risolve più in un'aspirazione che in una realizzazione, e lo attesta il Profeta dicendo: "Inclina il mio cuore verso i tuoi precetti, non verso l'avarizia" 49. Infatti non sono in nostro potere il nostro cuore e i nostri pensieri : essi diffondendosi in noi all'improvviso confondono lo spirito e l'animo e ci traggono in una direzione diversa da quella che ci eravamo proposta. Ci richiamano a pensieri mondani, ci mettono dentro aspirazioni materiali, riversano in noi desideri di voluttà, intessono seduzioni, e nello stesso tempo in cui cerchiamo di elevare la mente, intricati in vani pensieri, per lo più ci lasciamo cadere verso le cose di questa terra 50. Dunque non è in potere degli uomini, ma di Dio, che essi abbiano la potestà di divenire figli di Dio 51. E' da lui che ricevono questo potere, da lui che concede al cuore umano meditazioni pie per mezzo delle quali esso ottiene la fede che opera attraverso la carità 52; ma per assumere e conservare questo bene e progredire in esso perseverando fino alla fine, non siamo capaci di pensare qualcosa da soli, come venisse proprio da noi, ma la nostra sufficienza viene da Dio 53, in potestà del quale sono il nostro cuore e i nostri pensieri.

La perseveranza è donata ai predestinati.
Dunque fra i bambini ugualmente vincolati dal peccato originale, perché questo viene assunto e quello abbandonato? E fra due individui malvagi ormai in età adulta, perché questo è chiamato con tal forza che segue Colui che lo chiama, e quello invece o non è chiamato o non è chiamato alla stessa maniera? In ciò i giudizi di Dio sono imperscrutabili. Ma perché, fra due persone pie, ad una è donata la perseveranza fino alla fine, all'altra no? Su questo i giudizi di Dio sono ancora più imperscrutabili. Ma una cosa dev'essere certissima per i credenti: che l'uno appartiene ai predestinati, l'altro no. Infatti se fossero stati dei nostri, sarebbero rimasti senz'altro con noi 54, dice uno dei predestinati che aveva bevuto questo segreto dal petto del Signore. Che vuol dire, lo chiedo a voi: Non erano dei nostri; infatti se fossero stati dei nostri sarebbero restati senz'altro con noi? Non è forse vero che gli uni e gli altri erano stati creati da Dio, gli uni e gli altri nati da Adamo, gli uni e gli altri fatti di terra? E gli uni e gli altri non ricevettero forse un'anima della medesima ed unica natura da Colui che disse: Ogni soffio l'ho creato io 55 ? Non è forse vero infine che gli uni e gli altri erano stati chiamati ed avevano seguito Colui che li chiamava, gli uni e gli altri erano stati giustificati fra gli empi e attraverso il lavacro della rigenerazione gli uni e gli altri erano stati rinnovati ? Ma se udisse queste parole quel predestinato che sapeva senza alcun dubbio quello che diceva, potrebbe rispondere così: Tutto ciò è vero, secondo tutto ciò essi erano dei nostri; però secondo una certa altra differenziazione non erano dei nostri: infatti se fossero stati dei nostri, sarebbero rimasti senz'altro con noi. E qual è infine questa differenziazione?. Ci stanno innanzi agli occhi i Libri di Dio, non distogliamo lo sguardo; leva la sua voce la Scrittura divina, prestiamole orecchio. Non erano di quelli perché non erano stati chiamati secondo il decreto; non erano stati eletti in Cristo prima della creazione del mondo, non avevano ottenuto in lui l'eredità, non erano predestinati secondo il decreto di Colui che opera tutte le cose 56. Infatti se fossero stati tutto questo, sarebbero stati dei loro e con essi senza dubbio sarebbero rimasti.

Anche la morte tempestiva è una grazia di Dio.
E non voglio stare a dire con quanta ampiezza sia possibile a Dio rivolgere alla sua fede le volontà degli uomini, distolte o addirittura contrarie. E così pure egli può nei loro cuori operare in modo che non cedano ad alcuna avversità e non si allontanino da lui perché vinti da qualche tentazione; infatti è in suo potere anche quello che dice l'Apostolo: impedire che siano tentati al di sopra delle loro forze 57. Insomma, per non ripetere tutto ciò, Dio, che aveva prescienza della loro caduta, aveva certo la possibilità di toglierli da questa vita prima che ciò accadesse. Allora vogliamo tornare al punto di prima e rimettere in discussione quanto sia assurdo dire che gli uomini dopo morti sono giudicati anche per quei peccati che Dio aveva prescienza che avrebbero commesso, se fossero vissuti. Ma questa ipotesi è talmente contraria ai sentimenti cristiani, o semplicemente umani, che si ha ritegno perfino di confutarla. Perché allora non si dovrebbe dire che perfino lo stesso Vangelo, che è costato ai santi tanta fatica e tribolazioni, è stato predicato invano o che è a tutt'oggi predicato invano? Così sarebbe, se gli uomini avessero potuto subire il giudizio anche senza aver ascoltato il Vangelo, semplicemente in base alla prescienza divina della ribellione o dell'obbedienza con cui avrebbero reagito se avessero ascoltato la buona Novella. E non sarebbero state condannate nemmeno Tiro e Sidone, che già meritavano maggiore indulgenza rispetto a quelle città nelle quali non si credette, benché vi fossero compiuti da nostro Signore Gesù Cristo segni straordinari. Infatti se questi segni fossero avvenuti a Tiro e Sidone, esse avrebbero fatto penitenza nella cenere e nel cilicio 58. Così parla la Verità e così con le sue stesse parole il Signore Gesù ci addita ancor più profondamente il mistero della predestinazione.

Esempio di Tiro e Sidone.
Ci si potrebbe domandare perché tanti miracoli furono compiuti presso coloro che pur avendoli davanti agli occhi non erano destinati a credere, e non lo furono invece presso quelli che, se vi avessero assistito, avrebbero creduto. A ciò che risponderemo? Daremo, perché no?, la stessa risposta che ho addotta nel libro concernente Sei questioni contro i pagani 59, senza voler escludere altre ragioni che uomini d'ingegno acuto possono scoprire. Dato che, come sapete, veniva chiesto perché Cristo fosse venuto dopo un tempo tanto lungo, risposi così: Il suo Vangelo non fu predicato in certi tempi e in certi luoghi perché Egli nella sua prescienza sapeva che di fronte alla sua predicazione tutti avrebbero reagito come reagirono molti di fronte alla sua presenza corporale, che non vollero credere in lui nemmeno dopo che ebbe risuscitato i morti. Allo stesso modo un poco più sotto nel medesimo libro e sulla medesima questione scrissi: Che c'è di strano se Cristo, sapendo che nei primi secoli tutto il mondo era pieno di gente assolutamente chiusa alla fede, non volle giustamente essere predicato a queste persone? Egli conosceva nella sua prescienza che non avrebbero creduto né alle sue parole né ai suoi miracoli 60. Questo non lo possiamo dire con certezza di Tiro o di Sidone; in esse ravvisiamo che i giudizi divini sono connessi a quelle ragioni segrete della predestinazione su cui allora dissi di non voler dare risposte pregiudiziali. E' certo molto facile mettere sotto accusa la mancanza di fede dei Giudei: essa veniva da una libera volontà, dato che non vollero credere ai prodigi tanto grandi compiuti presso di loro. E anche di questo il Signore li incolpa e li rimprovera dicendo: Guai a te, Chorozain e Bethsaida, perché se in Tiro e in Sidone fossero stati fatti i miracoli che sono stati fatti tra di voi, già da tempo avrebbero fatto penitenza nel cilicio e nella cenere 61. Ma possiamo forse dire che anche gli abitanti di Tiro e di Sidone non vollero credere dopo che avvennero presso di loro simili prodigi o che non avrebbero creduto, se fossero avvenuti? No: il Signore stesso testimonia per essi che avrebbero fatto penitenza con grande umiltà, se presso di loro fossero avvenute quelle manifestazioni del potere divino. Eppure nel giorno del giudizio saranno puniti, per quanto con un castigo minore rispetto a quelle città che non vollero credere neppure dopo la realizzazione dei miracoli. Infatti, proseguendo, il Signore dice: Perciò vi dico; Ci sarà più indulgenza per Tiro e Sidone nel giorno del giudizio che per voi 62. Dunque questi saranno puniti più severamente, Tiro e Sidone saranno trattate con più indulgenza, ma saranno tuttavia punite. Ora ammettiamo che i morti vengano giudicati secondo le azioni che avrebbero compiuto se fossero vissuti; in base ad una simile premessa gli abitanti di Tiro e di Sidone, poiché sarebbero diventati credenti se il Vangelo fosse stato loro predicato con miracoli tanto grandi, non sarebbero affatto da punire; invece saranno puniti. Dunque è falso che i morti vengono giudicati secondo ciò che avrebbero compiuto se il Vangelo fosse pervenuto fino a loro da vivi. E se ciò è falso, non c'è motivo di sostenere riguardo ai bambini che vanno in perdizione morendo senza battesimo, che questo per essi avviene meritatamente, perché Dio aveva prescienza che se essi fossero vissuti e fosse stato loro predicato il Vangelo, non avrebbero prestato fede. Non c'è altra soluzione: essi restano vincolati al peccato originale, e per questo solo incorrono nella condanna; così pure vediamo che altri che si trovano nella medesima causa ricevono il dono della rigenerazione solo attraverso la grazia gratuita di Dio. Sempre per il suo occulto ma giusto giudizio, poiché presso Dio non c'è ingiustizia 63, alcuni che anche dopo il battesimo, per la loro vita pessima devono andare in perdizione, sono trattenuti in questo mondo fino a che effettivamente si perdono; eppure non perirebbero, se la morte corporale li soccorresse, prevenendo la loro caduta. Perché nessun morto viene giudicato dalle azioni buone o cattive che avrebbe compiuto se non fosse morto; altrimenti gli abitanti di Tiro e di Sidone non espierebbero la loro pena in base a quello che compirono, ma piuttosto, in virtù di quello che avrebbero compiuto se presso di loro si fossero prodotti quei prodigi evangelici, attraverso una grande penitenza e la fede in Cristo avrebbero ottenuto la salvezza.

Altra spiegazione sulla pena di Tiro e Sidone.
Un trattatista cattolico non oscuro ha spiegato così quel passo del Vangelo: egli dice che il Signore ebbe prescienza che gli abitanti di Tiro e di Sidone si sarebbero ritratti in seguito dalla fede, pur essendosi convertiti dopo la realizzazione dei miracoli; e allora Dio per misericordia preferì non compiere nessun prodigio presso di loro, altrimenti essi sarebbero stati soggetti a un castigo più grave, perché è più grave abbandonare la fede già avuta che non averla avuta mai. E' l'opinione di un uomo dotto e oltremodo acuto, certo, ma io non ho motivo di esaminare adesso quello che in tale spiegazione si dovrebbe ancora approfondire, dato che ci appoggia così com'è, in quello che sosteniamo. Se infatti Dio aveva prescienza che sarebbero ridiventati infedeli e per questo nella sua misericordia non fece presso di essi i miracoli per i quali avrebbero potuto diventare credenti, in modo da non doverli punire più gravemente, viene dimostrato con sufficiente chiarezza che nessuno da morto viene giudicato per quei peccati che, come Dio prevede, egli commetterebbe se non intervenisse ad impedirglielo un qualche soccorso. Così diciamo che Cristo prestò aiuto agli abitanti di Tiro e di Sidone, se quell'interpretazione è veridica, e preferì che non si accostassero affatto alla fede, piuttosto che con una colpa ben maggiore se ne staccassero poi, giacché Egli aveva prescienza che lo avrebbero fatto, se si fossero convertiti. Benché a questo punto si potrebbe dire: perché piuttosto non fu fatto sì che credessero e non fu fornito loro l'aiuto di partire da questa vita prima di abbandonare la fede? Ebbene, io ignoro che cosa si potrebbe rispondere. Se infatti si dice: a chi doveva abbandonare la fede fu concesso come beneficio di non cominciare ad averla perché maggiore sarebbe stata l'empietà di abbandonarla, si dimostra abbastanza che l'uomo non viene giudicato dal male che, come si prevede, farà, a meno che non gli si presti un qualunque soccorso perché non lo faccia. Un tale provvedimento fu preso per colui che fu rapito perché la malizia non mutasse la sua mente 64. Ma perché questo stesso provvedimento non fu preso a favore degli abitanti di Tiro e di Sidone, in modo che credessero e venissero rapiti affinché la malizia non mutasse la loro mente? Forse potrebbe rispondere quel dotto a cui parve bene di risolvere la questione in tal modo; io, per quanto riguarda quello che tratto qui, vedo che è sufficiente ciò: la dimostrazione che gli uomini anche secondo questo parere non sono giudicati in base a quello che non hanno compiuto, anche se si prevedeva che l'avrebbero compiuto. Per quanto, come ho detto, si sente vergogna perfino a respingerla un'opinione come questa, che nei morenti o nei morti siano castigati i peccati di cui si prevedeva il compimento in una vita più lunga; a trattare simile ipotesi anche ristrettamente anziché tacerla del tutto, si può dare l'impressione che anche noi l'abbiamo fatta degna di qualche considerazione.

Dio ha pietà di chi vuole senza considerare i meriti.
Allora, come dice l'Apostolo: Non è né di colui che vuole né di colui che corre, ma di Dio che ha misericordia 65; egli presta soccorso ai bambini che vuole, anche se questi non vogliono e non corrono, e sono quelli che prima della creazione del mondo elesse in Cristo per dar loro la grazia gratuitamente, cioè senza che nessuno di essi avesse alcun merito precedente né di fede né di opere. Anche nel caso degli adulti che previde avrebbero creduto ai suoi miracoli, se fossero stati fatti presso di loro, Egli non aiuta quelli che non vuole; su questi ultimi nella sua predestinazione giudicò altrimenti, in maniera occulta certo, ma giusta. Infatti non c'è ingiustizia presso Dio, ma imperscrutabili sono i suoi giudizi e impenetrabili le vie 66; d'altronde tutte le vie del Signore sono misericordia e verità 67. Impenetrabile dunque è la misericordia per cui ha pietà di chi vuole, senza che questi abbia precedentemente meritato in alcun senso; e impenetrabile la verità per cui indurisce chi vuole 68; quest'ultimo certo lo aveva precedentemente meritato, ma per lo più anche colui di cui ha misericordia non aveva meritato niente di diverso. Così pure è diversa la fine di due gemelli, dei quali l'uno è assunto, l'altro abbandonato, mentre i meriti erano uguali. Di essi uno per la grande bontà di Dio viene liberato, mentre l'altro senza nessuna ingiustizia da parte del Signore è condannato. O forse ci sarà ingiustizia presso Dio? Nemmeno lontanamente, ma impenetrabili sono le sue vie. Dunque senza nutrire dubbi crediamo alla sua misericordia in quelli che sono liberati e alla sua verità in quelli che sono puniti; e non cerchiamo di scrutare ciò che è imperscrutabile e di penetrare ciò che è impenetrabile. Dalla bocca dei bambini e dei lattanti Egli prepara la sua lode 69; perciò come in questi vediamo che la liberazione di certuni non è preceduta da alcun merito nel bene e la condanna di altri solo dagli originali demeriti comuni a tutti, anche negli adulti non dobbiamo esitare assolutamente a riconoscere che avviene lo stesso. Non pensiamo quindi né che ad uno venga data la grazia perché se la meritava, né che ad un altro venga dato il castigo se non perché se lo meritava, sia che i liberati e i puniti abbiano colpe uguali, sia che le abbiano diverse. Perciò chi crede di stare in piedi, veda di non cadere 70; e chi si gloria, si glori non in se stesso, ma nel Signore 71.

Sulla questione passi de Il libero arbitrio.
Ma essi, come voi scrivete, non ammettono che si adduca la condizione dei bambini come esempio di quella degli adulti 72. Ma perché dicono ciò, se sono uomini che, diversamente dai pelagiani, non mettono in dubbio l'esistenza del peccato originale, che penetrò nel mondo attraverso un solo uomo e che, attraverso l'unico individuo, provocò la condanna di tutti 73 ? Anche i manichei non ammettono tutto ciò, quei manichei che non solo non tengono in alcuna autorità le scritture del Libro Antico, ma che accettano con riserva anche quelle che appartengono al Nuovo, prendendo quello che vogliono e respingendo quello che non vogliono come fosse una specie di loro privilegio, anzi di sacrilegio. Contro di essi era la mia trattazione nei libri Sul libero arbitrio, opera che i fratelli credono ora di dovermi contrapporre 74. Ma io non ho voluto risolvere completamente questioni d'una estrema difficoltà che pure cadevano in argomento, perché non fosse troppo lunga un'opera dove io, contro individui tanto perversi, non potevo giovarmi dell'autorità delle Testimonianze divine. Potevo tuttavia, come in effetti feci, concludere con sicurezza che qualunque fosse la vera nelle conclusioni che io mettevo avanti in forma non definitiva, bisognava lodare Iddio in ogni cosa, senza alcuna necessità di credere, come vogliono essi, a due sostanze coeterne e commiste, quella del bene e quella del male.

Di tali passi ne ha parlato nelle Ritrattazioni.

Dunque, nel primo libro delle Ritrattazioni, opera mia che voi ancora non avete letto, quando sono arrivato a ritrattare proprio questi libri, cioè quelli Sul libero arbitrio, mi sono espresso così: In questi libri, ho detto, sono stati trattati moltissimi argomenti, cosicché alcune questioni che si presentavano non potevo spiegarle completamente e certe altre richiedevano una discussione troppo lunga per quel punto. Allora le ho differite, badando però a questo: se uno stesso problema presentava due o più facce, senza che si potesse distinguere quale soluzione fosse meglio in accordo con la verità, il nostro ragionamento portava sempre a concludere che qualunque fosse tra di esse la vera, risultava in ogni caso la convinzione o addirittura la dimostrazione che Dio dev'essere lodato. In realtà quella disputa era stata intrapresa contro gli eretici convinti che il male non trae origine dal libero arbitrio; se è così, essi sostengono, a Dio, creatore di tutte le nature, dovrebbe essere riferita ogni colpa. In questo modo, secondo l'errore a cui li trascina la loro empietà (infatti parlo dei manichei), vogliono introdurre una natura del male immutabile e coeterna a Dio 75. Allo stesso modo un po' più avanti, in un altro passo [dicevo]: Poi abbiamo detto da quale miseria giustissimamente inflitta ai peccatori ci libera la grazia di Dio. Infatti l'uomo, di sua iniziativa, cioè per il libero arbitrio, poteva cadere ma non sollevarsi; a questa condizione di miseria risultante da una giusta condanna appartiene l'ignoranza e la difficoltà di cui ogni uomo soffre fin dal primo momento della sua nascita; da questo male non viene liberato nessuno se non per grazia di Dio. Ma i pelagiani, negando il peccato originale, non vogliono riconoscere che questa miseria discende dalla giusta condanna; per quanto, anche se l'ignoranza e la difficoltà fossero le condizioni originarie proprie della natura umana, nemmeno a questo patto dovremmo incolpare Dio; anzi lo dovremmo lodare, come abbiamo sostenuto sempre nel terzo libro. E questa tesi bisogna dimostrarla contro i manichei, i quali non accettano le sante Scritture dell'Antico Libro che contengono la narrazione del peccato originale, e sostengono con detestabile impudenza che tutto ciò che a questo riguardo si legge poi nelle Lettere apostoliche è stato introdotto da corruttori delle Scritture, mentre la verità è che è stato asserito dagli Apostoli. Ma contro i pelagiani bisogna difendere proprio questo punto, cioè la caduta a causa del peccato originale, perché esso è affermato da tutt'e due le Scritture che essi professano di accettare 76. Così ho detto nel primo libro delle Ritrattazioni, riesaminando i libri Sul libero arbitrio. Ma non ho espresso certamente queste sole osservazioni su questi libri, anzi ne ho fatte molte altre ancora, che ho ritenuto troppo lungo e superfluo inserire in quest'opera dedicata a voi. Potrete giudicare da soli, penso, quando leggerete tutto. Nel terzo libro Sul libero arbitrio dunque ho discusso il problema dei bambini in questo modo: ammettiamo pure che sia vero quello che dicono i pelagiani, che l'ignoranza e la difficoltà, senza le quali nessun uomo nasce, sia la condizione originaria propria della condizione umana e non il suo castigo; ebbene i manichei resterebbero sconfitti lo stesso, essi che sostengono due nature coeterne, cioè quella del bene e quella del male. Ammessa pure l'ipotesi che ho presentato, sarebbe forse per questo da mettersi in dubbio o da abbandonare la fede che la Chiesa cattolica difende proprio contro i pelagiani e secondo la quale esiste il peccato originale, che contratto con la generazione dev'essere sciolto con la rigenerazione? Anche questi nostri fratelli ammettono con noi tale fatto, cosicché su questo punto ci troviamo insieme a distruggere l'errore dei pelagiani. Ma per quale motivo pensano poi di dover mettere in dubbio che Dio strappi dal potere delle tenebre e trasferisca nel regno del Figlio diletto 77 anche i bambini ai quali concede la sua grazia attraverso il sacramento del Battesimo? E se ad alcuni la concede, ad altri no, per quale motivo non vogliono cantare al Signore la sua misericordia e il suo giudizio 78 ? In quanto al perché sia data ad alcuni piuttosto che ad altri: Chi ha conosciuto il pensiero del Signore? 79. Chi sarebbe capace di scrutare l'imperscrutabile, chi di penetrare l'impenetrabile?

Grazia gratuita e perciò vera grazia.

Si dimostra dunque che la grazia di Dio non viene data secondo i meriti di chi la riceve, ma secondo quanto piace alla volontà di lui, in lode e gloria della sua stessa grazia 80, affinché chi si gloria in nessun modo si glori in se stesso, ma nel Signore 81. Egli la dà agli uomini che vuole, perché è misericordioso, ma anche se non la dà, è giusto; e non la dà a chi non la vuole dare, affinché renda note le ricchezze della sua gloria verso i vasi di misericordia 82. Infatti dando ad alcuni quello che non meritano, vuole che la sua grazia sia davvero gratuita, e perciò autentica; ma non dandola a tutti mostra la condanna che tutti meritano. Egli è buono nel beneficiare alcuni determinati, giusto nel punire gli altri; buono in tutti perché è bontà quando si corrisponde ciò che è dovuto, e giusto in tutti perché è giustizia quando si dona senza danno di nessuno quello che non è dovuto.

Obiettano i pelagiani: grazia simile al fato, se non è data secondo i nostri meriti.

Ma la grazia di Dio che non è assegnata secondo i meriti, cioè la grazia autentica, si può difendere anche se i bambini battezzati, come pensano i pelagiani, non vengono strappati alla potenza delle tenebre, giacché non sono colpevoli secondo loro di nessun peccato, ma vengono semplicemente trasferiti nel regno del Signore. Anche così infatti viene concesso il regno senza che coloro ai quali viene concesso abbiano per niente meritato nel bene, e senza che abbiano mal meritato non viene concesso a quelli a cui non viene concesso. E questo è quello che andiamo ripetendo contro i pelagiani, quando ci obiettano che se diciamo che la grazia di Dio non viene assegnata secondo i nostri meriti, la attribuiamo in realtà al fato. Sono essi, piuttosto, che nel caso dei bambini attribuiscono la grazia di Dio al fato; infatti sono loro a parlare di fato, dove non c'è merito. Anche secondo gli stessi pelagiani non si può proprio ritrovare nei bambini alcun merito in base al quale alcuni di essi vengano mandati nel regno, altri invece ne vengano respinti. Anche ora, per mostrare che la grazia di Dio non viene data secondo i nostri meriti, ho preferito difendere questa certezza secondo entrambe le convinzioni. Secondo la nostra, diciamo che i bambini sono vincolati al peccato originale; secondo quella dei pelagiani viene negata l'esistenza di questo peccato; eppure non vedo la necessità di mettere in dubbio che i bambini abbiano un peccato che viene perdonato da Colui che fa salvo il popolo suo dai suoi peccati 83. In questo stesso modo nel terzo libro Sul libero arbitrio mi sono opposto ai manichei secondo una duplice tesi: ho considerato infatti sia che l'ignoranza e la difficoltà, senza le quali nessun uomo nasce, siano un castigo, sia che costituiscano la condizione originaria propria della natura umana. Tuttavia tengo ferma la prima delle due ipotesi, che io ho espressa anche in quell'opera abbastanza chiaramente: che questa non è la natura che l'uomo ebbe quando fu creato, ma il castigo che ebbe quando fu condannato 84.

Ancora sulla causa dei bambini.

Invano dunque si eccepisce su quel mio vecchio libro, per impedirmi di svolgere la questione dei bambini come la devo svolgere e di dimostrare attraverso di essa alla luce della limpida verità che la grazia di Dio non viene data secondo i meriti degli uomini. Infatti quando iniziai da laico i libri Sul libero arbitrio e da sacerdote li portai a termine, ancora ero in dubbio se i bambini che non rinascono nel Battesimo siano condannati e se quelli che rinascono siano liberati; però nessuno, io penso, sarà tanto ingiusto e malevolo da vietarmi di progredire e da pensare che io dovevo rimanere in quell'incertezza. Ma se uno comprende più rettamente, non crederà che io dovessi avere necessariamente dei dubbi a questo proposito solo perché mi sembrò di dover confutare in quella maniera coloro contro i quali mi rivolgevo; io potevo ammettere cioè che ricadesse sui bambini il castigo del peccato originale, come pretende la verità, oppure che non avvenisse nulla del genere, come alcuni pensano erroneamente, tuttavia entrambe le premesse non consentivano di riconoscere la permistione di due nature, quella del bene e quella del male, secondo l'eresia introdotta dai manichei. Dunque guardiamoci dall'abbandonare a quel punto la causa dei bambini, dicendo che per noi è incerto se quei bambini che muoiono rigenerati in Cristo passano alla salvezza eterna e quelli non rigenerati invece alla seconda morte. Infatti le parole della Scrittura: Attraverso un solo uomo entrò nel mondo il peccato e attraverso il peccato la morte; e così è passata in tutti gli uomini 85, non si possono intendere rettamente che in un modo. E nessuno, bambino o adulto, è liberato dalla morte perpetua che è la giustissima retribuzione del peccato, se non da Colui che morì perché ci fossero rimessi i peccati, originali o commessi da noi personalmente, senza averne lui stesso alcuno, né originale né personale. Ma perché Egli libera alcuni piuttosto che altri? Lo ripetiamo ancora e ancora, senza spazientirci: O uomo, chi sei tu per rispondere a Dio? 86. Imperscrutabili sono i suoi giudizi e impenetrabili le sue vie! 87. A questo aggiungiamo: Non cercare ciò che è troppo difficile per te e non scrutare ciò che ti è inaccessibile 88.

L'assurdità dei futuribili.

Vedete infatti, carissimi, quanto sia assurdo e alieno dalla correttezza della fede e dalla schiettezza della verità il dire che i bambini morti sono giudicati secondo quello che Dio ha prescienza che farebbero, se vivessero. Eppure alcuni sono costretti ad arrivare a questa convinzione, anche se certamente ogni sentimento umano fondato su di un minimo di ragione, e soprattutto ogni sentimento cristiano, l'aborrisce. Vi si è costretti quando ci si vuole sottrarre agli errori dei pelagiani, pensando però ancora di dover credere e per di più proclamare che la grazia di Dio attraverso Gesù Cristo nostro Signore, la sola a venirci in aiuto dopo la caduta del primo uomo che ci ha travolti, viene data secondo i nostri meriti. Eppure Pelagio stesso, di fronte ai vescovi orientali che dovevano giudicarlo, condannò questa tesi per paura di essere condannato lui. Allora non parliamo di questo argomento, cioè che i morti avrebbero potuto compiere delle opere sia buone sia cattive se fossero vissuti, dato che esse non esistono e non esisteranno nemmeno nella prescienza di Dio. Se non diciamo questo, e vedete che grande errore si commette nel dirlo, che cosa resterà, quando avremo cacciata la nebbia della controversia, se non ammettere che la grazia di Dio non viene data secondo i nostri meriti, come appunto sostiene la Chiesa cattolica contro l'eresia pelagiana e come si scorge nella più aperta verità soprattutto nei bambini? Infatti non è il destino che costringe Dio a prestare aiuto ad alcuni bambini e ad altri no, quando la causa è comune agli uni e agli altri. Oppure penseremo che nel caso dei bambini le cose umane siano guidate non dalla divina provvidenza, ma dai casi fortuiti, proprio quando si tratta di condannare o di liberare anime razionali, mentre neppure un passero cade in terra senza la volontà del Padre nostro che è nei cieli 89 ? O ancora, se i bambini muoiono senza battesimo bisognerà attribuirlo alla negligenza dei genitori, cosicché in tal caso non c'entrerebbero affatto i giudizi divini? Come se i piccoli stessi che muoiono in questo modo nel peccato si fossero scelti di propria volontà al momento della nascita genitori negligenti nei loro confronti! E che dire quando un bambino talvolta spira prima che gli si possa prestare soccorso attraverso il ministero del battezzatore? Parecchie volte infatti, anche se i genitori si affrettano e i ministri sono pronti a impartire il Battesimo al bambino, esso non gli viene dato lo stesso poiché non vuole Dio, che non lo trattiene in questa vita appena quel tanto necessario a fargli somministrare il sacramento. E che vogliamo dire poi del fatto che talvolta si è potuto prestare il soccorso del Battesimo a bambini figli di non credenti perché non andassero in perdizione, e a figli di credenti no? Qui certamente si dimostra che presso Dio non ci sono riguardi personali 90, altrimenti libererebbe i figli di chi lo venera piuttosto che quelli dei suoi nemici.

Anche per Pelagio la grazia non è data secondo i nostri meriti.

Ordunque, dato che adesso trattiamo del dono della perseveranza, per qual motivo a uno che sta per morire non battezzato si presta il soccorso di non morire senza battesimo e a un battezzato che deve cadere non si presta il soccorso di morire prima? Vorremmo ancora una volta dar retta all'assurdità per cui si sostiene che non giova affatto ad alcuno di morire prima della caduta, perché sarà giudicato secondo quelle azioni che Dio antevedeva che egli avrebbe fatto se fosse vissuto? Un pensiero così stravolto e tanto violentemente contrario all'integrità della fede, chi lo vorrà ascoltare pazientemente? Chi lo vorrà sopportare? Eppure è costretto a dire ciò chi non ammette che la grazia di Dio non viene data secondo i nostri meriti. Ma se uno non vuole sostenere una tesi irragionevole come questa: chiunque muore viene giudicato dalla prescienza divina secondo quello che egli avrebbe fatto se fosse vissuto, e se uno scorge quanto siano grandi e manifeste la falsità e l'assurdità di una simile convinzione, non c'è più motivo di ripetere quello che la Chiesa ha condannato nei pelagiani e ha fatto condannare da Pelagio stesso, cioè che la grazia viene data secondo i nostri meriti. Infatti vedono che da questa vita alcuni bambini sono tolti non rigenerati, per passare alla morte eterna, altri rigenerati per passare alla vita eterna; e che di quelli stessi rigenerati, alcuni partono da questo mondo dopo aver perseverato fino alla fine, altri vi sono trattenuti finché non cadono. Eppure non sarebbero certamente caduti, se avessero potuto partire di qui prima di cadere; e altri ancora dopo essere caduti non escono da questa vita finché non si ravvedono; e sarebbero periti, se fossero usciti prima di ravvedersi.

Conclusione.

Da tutto ciò si dimostra abbastanza chiaramente che la grazia di Dio che ci fa sia iniziare sia perseverare fino alla fine, non viene data secondo i nostri meriti; anzi viene data secondo la volontà di Dio, segretissima, ma anche giustissima, sapientissima, generosissima, perché quelli che ha predestinato, li ha anche chiamati 91 con quella chiamata di cui è detto: Senza ripensamenti sono i doni e la chiamata di Dio 92. Gli uomini non devono mai affermare con sicurezza che un individuo appartiene a quella chiamata, se non quando sia uscito da questa vita; ma in questa vita umana che sulla terra è una tentazione 93, chi crede di stare in piedi veda di non cadere 94. Per ciò appunto (come abbiamo detto sopra 95 ), quelli che non sono destinati a perseverare sono mescolati dalla previdentissima volontà di Dio a quelli che sapranno perseverare, affinché apprendiamo a non presumere grandezze, ma a piegarci alle cose umili 96 e con timore e tremore ci adoperiamo per la nostra salvezza: Dio infatti è quello che opera in noi il volere e l'operare secondo le sue intenzioni 97. Noi dunque vogliamo, ma è Dio che opera in noi il volere; noi dunque operiamo, ma è Dio che opera in noi l'operare, secondo il suo beneplacito. Questo è utile a noi di credere e di sostenere, questo è pio, questo è vero, affinché la nostra confessione sia umile e sottomessa e sia rapportato tutto a Dio. Pensando crediamo, pensando parliamo, pensando facciamo, qualunque cosa sia quello che facciamo, ma in quello che riguarda la via della pietà e il vero culto di Dio, non siamo capaci di pensare qualcosa da soli, come venisse proprio da noi, ma la nostra sufficienza proviene da Dio 98. Infatti non sono in nostro potere i nostri cuori e i nostri pensieri 99, e lo stesso Ambrogio che si era espresso così, dice anche: Chi è tanto beato che nel suo cuore si elevi sempre verso Dio? Ma come può avvenire ciò senza l'aiuto divino? In nessun modo, certo. Anche precedentemente, egli continua, la medesima Scrittura dice: "Beato l'uomo il cui ausilio vien da te, o Signore; l'elevazione è nel suo cuore" 100. E se Ambrogio diceva ciò, di sicuro non solo lo leggeva nelle Sacre Scritture, ma lo sentiva anche nel suo cuore, cosa che trattandosi di un uomo simile non si può mettere in dubbio. Dunque quello che si chiede nei sacri misteri ai fedeli, cioè che abbiano il cuore in alto verso Dio, si riconosce come un dono del Signore; e per questo dono il sacerdote dopo tale richiamo esorta, coloro ai quali l'ha rivolto, a rendere grazie al Signore Dio nostro; ed essi rispondono che ciò è degno e giusto. Se infatti il nostro cuore non è in nostro potere, ma è sostenuto dall'aiuto divino, per elevarsi e per provare il gusto delle cose di lassù, dove è Cristo, assiso alla destra di Dio, non di quelle della terra 101, a chi bisogna render grazie di una cosa tanto grande se non al Signore nostro Dio che la concede, che attraverso tale beneficio, liberandoci dalla bassezza di questo mondo, ci elesse e ci predestinò prima della creazione del mondo?

Bisogna predicare la predestinazione.

Ma dicono che la dottrina della predestinazione è controproducente per l'efficacia della predicazione. Come se fosse stata controproducente la predicazione dell'Apostolo! Non è forse vero che quel grande, dottore delle genti nella fede e nella verità, ha insistito tante volte anche sulla predestinazione e non per questo cessò di predicare la parola di Dio? Anche se diceva: Dio è infatti quello che opera in voi il volere e l'operare secondo le sue intenzioni 102, nel medesimo tempo egli stesso ci esortava, sia perché volessimo ciò che piace a Dio, sia perché lo mettessimo in pratica. Diceva: Colui che ha iniziato in voi un'opera buona, la porterà a termine fino al giorno di Cristo Gesù 103, però consigliava anche gli uomini a iniziare e a perseverare fino alla fine. Veramente il Signore stesso ha ordinato agli esseri umani di credere, dicendo: Credete in Dio e credete in me 104; eppure non per questo si tratta di una proposizione falsa o di una spiegazione vana quando dice: Nessuno viene a me, cioè nessuno crede in me, se non gli è stato dato dal Padre mio 105. E nemmeno potremo rovesciare l'ordine e dire che se è vera questa spiegazione, allora è vana quella prescrizione. Per qual motivo dunque dovremmo pensare che per predicare, per insegnare, per prescrivere, per riprendere, tutte cose cui la Scrittura divina ricorre continuamente, sia inutile la dottrina della predestinazione, quando la Scrittura stessa v'insiste?

E' la prescienza e la preparazione divina dei benefici.

O forse qualcuno oserà dire che Dio non conosceva per prescienza coloro a cui avrebbe concesso di credere o coloro che avrebbe dato al Figlio suo, perché di essi non perdesse nessuno 106 ? Ma se aveva prescienza di queste cose, certo l'aveva anche dei suoi benefici con cui si degna di liberarci. Questa è la predestinazione dei santi, nient'altro: cioè la prescienza e la preparazione dei benefici di Dio, con i quali indubbiamente sono liberati tutti quelli che sono liberati. E tutti gli altri dove sono lasciati dal giusto giudizio divino se non nella massa della perdizione? Dove sono stati lasciati gli abitanti di Tiro e di Sidone, che pure avrebbero potuto credere, se avessero visto quelle prodigiose manifestazioni di Cristo? Però a loro non era stato concesso di credere e quindi fu loro negato anche il mezzo di credere. Da ciò si vede che certuni hanno per natura fra le loro qualità spirituali un dono divino d'intelligenza per cui si muoverebbero verso la fede, se udissero parole o vedessero miracoli proporzionati alla loro mentalità; eppure, se per il superiore giudizio di Dio la predestinazione della grazia non li ha differenziati dalla massa di perdizione, non sono impiegati per loro quelle parole e quei prodigi divini per mezzo dei quali potrebbero credere, udendoli e vedendoli personalmente. Nella stessa massa di perdizione furono lasciati anche i Giudei, che non poterono credere ai miracoli tanto grandi e splendidi compiuti al loro cospetto. Il Vangelo non tace sul motivo che impedì loro di credere, quando dice: Ma benché avesse fatto tanto grandi miracoli di fronte a loro, non credettero in lui perché si adempissero le parole dette dal profeta Isaia: Signore, chi ha creduto alla nostra predicazione? E il braccio del Signore a chi è stato rivelato? E non potevano credere perché ancora aveva detto Isaia: Ha accecato i loro occhi e indurito il loro cuore perché non vedano con gli occhi e non comprendano con il cuore, né si convertano, né io li risani 107. Non erano accecati alla stessa maniera gli occhi né così indurito il cuore degli abitanti di Tiro e di Sidone, perché questi avrebbero creduto, se avessero veduto i miracoli come li videro costoro. Però a loro non giovò il fatto che potevano credere, perché non erano stati predestinati da Colui del quale imperscrutabili sono i giudizi e impenetrabili le vie; né ai Giudei avrebbe creato ostacolo il fatto che non potevano credere, se fossero stati predestinati in modo che Dio illuminasse la loro cecità e volesse togliere ai loro petti induriti il cuore di pietra. Quello che il Signore disse agli abitanti di Tiro e di Sidone forse si può intendere in un qualche altro modo 108, ma nessuno viene a Cristo se non quello a cui è stato dato, e viene dato a coloro che sono stati eletti in lui prima della creazione del mondo; questo senza dubbio confessa colui che ode la parola divina con l'orecchio della carne senza aver sordo il cuore. E tuttavia questa predestinazione, che viene spiegata abbastanza apertamente dalle stesse parole del Vangelo, non impedisce che il Signore anche per l'inizio dica quello che ho ricordato poco sopra: Credete in Dio e credete in me 109, e per la perseveranza: Bisogna sempre pregare e non venire mai meno 110. Ascoltano queste parole e le applicano quelli ai quali è stato dato; ma non le applicano, sia che le odano, sia che non le odano, quelli ai quali non è stato dato, perché a voi, dice, è stato dato di conoscere il mistero del regno dei cieli; a loro invece non è stato dato 111. E la prima cosa appartiene alla misericordia, l'altra al giudizio di Colui a cui dice l'anima nostra: Canterò a te, Signore, la [tua] misericordia e il [tuo] giudizio 112.

Bisogna predicare tanto la fede e la perseveranza quanto la predestinazione.

Dunque predicare la predestinazione non deve impedire di predicare la fede che persevera e progredisce, così che odano quello che devono udire coloro ai quali è stata concessa l'obbedienza; infatti: Come potranno udire senza uno che predichi? 113. Ma viceversa predicare la fede che progredisce e persevera fino alla fine non deve impedire di predicare la predestinazione, affinché chi vive con fede e obbedienza non si inorgoglisca di questa obbedienza come di un bene suo, non ricevuto, ma chi si gloria, si glori nel Signore 114. In nulla dobbiamo gloriarci, dal momento che nulla ci appartiene 115. Questo appunto vide con fede piena Cipriano e con piena sicurezza espresse, dichiarando in queste parole la perfetta certezza della predestinazione. Infatti se in niente dobbiamo gloriarci, dal momento che niente ci appartiene, allora non bisogna gloriarsi nemmeno della più perseverante obbedienza, e non bisogna neppure chiamarla nostra, come se non ci fosse donata dall'alto. Anch'essa è dono di Dio e Dio, come professa ogni cristiano, seppe in prescienza che l'avrebbe donata ai chiamati con quella vocazione di cui si è detto: Senza ripensamenti sono i doni e la chiamata di Dio 116. Questa è dunque la predestinazione che con fede e umiltà predichiamo. E quell'uomo che sapeva insegnare ed agire, come credette in Cristo e visse perseverando pienamente nella santa obbedienza fino al martirio per Cristo, non per questo cessò di predicare il Vangelo, di esortare alla fede, alla condotta pia e alla stessa perseveranza fino alla fine. Tuttavia con l'espressione: In niente dobbiamo gloriarci, dal momento che niente ci appartiene, senza alcuna ambiguità ha indicato qual è la grazia di Dio autentica: essa cioè è quella che non viene data secondo i nostri meriti; ma poiché Dio aveva prescienza che l'avrebbe data, in queste parole di Cipriano senza dubbio è affermata la predestinazione; e se questo non impedì a Cipriano di predicare l'obbedienza, non deve certo impedirlo neppure a noi.

Il dono di ascoltare con obbedienza.

Dunque benché diciamo che l'obbedienza è un dono di Dio, tuttavia esortiamo gli uomini ad essa. Ma a quelli che ascoltano con obbedienza l'esortazione proveniente dalla verità è appunto stato dato un dono di Dio, cioè di ascoltare con obbedienza; a quelli che non ascoltano con questo atteggiamento, il dono non è stato dato. Infatti non è stato uno qualunque, ma Cristo, a dire: Nessuno viene a me se non gli è stato dato dal Padre mio 117; e: A voi è stato dato di conoscere il mistero del regno dei cieli; a loro invece non è stato dato 118. Inoltre sulla continenza ha affermato: Non tutti capiscono questa parola, ma quelli ai quali è stato dato 119. E quando l'Apostolo esorta gli sposi alla pudicizia coniugale dice: Vorrei che tutti gli uomini fossero come me stesso; ma ciascuno ha un proprio dono da Dio, uno in un modo, uno in un altro 120. Con queste parole dimostra chiaramente che non solo la continenza è un dono di Dio, ma anche la castità dei coniugati. Ora, benché tutto ciò sia vero, noi esortiamo lo stesso a queste virtù, per quanto è concesso alle possibilità di ciascuno di noi, perché anche questo è dono di Colui in mano del quale siamo noi e i nostri discorsi 121. Per cui l'Apostolo dice: Secondo la grazia che mi è stata data, come un sapiente architetto ho posto le fondamenta 122. E in un altro passo: A ciascuno come il Signore ha dato; io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma Dio dette la crescita. Pertanto né chi pianta è qualcosa né chi irriga, ma Dio che dà la crescita 123. E perciò esorta e predica rettamente solo colui che ne ha ricevuto il dono e solo colui che ne ha ricevuto il dono ascolta con obbedienza quella retta esortazione e quella retta predicazione. Ecco il motivo per cui il Signore, parlando a coloro che tengono aperte le orecchie della carne, diceva: Chi ha orecchie da intendere, intenda 124; Egli sapeva senza dubbio che non tutti hanno orecchie da intendere. Ma il Signore stesso mostra da chi le hanno avute tutti quelli che le hanno, quando dice: Darò loro un cuore per conoscermi e orecchie per ascoltarmi 125. Dunque avere orecchie da intendere è appunto il dono dell'obbedienza, affinché quelli che lo hanno vengano a Colui al quale nessuno viene se non gli è stato dato dal Padre suo. Esortiamo dunque e predichiamo; quelli che hanno orecchie da intendere, ci ascoltano con obbedienza; ma per coloro che non le hanno si verifica quello che è scritto: affinché intendendo non intendano 126; cioè: pur intendendo con il senso del corpo, non intenderanno con l'assenso del cuore. Ma perché alcuni hanno orecchie da intendere ed altri no, cioè perché ad alcuni è stato concesso dal Padre di venire al Figlio e ad altri no? In quanto a questo chi comprese il pensiero del Signore o chi ne fu il suo consigliere? 127. Oppure si può rispondere: Chi sei tu, o uomo, per rispondere a Dio? 128. Forse bisognerà negare quello che è manifesto perché non si può capire quello che è occulto? Forse, dico io, quando scorgiamo che una cosa è in un determinato modo, sosterremo il contrario per il fatto che non possiamo scoprire perché è in quel modo?

La predestinazione non vanifica la correzione più della prescienza.

Ma dicono, come voi scrivete: "Nessuno si può incitare con il pungolo del rimprovero, se si dirà nelle riunioni della Chiesa di fronte a molti ascoltatori: Così sta la sentenza decretata dalla divina volontà sulla predestinazione; alcuni di voi, ricevuta la volontà di obbedire, dalla mancanza di fede verranno alla fede, oppure ricevuta la perseveranza, nella fede rimarranno; ma voi altri tutti che indugiate nei piaceri del peccato, è per questo che non ve ne siete ancora rialzati, perché l'aiuto della grazia misericordiosa non vi ha fino a questo momento sollevato. Ma se voi siete di quelli non ancora chiamati, che però il Signore nella sua grazia ha predestinato all'elezione, riceverete quella grazia dalla quale vorrete essere eletti e lo sarete; se siete di quelli che obbediscono, ma predestinati ad essere respinti, vi saranno sottratte le forze dell'obbedienza perché cessiate di obbedire" 129. Anche se si dice tutto ciò, pure tutto questo non ci deve distogliere dal confessare la vera grazia di Dio, cioè quella che non viene data secondo i nostri meriti, e dal confessare contemporaneamente secondo questa grazia la predestinazione dei santi. Così pure non siamo distolti dal confessare la prescienza di Dio, anche se di essa qualcuno parla al popolo in questa maniera: "Sia che voi viviate ora rettamente, sia che no, in seguito sarete quelli che Dio sapeva nella sua prescienza che sareste stati, buoni se vi previde buoni, cattivi se vi previde cattivi". Allora, se dopo aver udito ciò alcuni si rivolgono all'indolenza e all'apatia e da un atteggiamento solerte precipitano dietro le loro concupiscenze nella dissolutezza, forse per questo bisognerà pensare che è falso quanto è stato detto sulla prescienza di Dio ? Non è forse vero che se Dio ha avuto prescienza che essi sarebbero stati buoni, essi saranno buoni, per quanto grande sia la cattiveria in cui si trovino ora, e che se invece Dio ha previsto che sarebbero stati cattivi, cattivi saranno, per quanto grande sia la bontà in cui li possiamo vedere al presente? Ci fu un tale nel nostro monastero che quando i confratelli lo biasimavano perché faceva cose che non doveva fare, dava questa risposta: "Comunque io sia ora, sarò quello che Dio ha previsto che sarei stato". E senz'altro diceva la verità, ma per questo non progrediva nel bene; anzi arrivò a tal punto nel male che, abbandonata la comunità monastica divenne come un cane che ritorna sul suo vomito; eppure a tutt'oggi è incerto cosa sia destinato a diventare. Dunque forse per anime come questa bisogna negare o tacere le verità che si affermano nella prescienza di Dio, e proprio allora tacerle, quando a tacerle si incorre in altri errori?

Quelli che non pregano perché Dio conosce ciò che ci è necessario.

Ci sono anche quelli che per questo motivo non pregano o pregano con freddezza, perché sanno, per averlo detto il Signore, che Dio conosce ciò che è necessario per noi prima che noi glielo chiediamo 130. E allora per simili individui penseremo che bisogna tralasciare la verità di questa affermazione o che bisogna cancellarla dal Vangelo? Al contrario: come risulta, Dio ha preparato alcuni doni che farà anche a chi non li implora, come l'inizio della fede, altri che farà solo a chi li implora, come la perseveranza fino alla fine; allora colui che pensa di poter avere da se stesso questa virtù, non pregherà per ottenerla. Dunque bisogna guardarsi dal pericolo di lasciare estinguere la preghiera e divampare l'orgoglio per paura di diminuire il fervore dell'esortazione.

Quando è opportuno tacere e quando bisogna parlare.

Si dica allora la verità, specialmente quando qualche problema spinge a dirla; e lasciamo che quelli che ne sono capaci comprendano; altrimenti, se si tace per quelli che non possono capire, non solo sono defraudati della verità, ma sono addirittura conquistati dal falso quelli che potrebbero conquistare il vero e con esso mettersi al riparo dalla falsità. E' facile, anzi anche utile, tacere qualche verità a causa dei poco dotati. Infatti per questo è stato detto dal Signore: Ho ancora molte cose da dirvi, ma per il momento non siete ancora in grado di portarle 131, e dall'Apostolo: Non potei parlare a voi come a uomini spirituali, ma come a uomini carnali; come a bambini in Cristo vi diedi a bere latte, non cibo solido; infatti non eravate ancora in grado di riceverlo e ancora non lo siete 132. Per quanto, usando un certo modo di esprimersi, può avvenire che ciò che si dice sia latte per i bambini e cibo solido per gli adulti; così se diciamo: In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio 133, quale cristiano può tacere queste verità? Ma quale cristiano può comprenderle? E che cosa di più elevato si può ritrovare nella sana dottrina? Eppure questo non viene taciuto né ai bambini né ai grandi, né i grandi lo tengono nascosto ai bambini. Ma è un conto quando c'è una ragione per tacere una verità, e un altro conto quando c'è una necessità per dirla. Sarebbe lungo ricercare e riferire qui tutte le cause per tacere la verità; ma tuttavia una è anche questa: non rendere peggiori quelli che non comprendono per voler rendere più dotti quelli che comprendono, quando questi ultimi senza diventare più dotti, con il nostro silenzio non diventano nemmeno peggiori. Ma se una verità è di tal fatta che, quando noi gliela riveliamo, chi non può capire diventa peggiore, e quando invece manteniamo il silenzio, diventa peggiore chi può capire, in tal caso che dovremo fare? Non bisognerà forse dire la verità affinché chi può comprendere comprenda, piuttosto che tacere? Tacendo non solo nessuno dei due comprende, ma chi è più intelligente, personalmente peggiora. Al contrario, se quest'ultimo sentisse e capisse, per mezzo di lui anche parecchi altri apprenderebbero. Infatti quanto più uno è capace di apprendere, tanto più è adatto ad insegnare agli altri. Il nemico della grazia c'incalza e ci forza in tutte le maniere per farci credere che essa è data secondo i nostri meriti, in modo da non essere più grazia 134; e noi non vorremo dire tutto quello che possiamo in base all'autorità della Scrittura? Temiamo che dalle nostre parole sia offeso chi non può capire la verità; e non dovremmo temere che con il nostro silenzio chi è in grado di capirla cada vittima del falso?

Predicare la predestinazione per non dimenticare che sono doni di Dio sia la grazia che la perseveranza sino alla fine.

Allora bisogna predicare la predestinazione nel modo evidente in cui la santa Scrittura ne parla, e dire che nei predestinati i doni e la chiamata del Signore sono senza ripensamenti, oppure confessare che la grazia di Dio è data secondo i nostri meriti, come intendono i pelagiani, per quanto, come abbiamo detto già più volte, negli Atti dei vescovi orientali leggiamo che questa tesi fu condannata per bocca dello stesso Pelagio 135. Ma questi ai quali è rivolta la nostra attenzione sono molto lontani dall'aberrante eresia pelagiana; benché non vogliano ancora riconoscere come predestinati coloro che attraverso la grazia di Dio divengano e permangano obbedienti, tuttavia già ammettono che questa grazia previene la volontà di coloro ai quali è data. Questa ammissione evidentemente è fatta perché si creda che la grazia viene data gratuitamente, come sostiene la verità, e non per merito della volontà che l'ha preceduta, come pretende contro la verità l'eresia pelagiana. Dunque la grazia previene anche la fede; altrimenti, se è la fede che previene la grazia, senza dubbio la previene anche la volontà, perché la fede senza la volontà non può esistere. Se invece la grazia previene la fede, poiché previene la volontà, certo previene ogni forma di obbedienza; previene anche la carità, che è l'unica virtù con la quale si obbedisce a Dio in maniera autentica e dolce; e tutte queste qualità è la grazia che le previene e le opera in colui al quale è concessa.

Fra questi beni resta la perseveranza fino alla fine, che invano si richiederebbe a Dio ogni giorno, se Dio stesso, prestando orecchio a colui che prega, non l'operasse in lui attraverso la sua grazia. Ormai vi accorgerete quanto sia alieno dalla verità negare che sia un dono di Dio la perseveranza fino alla fine della vita terrena, dal momento che Dio stesso mette fine a questa vita quando vuole, e se vi mette fine prima di una caduta imminente, fa perseverare l'uomo fino alla fine. Ma più mirabile e per i fedeli più evidente è la sovrabbondanza della bontà divina, perché questa grazia è data anche ai bambini, in un'età in cui non può essere donata l'obbedienza. Dunque tutti questi doni Dio li può fare a chi vuole, ma in ogni caso ha previsto certamente che li farà e li ha preparati nella sua prescienza. Quelli che ha predestinato, li ha anche chiamati 136, di quella chiamata della quale, non mi stanco mai di ricordarlo, è detto: Senza ripensamenti sono i doni e la chiamata di Dio 137. Infatti nella sua prescienza che non può ingannarsi né cambiare, predestinare è per Dio disporre le sue opere future: questo esattamente e nient'altro. Se Dio ha prescienza che uno sarà casto, quest'individuo, benché di ciò egli non abbia certezza, si adopera per essere casto; così quello che ha predestinato ad essere casto, benché anch'egli non ne possa essere certo, non cessa di adoperarsi allo stesso scopo, quando sente che quello che diventerà lo diventerà per dono di Dio. Al contrario il suo sentimento di carità ne gioisce, ed egli non prova orgoglio 138, come se quello che ha non lo avesse ricevuto. Non solo dunque se si predica la predestinazione costui non viene impedito dal praticare la castità, ma anzi riceve aiuto affinché chi si gloria si glori nel Signore 139.

Confronto con le altre virtù.

Ma quello che ho detto della castità si può ripetere come verissimo anche della fede, della pietà, della carità, della perseveranza e, per non continuare a citarle una per una, di ogni forma di obbedienza con la quale ci si sottomette a Dio. Questi nostri fratelli lasciano in nostro potere solo l'inizio della fede e la perseveranza fino alla fine; essi non credono che queste due virtù siano doni di Dio e quindi escludono che per ottenerle e conservarle sia Dio ad operare i nostri pensieri e le nostre volontà; ogni altra cosa però ammettono che sia lui a concederla e che il credente la ottenga da lui attraverso la fede. Ma allora perché, quando si tratta di raccomandare e predicare tutte queste altre virtù, non temono anche in questo caso che la dottrina della predestinazione possa costituire un ostacolo? Forse sosterranno che nemmeno queste sono predestinate? Di conseguenza, o esse non sono date da Dio, oppure Egli non sapeva che le avrebbe date. Ma se sono date da Dio ed Egli aveva prescienza che le avrebbe concesse, allora è sicuro che le ha predestinate. Essi stessi esortano alla castità, alla carità, alla pietà e a tutte le altre virtù che confessano essere doni di Dio; non possono d'altronde negare che Egli ha avuto prescienza di questi doni e che quindi essi sono stati predestinati. Infine non dicono nemmeno che queste loro esortazioni subiscono un impedimento se si predica la predestinazione divina, cioè se si predica che Dio ebbe prescienza di questi suoi doni futuri. Allora alla stessa maniera si avvedano che non vengono ostacolate le loro esortazioni né alla fede né alla perseveranza, se riconoscono che anche queste, come è vero, sono doni di Dio, che Egli ne ebbe prescienza e che perciò la loro largizione fu predestinata. Piuttosto comprendano che ad essere ostacolato e sovvertito, quando si predica la predestinazione, è solo quell'errore assolutamente rovinoso per cui si dice che la grazia di Dio è data secondo i nostri meriti, con la conseguenza che chi si gloria, non si gloria nel Signore, ma in se stesso.

Secondo i pelagiani non si deve predicare che la fede e la perseveranza sono doni di Dio.

Quelli che possiedono il dono di volare avanti con il loro ingegno, sopportino che io mi soffermi a spiegare tutto ciò più chiaramente a coloro che sono un po' tardi. Dice l'apostolo Giacomo: Se qualcuno di voi manca della sapienza, la chieda a Dio che concede a tutti a profusione e non rimprovera, e gli sarà data 140. E' scritto anche nei Proverbi di Salomone: Il Signore dà la sapienza 141. L'autorità del libro della Sapienza è stata utilizzata da grandi e dotti uomini che commentarono le Scritture divine prima di noi, e riguardo alla continenza vi si legge: Sapendo che nessuno può essere continente se non lo concede Dio; e questo stesso apparteneva alla sapienza, sapere di chi era questo dono 142. Ecco dunque due doni di Dio: sapienza e continenza, per non parlare degli altri. Anche per questi nostri fratelli ciò è pacifico; infatti non sono pelagiani che lottino contro questa trasparente verità con la dura aberrazione degli eretici. ha principio da noi ad ottenere che ci siano date da Dio queste virtù"; di questa fede essi pretendono che appartenga a noi cominciare ad averla e permanervi fino alla fine, come se non la ricevessimo da Dio. Ma con questa pretesa senza dubbio si contraddicono le parole dell'Apostolo: Cosa possiedi infatti che tu non abbia ricevuto? 143. E viene contraddetto anche il martire Cipriano, quando raccomanda: Non dobbiamo gloriarci in nulla perché nulla ci appartiene 144. Ma noi abbiamo un bel ripetere tutte queste cose e molte altre ancora fino alla noia; abbiamo dimostrato che sia l'inizio della fede sia la perseveranza fino alla fine sono doni di Dio, che Dio non poteva non avere prescienza di tutti i suoi futuri doni, quali sarebbero stati e a chi li avrebbe dati, e che perciò quelli che Egli libera e incorona sono oggetto della sua predestinazione. Dopo tutto ciò essi pensano ancora di dover obiettare: "La dottrina della predestinazione è contraria a una predicazione efficace, perché dopo averla ascoltata nessuno può più essere stimolato con il pungolo del rimprovero". Dicendo ciò, non vogliono che si predichi agli uomini che giungere alla fede e permanervi sono doni di Dio, perché non sembri che invece di esortarli li si induca alla disperazione; infatti ascoltando rifletterebbero che per l'ignoranza umana resta incerto a chi Dio largisca questi doni e a chi no. E allora perché anche loro predicano in accordo con noi che sono doni di Dio la sapienza e la continenza? Essi affermano che queste due virtù sono doni di Dio, ma secondo loro in questo caso non viene ostacolata l'esortazione che rivolgiamo agli uomini ad essere sapienti e continenti. Dunque per quale motivo sostengono che noi non possiamo più esortare gli uomini a venire alla fede e a rimanervi fino alla fine, se diciamo che anche questi ultimi sono doni di Dio, come pure è comprovato dalla testimonianza delle sue Scritture?

Perché allora dichiarano doni di Dio la sapienza e la continenza?

Ecco, tacciamo della continenza e trattiamo ora della sola sapienza; l'apostolo Giacomo, che abbiamo già citato, dice: La sapienza che viene dall'alto in primo luogo è pudica, poi pacifica, moderata, conciliante, piena di misericordia e di buoni frutti, senza parzialità, senza simulazione 145. Vi vorrete accorgere allora, ve ne scongiuro, di quanti e quanto grandi beni sia ricolma la sapienza che discende dal Padre della luce? Ogni concessione ottima, dice ancora l'Apostolo, e ogni dono perfetto viene dall'alto, discendendo dal Padre della luce 146. Perché dunque, per tralasciare il resto, rimproveriamo gli impudichi e i litigiosi, se predichiamo loro che la sapienza pudica e pacifica è un dono di Dio? E perché non abbiamo timore che essi, non potendo conoscere la volontà divina, trovino in questa predicazione maggior motivo per disperarsi che per lasciarsi esortare? Potrebbero anche essere stimolati dal pungolo del rimprovero non contro se stessi, ma piuttosto contro di noi, perché li biasimiamo di non avere ciò che proprio noi sosteniamo non essere procurato dalla volontà umana, ma donato dalla generosità divina. Perché la predicazione di questa grazia non ha distolto lo stesso apostolo Giacomo dal rimproverare i turbolenti? Infatti egli dice: Se avete invidia amara e ci sono discordie nei vostri cuori, non ve ne gloriate e non siate mendaci contro la verità; questa non è la sapienza che discende dall'alto, anzi è terrena, carnale, diabolica; dove infatti c'è invidia e discordia, lì c'è disordine ed ogni opera cattiva 147. Dunque bisogna rimproverare i turbolenti secondo le testimonianze della Parola divina e secondo le regole di condotta che questi fratelli hanno in comune con noi; e non resta impedito il rimprovero, se predichiamo che la sapienza pacifica, in base alla quale si correggono i litigiosi e si risanano, è un dono di Dio. A questo stesso modo bisogna riprendere quelli che non hanno fede o quelli che non permangono nella fede, e la predicazione della grazia di Dio, che insiste nel presentare la fede e la perseveranza nella fede come doni di Dio, non impedisce questa riprensione. Infatti è vero che dalla fede si ottiene la sapienza, come dice l'apostolo Giacomo: Se qualcuno di voi manca della sapienza, la chieda a Dio che concede a tutti a profusione e non rimprovera, e gli sarà data; e poi aggiunge: La chieda con fede senza affatto esitare 148. Ora, anche se la fede è data prima che la chieda colui che la riceve, non si dovrà dire che non è un dono di Dio, ma che proviene da noi, perché ci è stata data senza che noi l'avessimo chiesta. L'Apostolo infatti dice chiarissimamente: Pace ai fratelli e carità con la fede da Dio Padre e dal Signore Gesù Cristo 149. Dunque da chi concede la pace e la carità proviene anche la fede, per cui chiediamo a lui non solo che essa sia accresciuta a chi la possiede, ma anche che sia concessa a chi non la possiede.

I fratelli marsigliesi dovrebbero esortare a quelle sole virtù che secondo loro provengono da noi: l'inizio della fede e la perseveranza.

Ma questi ai quali rivolgiamo la nostra trattazione, vanno proclamando, è vero, che predicare la predestinazione e la grazia impedisce di esortare, però poi non esortano solo a quei doni che sostengono non dati da Dio, ma provenienti da noi stessi, come sono l'inizio della fede e la perseveranza in essa fino alla fine; eppure questo esclusivamente dovrebbero fare: solo esortare i non credenti alla fede e i credenti a rimanere nella fede. Ma ci sono anche le virtù che essi riconoscono insieme con noi come doni di Dio per demolire in accordo con le nostre tesi l'errore dei Pelagiani, e queste sono la pudicizia, la continenza, la pazienza e le altre qualità per mezzo delle quali si vive rettamente e che si ottengono dal Signore con la fede; ora riguardo ad esse dovrebbero mostrare che bisogna invocarle, ma limitarsi solo a questo: ad invocarle o per se stessi o per gli altri, senza esortare nessuno ad imprenderle e a mantenerle. Invece esortando con ogni loro energia anche alle virtù di questo genere e sostenendo che gli uomini di queste esortazioni hanno bisogno, dimostrano a sufficienza che non vengono impedite con tale predicazione nemmeno le esortazioni alla fede e alla perseveranza fino alla fine, se predichiamo che queste sono doni di Dio e che non provengono a nessuno da se stesso, ma sono dispensate dal Signore.

Le parole Non spingerci in tentazione dimostrano che la perseveranza è un dono di Dio.

"Ma ciascuno abbandona la fede per colpa sua, quando cede e consente alla tentazione che lo induce ad abbandonarla". E chi lo nega? Ma non per questo bisognerà dire che la perseveranza nella fede non è un dono di Dio. E' questo che ogni giorno chiede chi dice: Non spingerci in tentazione 150, e se è esaudito la riceve; ma se chiede ogni giorno di perseverare, evidentemente non spera di trovare la sua perseveranza in se stesso, ma in Dio. Ora io non voglio sovraccaricare la mia dimostrazione di troppe parole, ma piuttosto lascio loro da riflettere, perché scorgano dove vada a parare l'idea di cui sono persuasi: "predicando la predestinazione si insinua in chi ascolta più la disperazione che l'esortazione". Questo equivale a dire che l'uomo dispera della sua salvezza proprio quando ha appreso a non riporla in se stesso ma in Dio, mentre invece il Profeta grida: Maledetto chiunque ha speranza nell'uomo 151.

Nella Scrittura la predestinazione può essere chiamata anche prescienza.

Questi sono dunque doni di Dio, che vengono dati agli eletti chiamati secondo il decreto, e fra questi doni c'è sia l'incominciare a credere sia il perseverare nella fede fino al termine di questa vita, come abbiamo provato con testimonianze tanto motivate e autorevoli; questi doni di Dio, dico, se non esiste la predestinazione che noi sosteniamo, non sono oggetto della prescienza divina, e invece lo sono; questa allora è la predestinazione che difendiamo.

Per questo talvolta si indica questa predestinazione con il nome di prescienza, come dice l'Apostolo: Dio non ripudiò il suo popolo che conobbe in precedenza 152. Qui l'espressione: conobbe in precedenza s'intende rettamente solo con "predestinò", come dimostra il contesto del brano. Infatti parlava del residuo di Giudei che furono salvati, mentre tutti gli altri perivano. Più sopra aveva ricordato come il Profeta parlava ad Israele: Tutto il giorno tesi le mie mani ad un popolo disobbediente e ribelle 153; e come se gli venisse replicato: "Dove sono finite le promesse di Dio ad Israele?", l'Apostolo subito prosegue: Dico dunque forse che Dio ha ripudiato il suo popolo? Neppure lontanamente: infatti anch'io sono israelita della stirpe di Abramo, della tribù di Beniamino 154; e vuole dire: Infatti anch'io sono di questo popolo. Poi aggiunge la frase che ora esaminiamo: Dio non ripudiò il suo popolo, che conobbe in precedenza. E per dimostrare che il residuo fu riservato per grazia di Dio, non per i meriti delle loro opere, aggiunge: Non conoscete che cosa dice la Scrittura dove parla di Elia, in qual modo egli si lamenta con Dio contro Israele? 155, con quello che segue. Ma qual è la risposta divina a lui? Ho riservato per me settemila uomini, che non curvarono il ginocchio davanti a Baal 156. Non dice: sono stati riservati a me, oppure: si sono riservati a me, ma: Ho riservato per me. Così, dice, anche al tempo presente c'è un residuo per elezione della grazia. Ma se è per la grazia, non è per le opere; altrimenti la grazia non è più grazia 157. E ricollegando tutto quello che ho già riferito sopra, esclama: E allora? E a questa interrogazione risponde: Quello che Israele cercava, non l'ha ottenuto; ma la parte eletta l'ha ottenuto; gli altri sono stati accecati 158. Dunque vuol far capire che questa parte eletta e questo residuo che fu creato per elezione della grazia è il popolo che Dio non ha ripudiato perché lo conobbe in precedenza. Questa è l'elezione con la quale Egli elesse in Cristo prima della creazione del mondo quelli che volle, perché fossero santi e immacolati al suo cospetto in carità, predestinandoli ad essere figli d'adozione 159. A nessuno dunque che comprenda queste espressioni è permesso di negare o dubitare che le parole dell'Apostolo: Dio non ripudiò il suo popolo, che conobbe in precedenza, vogliano significare la predestinazione. Il Signore conobbe in precedenza il residuo che Egli stesso avrebbe creato per elezione della grazia. Questo significa dunque che lo predestinò; infatti se lo predestinò, senza dubbio lo conobbe in precedenza; ma predestinare per Dio è conoscere in precedenza quello che Egli stesso farà.

Gli antichi commentatori della Scrittura testimoniano circa la predestinazione.

Allora quando nei commentatori della parola di Dio leggiamo il termine di "prescienza" a proposito della chiamata degli eletti, che cosa c'impedisce di intendere appunto la predestinazione ? Infatti forse essi vollero su tale argomento usare la parola "prescienza" perché si comprende più facilmente e non è contraria, anzi è in pieno accordo con la verità di quanto noi predichiamo sulla predestinazione della grazia. Io questo so, che nessuno ha mai potuto discutere, se non errando, contro questa predestinazione che noi sosteniamo in base alle sante Scritture. Ma a quelli che sull'argomento ricercano il parere di commentatori penso che debbano bastare due uomini santi, famosi e lodati per ogni dove nel campo della fede e della dottrina cristiana, Cipriano ed Ambrogio, dai quali abbiamo tratto testimonianze tanto perspicue. Debbono bastare per tutti e due gli scopi, cioè a credere e a predicare in tutto e per tutto, come appunto bisogna credere e predicare, che la grazia di Dio è gratuita, e a respingere l'idea che questa predicazione sia di ostacolo all'altra con la quale esortiamo i pigri o rimproveriamo i malvagi. Anche questi due dotti hanno predicato la grazia di Dio in tal modo che uno di essi ha ammonito: In nulla dobbiamo gloriarci perché nulla ci appartiene 160; e l'altro: Non sono in nostro potere il nostro cuore e i nostri pensieri 161; eppure non hanno mai cessato di esortare e rimproverare perché fossero adempiuti i precetti divini. E non ebbero paura di sentirsi rispondere: Perché ci esortate, perché ci rimproverate, se non dipende da noi di possedere alcun bene e se non è in nostro potere il nostro cuore? In nessun modo questi santi potevano temere una simile obiezione, perché comprendevano che a pochissimi fu donato di ricevere la dottrina della salvezza senza il tramite della parola umana, solo per grazia di Dio stesso e degli angeli dei cieli, mentre a molti fu donato di credere in Dio per mezzo degli uomini. Però in qualsiasi maniera sia presentata all'uomo la parola divina, sicuramente è dono di Dio che egli l'ascolti così da obbedirla.

Cipriano, Ambrogio, Gregorio.

Per questo gli insigni trattatori delle divine Scritture nominati sopra predicarono, come bisogna predicare, la vera grazia di Dio, cioè quella che nessun merito umano precede; ed esortarono nello stesso tempo con vigore ad adempiere i divini precetti, perché quelli che avevano il dono dell'obbedienza udissero i comandamenti ai quali dovevano obbedire. Infatti se ci fosse qualche nostro merito che precedesse la grazia, certo si tratterebbe del merito o di un'azione o di una parola o di un pensiero, e per pensiero s'intende anche la volontà buona; ma ha raccolto nella maniera più breve ogni genere di meriti colui che dice: In nulla ci dobbiamo gloriare, perché nulla ci appartiene 162. E anche l'altro, affermando: Non sono in nostro potere il nostro cuore e i nostri pensieri 163, non ha escluso dalla sua negazione né i fatti né le parole, dato che non c'è alcuna azione o parola dell'uomo che non proceda dal cuore e dal pensiero. Cipriano, martire tanto glorioso e dottore tanto perspicuo, come poteva chiarire in maniera più completa questo punto se non ricordandoci nell'Orazione domenicale che bisogna pregare anche per i nemici della fede cristiana? Con ciò chiarisce quello che pensa sull'inizio della fede, cioè che è anch'esso un dono di Dio, e ci fa vedere che la Chiesa di Cristo prega ogni giorno per la perseveranza fino alla fine perché anche questa è solo Dio che la dona a quelli che la mettono in pratica. Anche il beato Ambrogio, esponendo quello che dice l'evangelista Luca: E' parso bene anche a me 164, commenta: E' possibile che non sia parso bene a lui solo quello che egli dichiara gli parve bene. Effettivamente quella decisione non parve bene unicamente in base alla volontà umana, ma fu presa come piacque a Cristo che parla in me 165, il quale fa sì che ciò che è buono possa apparire buono anche a noi; difatti se ha misericordia di uno, gli rivolge anche la sua chiamata. E perciò chi segue Cristo, se gli si chiede perché ha voluto essere cristiano, può rispondere: "E' parso bene anche a me". Ma dicendo così, non nega che sia parso bene anche a Dio; è Dio infatti che prepara la volontà degli uomini 166, e l'onore che il santo rende a Dio è una grazia di Dio 167. Sempre nella medesima opera, cioè nell'Esposizione del Vangelo di Luca, giunto al passo ove si narra che i Samaritani non vogliono accogliere il Signore diretto a Gerusalemme, scrive: Contemporaneamente apprendi che fu lui a non voler essere accolto da chi si era convertito non sinceramente. Infatti se avesse voluto, da mancanti di devozione com'erano, li avrebbe resi devoti. Ma il motivo per cui non lo ricevettero lo ricorda lo stesso Evangelista quando dice: "Perché era diretto a Gerusalemme" 168. I discepoli bramavano di essere ricevuti in Samaria, ma il Signore chiama quelli che gli sembra giusto chiamare e rende religioso chi vuole 169. Che cerchiamo di più evidente, che cerchiamo di più luminoso dei commentatori della parola di Dio, se ci piace di udire anche da questi ciò che è già chiaro nelle Scritture? Ma ai nostri due, che pure dovrebbero bastare, aggiungiamo per terzo anche il santo Gregorio, secondo la cui testimonianza è dono di Dio sia credere in lui, sia confessare quello che crediamo; infatti dice: Vi raccomando, confessate la Trinità in una divinità sola o, se volete, dite che Essa è in una sola natura; e si supplicherà Dio perché vi sia data la voce dello Spirito Santo, cioè si pregherà Dio perché permetta che vi sia data la voce per poter confessare quello che credete. La darà infatti, ne sono certo; Colui che dette ciò che è primo darà anche ciò che è secondo 170. Chi ha concesso di credere, concederà anche di confessare la giusta fede.

Accordo tra questi grandi dottori.

Questi dottori tanto grandi dicono dunque che non c'è alcunché di cui ci possiamo gloriare come se fosse nostro e non ce l'abbia dato Dio; dicono che il nostro cuore e i nostri pensieri non sono in nostro potere; essi danno tutto a Dio e confessano che tutto riceviamo da lui: sia di rivolgerci a lui per essergli fedeli, sia di ritenere buono anche noi quello che è buono e di volerlo a nostra volta. Noi riceviamo dal Signore anche il dono di onorarlo e di accogliere Cristo in modo che dopo aver mancato di devozione diventiamo devoti e religiosi, crediamo nella Trinità e confessiamo anche con le parole quello che crediamo; tutti questi beni li attribuiscono senza esitazione alla grazia di Dio, li riconoscono per doni di Dio, testimoniano che provengono non da noi ma da lui a noi. O forse qualcuno vorrà dire che essi si limitano a confessare a questo modo la grazia di Dio, permettendosi contemporaneamente di negare la prescienza, quando quest'ultima è confessata non solo dai dotti, ma perfino dagli ignoranti? Ora, se essi invece non potevano concepire che così: Dio concede questi doni avendo prescienza che li concederà e non potendo ignorare a chi li concederà, senza alcun dubbio riconoscevano la predestinazione, che è stata predicata dagli Apostoli e che noi difendiamo con dedizione e scrupolo ancora maggiori contro i nuovi eretici. E se quei dottori predicavano l'obbedienza ed esortavano con tutto il fervore di cui erano capaci a questa virtù, non era assolutamente giusto dire loro: Se non volete che nel nostro cuore si raggeli l'obbedienza alla quale cercate di infiammarci, non predicateci la grazia di Dio in questo modo, venendoci a dichiarare che è lui a concedere quelle cose che voi ci esortate a fare.

Come si può predicare la predestinazione?

Dunque tanto gli Apostoli quanto i Dottori della Chiesa che succedettero ad essi e li imitarono facevano entrambe le cose, cioè predicavano secondo verità la grazia di Dio, che non è data secondo i nostri meriti, e insegnavano la pia obbedienza ai precetti della salvezza. Allora per quale motivo questi nostri fratelli, assediati dalla forza invincibile della verità, pensano di avere una giusta risposta in queste parole: Anche se è vero quello che si sostiene sulla predestinazione dei benefici divini, tuttavia non bisogna predicarlo alle folle 171 ? No, bisogna proprio predicarlo, perché chi ha orecchie da intendere, intenda 172. Ma chi è che le possiede, se non chi le ha ricevute da Colui che dice: Darò ad essi un cuore per conoscermi ed orecchie che intendano 173 ? Certamente chi non le ha ricevute, respinga la parola, purché chi la comprende la raccolga e la beva, la beva e viva. Come infatti bisogna predicare la pietà perché colui che ha orecchie da intendere onori Dio rettamente, bisogna predicare la pudicizia perché colui che ha orecchie da intendere non usi in modo illecito ciò che è destinato alla generazione, bisogna predicare la carità perché chi ha orecchie da intendere ami Dio e il prossimo, così bisogna predicare anche la predestinazione dei benefici di Dio perché chi ha orecchie da intendere si glori non in se stesso, ma nel Signore.

Lo stesso Ag. predicò la predestinazione prima ancora dell'eresia pelagiana.

Quando poi dicono: Non era necessario turbare i cuori di tante persone meno intelligenti con i dubbi di una simile disputa, perché senza questa teoria della predestinazione la fede cattolica è stata difesa per tanti anni non meno efficacemente sia contro diversi eretici sia soprattutto contro i pelagiani 174, e citano numerosi trattati precedenti o di altri cattolici o nostri, a questo punto mi meraviglio molto che dicano così. Essi non badano, che proprio i nostri libri, per non parlare delle opere degli altri, sono stati scritti e pubblicati anche prima che cominciassero ad apparire i pelagiani, e non vedono in quanti passi di essi colpivamo senza saperlo quella futura eresia, predicando che con la grazia Dio ci libera dai nostri errori e costumi malvagi e che Egli fa ciò secondo la gratuita misericordia sua, anche se non precedono da parte nostra meriti nel bene. Tutto questo cominciai a dirlo con maggiore pienezza in quella trattazione che scrissi per Simpliciano di beata memoria, vescovo della Chiesa di Milano, al principio del mio episcopato, quando compresi ed affermai che anche l'inizio della fede è dono di Dio 175.

Anche nelle Confessioni.

Inoltre, quale mia opera si è fatta conoscere più vastamente e con maggior diletto delle Confessioni? Anche quella la pubblicai prima che nascesse l'eresia pelagiana e in essa dissi ripetutamente al nostro Dio: Da' quello che ordini, e ordina quello che vuoi 176. E queste mie parole Pelagio non le poté tollerare, quando furono ricordate in sua presenza a Roma da un confratello e mio collega nell'episcopato; anzi, cercando di contraddirle con un po' troppa foga, quasi litigò con quello che le aveva ricordate. Ma cos'è che Dio ordina in primo luogo e con maggior forza, se non di credere in lui? E proprio lui concede di credere, se è giusto che gli si dica: Da' quello che ordini. E sempre in quei libri ho narrato della mia conversione, quando Dio mi riportò a quella fede che io straziavo, cianciando proprio come un miserabile e un pazzo furioso. Se vi ricordate, con il mio racconto mostrai che mi fu concesso di non perire grazie alle lacrime quotidiane e piene di fede di mia madre 177. E in quel passo ho appunto predicato che Dio con la sua grazia rivolge alla retta fede le volontà degli uomini non solo rivolte altrove, ma addirittura rivolte contro di essa. In qual modo inoltre pregai Dio per la perseveranza che progredisce, lo sapete e potete controllarlo quando volete. Dunque riguardo a tutti quei doni di Dio che sempre in quell'opera ho auspicato e celebrato, chi oserebbe non dico negare, ma appena dubitare che Dio aveva prescienza della loro futura concessione e che mai poteva non sapere a chi li avrebbe concessi? Questa è la predestinazione manifesta e certa dei santi, che poi la necessità ci costrinse a difendere con dedizione e scrupolo ancora maggiori, quando ormai eravamo in polemica contro i pelagiani. Infatti sappiamo che ciascuna delle diverse eresie ha introdotto nella Chiesa le sue divergenze, contro le quali abbiamo dovuto difendere la Scrittura divina con più accuratezza di quanto si fa se non ci costringe nessuna necessità del genere. Che cosa è stato infatti che in questo nostro lavoro ci ha costretto a difendere con maggior completezza e chiarezza i passi della Scrittura nei quali si ribadisce la predestinazione, se non il fatto che i pelagiani dicono che la grazia di Dio è data secondo i nostri meriti? E questa affermazione che altro è se non l'assoluta negazione della grazia?

Bisogna predicare la predestinazione per difendere in maniera inoppugnabile la vera grazia di Dio.

Dunque per demolire questa convinzione misconoscente verso Dio, nemica ai benefici gratuiti con i quali il Signore ci libera, sosteniamo che sia l'inizio della fede, sia la perseveranza in essa sino alla fine, secondo le Scritture, di cui abbiamo già molto parlato, sono doni di Dio. Infatti se ammettiamo che l'inizio della fede proviene da noi e che per questo meritiamo di ricevere tutti gli altri doni di Dio, i pelagiani ne deducono che la grazia di Dio viene data secondo i nostri meriti. Ma questa conclusione la fede cattolica l'aborrisce a tal punto che, temendo di essere condannato, Pelagio stesso la condannò. Ugualmente se diciamo che la nostra perseveranza proviene da noi, non dal Signore, allora essi possono replicare che noi abbiamo da noi stessi tanto l'inizio della fede come la fine, attraverso questa argomentazione: che assai a maggior ragione noi abbiamo da noi stessi l'inizio, se da noi abbiamo il rimanere fino alla fine, dato che portare a termine è cosa maggiore che iniziare. Così ancora una volta concludono che la grazia di Dio è data secondo i nostri meriti. Ma se l'una e l'altra cosa sono doni di Dio e Dio ebbe prescienza (e chi lo può negare ?) che avrebbe concesso questi suoi doni, bisogna predicare la predestinazione, affinché la vera grazia di Dio, cioè quella che non viene data secondo i nostri meriti, possa essere difesa con una trincea inoppugnabile.

Quanto affermato ne L'utilità del rimprovero... già affermato precedentemente.

E poi in quel libro che s'intitola L'utilità del rimprovero e la grazia, le cui copie non furono sufficienti per tutti coloro che mi portano affetto, ho ribadito che anche la perseveranza fino alla fine è un dono di Dio 178, esprimendomi, a quanto penso, in termini tanto energici ed evidenti come prima non avevo fatto in alcun altro passo, se la memoria non m'inganna, o quasi in nessun altro. Eppure anche in quello che ho detto nell'opera appena uscita, qualcuno mi ha preceduto. In realtà il beato Cipriano, commentando le richieste che avanziamo nella Orazione domenicale, proprio nella prima di esse, come ho già ricordato, sostiene che noi chiediamo la perseveranza; secondo la sua asserzione, quando noi diciamo: Sia santificato il nome tuo 179, dopo essere stati ormai santificati nel battesimo, preghiamo di perseverare in ciò che abbiamo cominciato ad essere. D'altronde quelli che mi amano e verso i quali per questo io non devo essere ingrato, professano di abbracciare tutte le mie convinzioni, come voi scrivete, eccetto questa su cui verte il presente problema; allora io dico: prendano in esame le ultime parti del primo dei due libri che ho scritto all'inizio del mio episcopato al vescovo milanese Simpliciano, prima che apparisse l'eresia pelagiana. Vi rimane forse qualcosa che possa mettere in dubbio la nostra tesi: la grazia di Dio non viene data secondo i nostri meriti? Non ho dimostrato a sufficienza in quei passi che l'inizio della fede è un dono di Dio? Da tutto ciò che vi si dimostra non consegue con chiarezza, benché non sia detto espressamente, che anche la perseveranza fino alla fine non è altro che un dono di Dio che ci ha predestinati al suo regno e alla sua gloria? E poi anche la lettera, ormai contro i pelagiani, che scrissi al santo vescovo di Nola, Paolino, lettera alla quale hanno cominciato a controbattere ora, non l'ho pubblicata forse parecchi anni fa? E prendano in esame anche quella che inviai a Sisto, prete della Chiesa di Roma, quando affrontammo la fase più aspra del nostro conflitto contro i pelagiani, e vi troveranno lo stesso contenuto di quella di Paolino. Da tutto ciò rileviamo che questi concetti erano stati pronunciati e scritti contro l'eresia pelagiana già da diversi anni, questi concetti che adesso, cosa strana, sono loro sgraditi. A parte il fatto che nessuno secondo me dovrebbe abbracciare totalmente le mie tesi, ma decidere di seguirmi solo in quelle in cui gli sia ben chiaro che io non ho errato. Infatti ora vengo componendo dei libri nei quali ho intrapreso a ritrattare le mie opere proprio per dimostrare che io non sono stato coerente in tutte neppure con me stesso; al contrario, penso, con la misericordia di Dio ho composto i miei scritti sempre progredendo, perché non ho certo cominciato dalla perfezione. Anche alla mia età attuale parlerei fondandomi più sulla presunzione che sulla verità, se dicessi di essere ormai arrivato alla perfezione e di non commettere più nessun errore in ciò che scrivo. Ma quello che importa è quanto gravemente uno sbaglia e su quali argomenti, con quanta facilità è disposto a correggere il suo errore o invece con quanta ostinazione cerca di difenderlo. Bisogna nutrire buona speranza in un uomo, se l'ultimo giorno della vita terrena lo coglie a tal punto nel suo progredire che si possa completare quello che è mancato al suo progresso e lo si giudichi degno di perfezionamento piuttosto che di castigo.

E' dunque eccessivo continuare a negare la predestinazione.

Per queste ragioni se io non voglio riuscire ingrato verso quegli uomini che hanno preso a volermi bene perché, prima ancora di volermi bene, trassero un qualche profitto dalla mia fatica, quanto maggiormente vorrò non essere ingrato verso Dio, che noi non ameremmo se lui per primo non ci avesse amato e non avesse provocato il nostro amore per lui? Perché la carità deriva da lui 180, come affermarono coloro che Egli rese grandi non solo nell'amarlo, ma anche nel predicarlo. Che c'è di più ingrato che negare appunto la grazia di Dio, dicendo che essa è data secondo i nostri meriti? Questo è l'argomento che la fede cattolica aborrisce nei pelagiani, che ha imputato a Pelagio come delitto capitale, che lo stesso Pelagio ha condannato non certo per amore della divina verità, ma per timore della propria condanna. Ma chiunque ha ripugnanza a sostenere, come avviene in ogni fedele cattolico, che la grazia di Dio è data secondo i nostri meriti, badi di non sottrarre neppure la fede alla grazia di Dio: infatti è per questa grazia che ha ottenuto la misericordia di essere fedele 181, quindi attribuisca alla grazia anche la perseveranza fino alla fine. Questa perseveranza gli ottiene ciò che chiede ogni giorno: la misericordia di non essere abbandonato alla tentazione. Tra l'inizio della fede e la perfezione della perseveranza ci sono in mezzo quei beni che ci consentono di vivere rettamente, e anche i nostri fratelli convengono che questi ci sono concessi da Dio e che è la fede a farceli ottenere. Ma tutti questi doni, cioè l'inizio della fede e tutti gli altri fino alla fine, Dio ebbe prescienza che li avrebbe elargiti a quelli che ha chiamato. Dunque è davvero un accanimento eccessivo contraddire la predestinazione o dubitare di essa.

Occorre certo discernimento nel predicarla.

Eppure essa dev'essere predicata non senza prudenza alla gente, altrimenti la folla inesperta o di più lenta intelligenza può credere che la predestinazione sia messa sotto accusa proprio nel momento in cui la predichiamo; a questa maniera può sembrare oggetto di critica anche la prescienza di Dio (che certo non possono negare), se la si presenta così alla gente: "Sia che corriate, sia che dormiate, sarete solo quello che di voi ha conosciuto nella sua prescienza Colui che non si può ingannare". Sarebbe un comportamento da medico indegno di fiducia o di scarsa esperienza applicare un medicamento anche utile, ma in maniera che non giova o nuoce. Così invece bisogna dire: Correte in modo da riportare il premio 182 e da comprendere per mezzo della vostra stessa corsa che voi siete stati conosciuti fin dal principio come quelli che avrebbero corso lealmente 183; e in altre maniere ancora si può predicare la prescienza di Dio per ottenere il risultato di contrastare l'indolenza dell'uomo.

Esempi.

Dunque la sentenza decretata della divina volontà sulla predestinazione sta così: alcuni, ricevuta la volontà di obbedire, dalla mancanza di fede si convertono alla fede o vi perseverano; gli altri invece, che indugiano nel godimento di peccati meritevoli di condanna, se sono anch'essi predestinati, non se ne rialzano fino al momento in cui li solleva l'aiuto della grazia misericordiosa; se ve ne sono alcuni che non sono stati ancora chiamati, ma che Egli nella sua grazia ha predestinati all'elezione, riceveranno questa grazia per la quale essi vorranno essere eletti e lo saranno. Se invece alcuni altri obbediscono, ma non sono stati predestinati al suo regno e alla sua gloria, il loro stato è temporaneo e non rimarranno fino alla fine in questa obbedienza. Dunque benché queste affermazioni rispondano a verità, tuttavia non devono essere espresse di fronte a molti ascoltatori in modo da rivolgere il discorso proprio alle loro persone e da riferire ad essi quelle parole dei nostri confratelli che avete introdotto nelle vostre lettere e che io ho riportato più sopra: Così sta la sentenza decretata dalla divina volontà sulla predestinazione: alcuni di voi, dalla mancanza di fede sono venuti ad essa per aver ricevuto la volontà di obbedire. Che bisogno c'è di dire: Alcuni di voi? Se parliamo alla Chiesa di Dio, se parliamo a credenti, per qual motivo, dicendo che alcuni di essi sono venuti alla fede, dobbiamo dare l'impressione che facciamo ingiuria agli altri, quando possiamo dire in maniera più corrispondente: Così dispone la volontà di Dio sulla predestinazione: che dalla mancanza di fede veniate ad essa per aver ricevuta la volontà di obbedire, e nella fede rimaniate per aver ricevuto la perseveranza?

Esempi.

E non bisogna assolutamente esprimersi nemmeno in questo modo: "Ma voi altri tutti che indugiate nei godimenti del peccato, non ve ne siete ancora rialzati perché l'aiuto della grazia misericordiosa non vi ha fino a questo momento sollevati"; bene e convenientemente si può e si deve dire: Se però voi ancora indugiate nel godimento di peccati meritevoli di condanna, afferrate la disciplina che dà la salvezza 184. E quando avrete realizzato ciò, non inorgoglitevi come se lo aveste ottenuto in seguito ad azioni vostre, e non gloriatevene come se non l'aveste ricevuto: è Dio infatti che opera in voi il volere e l'operare, secondo le sue intenzioni 185; dal Signore sono diretti i vostri passi 186 affinché voi vogliate camminare nella sua via, e dalla vostra stessa corsa, se è buona e retta, imparate che voi fate parte dei predestinati alla grazia divina.

Esempi.

E se il concetto che segue lo esprimiamo così: "D'altronde, se voi siete di quelli che non sono stati ancora chiamati, ma che Egli nella sua grazia ha predestinato all'elezione, riceverete questa grazia per la quale vorrete essere eletti e lo sarete", la formulazione sarebbe più cruda del dovuto; infatti dobbiamo pensare che non parliamo a uomini qualsiasi, ma alla Chiesa di Cristo. Perché infatti non dire piuttosto: E se alcuni non sono stati ancora chiamati, preghiamo per loro affinché vengano chiamati? Può darsi che essi siano predestinati in questo modo: che la loro salvezza sia stata rimessa alle nostre preghiere e che essi attraverso le preghiere ricevano la grazia per la quale vorranno essere eletti e lo saranno. Dio infatti, che dà compimento a tutti i disegni che ha predestinato, ha voluto anche che noi pregassimo per i nemici della fede, per farci comprendere da qui che è proprio lui a concedere di credere anche agli infedeli e a farli volere anche se non vogliono.

Esempi.

Per quello che si connette a tali parole, mi meraviglierei se nel popolo dei cristiani uno ancora debole nella fede potesse ascoltare con sottomissione una frase come questa: "E se siete di quelli che obbediscono, ma predestinati ad essere respinti vi saranno sottratte le forze per obbedire, perché cessiate di obbedire". Dire così infatti che altro può sembrare se non maledire o in un certo senso profetare sciagure? Al contrario, se si presenta il desiderio oppure la necessità di dire qualcosa su quelli che non perseverano, perché piuttosto non si dice almeno così, come ho detto io poco sopra 187 ? In primo luogo non si parli proprio di coloro che ascoltano tra il popolo, ma si presenti loro l'esempio di altri; cioè non si dica: "Se siete di quelli che obbediscono, ma predestinati ad essere respinti", ma: Se ci sono di quelli che obbediscono, e così via, usando la terza persona del verbo, non la seconda. Infatti si presenta non un'eventualità desiderabile, ma abominevole, e con estrema durezza e odiosità quasi lo si sbatte in faccia agli ascoltatori chiamandoli in causa direttamente, quando chi parla dice loro: "E se siete di quelli che obbediscono, ma predestinati ad essere respinti, vi saranno sottratte le forze per obbedire, perché cessiate di obbedire". Che si perde d'esattezza, se si dice così: Se ci sono alcuni che obbediscono, ma non sono predestinati al regno e alla gloria di Dio, il loro stato è temporaneo e non rimarranno nella medesima obbedienza fino alla fine? Non si dice forse la stessa cosa anche con maggior verità e convenienza, e senza sembrare che noi quasi desideriamo proprio contro di loro un male tanto grande? Anzi se noi diciamo di altri quello che suscita la loro abominazione, non penseranno che riguardi loro stessi, perché essi pregando sperano una sorte migliore. Ma se essi pensano che ci si debba esprimere in quella loro maniera, allora lo stesso concetto della prescienza di Dio, che certamente non possono negare, si può enunciare, più o meno con le stesse parole, così: "E se pure obbedite, ma già nella prescienza divina si sa che sarete respinti, cesserete di obbedire". Certo, questo è verissimo, proprio così, eppure è estremamente improbo, importuno, sconveniente; è un discorso non falso, ma applicato in maniera non salutare alla debolezza della costituzione umana.

Esempi.

E anche quel modo di esprimersi che secondo me dev'essere usato nel predicare la predestinazione, pure penso che non deve bastare a chi parla di fronte al popolo, se non si aggiunge anche questo avvertimento o altro del genere, e cioè: Voi dunque anche la perseveranza nell'obbedire dovete sperarla dal Padre della luce, dal quale ogni concessione ottima e ogni dono perfetto 188 discende. Dovete chiederla nelle preghiere quotidiane, e facendo ciò confidare che voi non siete estranei al popolo dei suoi predestinati, perché è lui che vi largisce anche di fare ciò. Allora guardatevi dal perdere la speranza a vostro riguardo perché vi si ordina di riporla in lui e non in voi. Maledetto chiunque ha speranza nell'uomo 189; è bene confidare nel Signore piuttosto che confidare nell'uomo 190, perché sono beati tutti quelli che confidano in lui 191. Stringendovi a questa speranza, servite il Signore nel timore ed esultate di fronte a lui con tremore 192; nessuno, è vero, può essere sicuro della vita eterna, che Dio che non mente promise ai figli della promessa prima dei tempi eterni, a meno che non sia stata portata a termine questa vita che sulla terra è una prova 193. Ma ci farà perseverare in lui fino alla fine di questa vita, colui a cui diciamo ogni giorno: Non abbandonarci alla tentazione 194. Quando si esprimono questi o simili concetti sia a pochi cristiani sia alla moltitudine della Chiesa, perché dobbiamo aver timore di predicare la predestinazione dei santi e la vera grazia di Dio, cioè quella che non è data secondo i nostri meriti, così come la predica la santa Scrittura? O forse bisogna temere che l'uomo disperi di se stesso, quando gli si dimostra che deve riporre la sua speranza in Dio, mentre non si dispererebbe se unendo l'estrema superbia all'estrema abiezione la ponesse in se stesso?

Chi non può comprendere faccia maggiore attenzione alle preghiere della Chiesa.

E quelli che sono tardi e deboli di spirito, che non riescono o non riescono ancora a comprendere le Scritture o la loro spiegazione, possono prestare o no ascolto alle nostre discussioni su questo problema; però volesse il cielo che badassero di più a ripetere quelle preghiere che la Chiesa ha sempre custodito dai suoi inizi e sempre custodirà finché abbia fine ogni vita temporale! Infatti su questa verità, che ora contro i nuovi eretici siamo costretti non solo a ricordare ma anche a custodire e difendere con vigore, la Chiesa non ha mai taciuto nelle sue preghiere, anche se in alcuni periodi, quando nessun avversario ve la costringeva, non ritenne opportuno esporla in discorsi. Quando infatti non si è pregato nella Chiesa per gli infedeli e i suoi nemici, perché credessero? Quando un credente ebbe un amico, un parente, una moglie non credente, e non chiese a Dio per essi che il loro intelletto si piegasse obbediente alla fede cristiana? E chi non ha mai pregato per se stesso di rimanere nel Signore? O se il sacerdote invocando il Signore sopra i fedeli dice: "Concedi loro, o Signore, di perseverare in te fino alla fine", chi ha osato mai criticarlo, non dico a voce, ma semplicemente nel pensiero? Al contrario ognuno, su tale benedizione, con la fede del cuore e con la confessione del labbro, risponde: Amen. Perché? Che altro pregano i fedeli nella stessa orazione domenicale, soprattutto quando dicono la frase: Non abbandonarci alla tentazione, se non di perseverare nella santa obbedienza? Queste sono le preghiere, questa è la fede con cui è nata, cresce e crebbe la Chiesa, la fede per cui si crede che la grazia di Dio non viene data secondo i meriti di chi la riceve. In verità la Chiesa non pregherebbe perché sia data la fede ai non credenti, se non credesse che Dio rivolge a sé le volontà degli uomini dirette altrove o addirittura contro. Non pregherebbe di perseverare nella fede di Cristo, mai sedotta o vinta dalle tentazioni del mondo, se non credesse che è il Signore ad avere in suo potere il nostro cuore, e che perciò il bene che noi non osserviamo se non con la nostra propria volontà, non lo osserveremmo se proprio lui non operasse in noi anche il volere. Infatti se la Chiesa chiede a lui queste cose, sì, ma poi pensa di potersele dare da se stessa, allora ha delle preghiere non autentiche, ma per modo di dire; guardiamoci bene dal pensarlo! Chi piangerebbe con sincerità per il desiderio di ricevere quello che prega dal Signore, se pensasse di trarlo da se stesso, non da lui?

Anche pregare è un dono di Dio.

Ma soprattutto noi non sappiamo che cosa dobbiamo pregare e come bisogna; ma lo stesso Spirito, dice l'Apostolo, intercede per noi con gemiti inesprimibili. Chi infatti scruta i cuori, sa cosa intenda lo Spirito, perché lo Spirito intercede per i santi secondo Dio 195. Che significa: Lo stesso Spirito intercede per noi, se non: Fa intercedere, con gemiti inesprimibili, ma veri, perché lo Spirito è la verità? E' di lui che in un altro passo si dice: Dio mandò lo Spirito del Figlio suo nei nostri cuori, il quale chiama: Abba, Padre 196. E qui che significa: Che chiama, se non: Fa chiamare, con quel traslato per cui diciamo lieto il giorno che ci fa lieti? E lo rende chiaro nell'altro passo, in cui dice: Infatti non avete ricevuto uno spirito di schiavitù per essere ancora una volta nel timore; ma avete ricevuto lo Spirito di adozione a figli, nel quale chiamiamo: Abba, Padre 197. Nel passo precedente dice: che chiama, qui invece: nel quale chiamiamo, rivelando per l'appunto in che senso abbia detto: che chiama, cioè, come ho spiegato, che fa chiamare. E qui comprendiamo che anche questo è un dono di Dio, il fatto che noi chiamiamo con cuore sincero e spiritualmente. Si rendano conto dunque di come s'ingannano quelli che pensano che deriva da noi, e non che ci viene dato, l'impulso di chiedere, di cercare, di bussare; essi dicono che in questo senso la grazia è preceduta dal nostro merito, mentre essa segue quando chiedendo riceviamo, cercando troviamo, bussando ci viene aperto. E non vogliono capire che è un dono divino anche il fatto che noi preghiamo, cioè chiediamo, cerchiamo, bussiamo. Infatti abbiamo ricevuto lo Spirito di adozione a figli, nel quale chiamiamo: Abba, Padre. E questo lo ha visto anche il beato Ambrogio che ha detto: Anche pregare Dio appartiene alla grazia spirituale, così come sta scritto: "Nessuno dice: Signore Gesù, se non nello Spirito Santo" 198.

Le preghiere stesse della Chiesa dimostrano la predestinazione.

Questi doni dunque che la Chiesa chiede dal Signore, e sempre ha chiesto da quando ha cominciato ad essere, Dio ha avuto prescienza che li avrebbe dati ai suoi chiamati, a tal punto che nella predestinazione li ha già dati; e l'Apostolo lo dichiara senza ambiguità. Scrivendo a Timoteo dice: Soffri con me per il Vangelo, secondo la forza di Dio che ci fa salvi e che ci chiama con la sua santa vocazione, non secondo le nostre opere, ma secondo il suo proposito e la sua grazia, che ci è stata data in Cristo Gesù prima dei tempi eterni, manifestata ora attraverso l'avvento del Salvatore nostro Gesù Cristo 199. Adesso uno dica pure che la Chiesa non sempre ha avuto come oggetto di fede la verità della predestinazione e della grazia, che ora difende con maggiore sollecitudine contro i nuovi eretici; lo dica pure, ripeto, purché osi sostenere che non sempre la Chiesa ha pregato, o che non ha pregato veracemente, affinché o gli infedeli credessero o i fedeli perseverassero. Ma se ha sempre pregato per questi beni, allora ha sempre creduto evidentemente che essi sono doni di Dio; e non si è mai permessa di negare che Dio ne ebbe prescienza. Perciò non c'è mai stato un tempo in cui la Chiesa di Cristo non abbia avuto la fede nella predestinazione, che ora difende contro nuovi eretici con nuova premura.

Conclusione sulla predestinazione dei santi.

Ma perché insistere? Penso di aver reso chiaro abbastanza, anzi più che abbastanza, questa verità: che sono doni di Dio sia il cominciare a credere in lui, sia il permanere nel Signore fino alla fine. D'altronde gli altri beni che consentono quella pietà di vita con cui si onora rettamente Dio, anche coloro stessi per i quali stendiamo questa trattazione ammettono che sono doni di Dio. E per di più non possono negare che Dio conosce in precedenza tutti i doni che largirà e a chi li largirà. Dunque come bisogna predicare tutte le altre verità, in maniera che sia ascoltato con obbedienza colui che le predica, così bisogna predicare la predestinazione, affinché chi l'ascolta in obbedienza non si glori nell'uomo e perciò neppure in se stesso, ma nel Signore, perché questo pure è un precetto di Dio. Anche ascoltare con obbedienza questo precetto, cioè chi si gloria, si glori nel Signore 200, come tutti gli altri, è un dono di Dio. E chi non ha questo dono, non esito a dirlo, qualunque altro ne possieda, lo possiede invano. Questo dono noi preghiamo che lo abbiano i pelagiani, e che lo abbiano più compiutamente questi nostri confratelli. Pertanto non dobbiamo essere solerti nelle discussioni e pigri nelle preghiere. Preghiamo, dilettissimi, preghiamo, perché il Dio della grazia conceda anche ai nostri nemici, e soprattutto ai fratelli e a quelli che ci sono affezionati, di comprendere e confessare tutto ciò; dopo l'immane e indicibile rovina per la quale tutti cademmo nella persona di uno solo, nessuno viene liberato se non dalla grazia di Dio; e la grazia non viene corrisposta come fosse dovuta secondo i meriti di chi la riceve, ma, come una vera grazia, viene data gratuitamente senza alcun merito precedente.

Il massimo esempio della predestinazione: Gesù.

Ma non c'è nessun esempio più luminoso di predestinazione che lo stesso Gesù; di questo ho già parlato nel mio libro precedente 201 e voglio ribadirlo alla fine di questo: non c'è alcun esempio più luminoso di predestinazione, ripeto, che lo stesso Mediatore. Qualsiasi fedele voglia comprenderla bene, rifletta su di lui, e in lui troverà anche se stesso: parlo di quel fedele che crede e confessa in Cristo la vera natura umana, cioè la nostra, che però è assunta in maniera singolare da Dio Verbo, sublimata nell'unico Figlio di Dio, così che colui che assume e ciò che è assunto sia un'unica persona nella Trinità. Infatti con l'assunzione dell'uomo non si verificò una quaternità, ma rimase una Trinità, e quella assunzione produsse ineffabilmente la verità di una sola persona in Dio e nell'uomo. Perché noi non diciamo che Cristo è solo Dio, come gli eretici manichei; e nemmeno diciamo che Cristo è solo uomo, come gli eretici fotiniani; e neppure diciamo che è uomo, ma con qualcosa in meno di ciò che con certezza appartiene alla natura umana: o l'anima, o nell'anima stessa la ragione, o la carne non ricevuta da donna, ma prodotta dalla conversione e dal cambiamento del Verbo in carne. Tutte e tre queste convinzioni sbagliate e vane produssero le tre fazioni diverse e contrarie degli eretici apollinaristi. Noi al contrario diciamo che Cristo è vero Dio, nato da Dio Padre senza alcun inizio temporale; e nello stesso tempo è vero uomo, nato da madre che fu creatura umana nel momento fissato dalla pienezza dei tempi; e che la sua umanità, per la quale è minore del Padre, non diminuisce in nulla la sua divinità, per la quale è uguale al Padre. Ma in questa doppia natura Cristo è uno, e come Dio dice in assoluta verità: Io e il Padre siamo uno 202, e come uomo con altrettanta verità afferma: Il Padre è maggiore di me 203. Colui dunque che creò dalla stirpe di David quest'uomo giusto, che mai poteva essere ingiusto, senza nessun merito derivato da una sua volontà precedente, Questi appunto crea uomini giusti da uomini che erano ingiusti, senza nessun merito derivato da una loro volontà precedente, perché egli sia il capo ed essi le sue membra. Quell'uomo, senza alcun suo merito precedente, non trasse dalla propria origine né commise con la propria volontà nessun peccato che dovesse essergli rimesso; e questo è opera dello stesso che senza alcun loro merito precedente fa sì che gli uomini credano in lui e sia loro rimesso ogni peccato. Colui che ha creato Cristo in modo che mai ha avuto o avrà una volontà malvagia, è lo stesso che da cattiva trasforma in buona la volontà degli uomini, sue membra. Dunque Dio ha predestinato sia Cristo che noi; infatti Egli nella sua prescienza vide che non ci sarebbero stati meriti precedenti né in Cristo perché fosse il nostro capo, né in noi, perché fossimo il suo corpo, ma che tutto questo sarebbe avvenuto per opera sua.

Raccomandazioni ai lettori.

Coloro che leggono queste pagine, se le comprendono, rendano grazie a Dio; quelli che non le comprendono, preghino affinché ad istruirli nell'intimo dell'animo loro sia Colui dal cui volto promana la scienza e l'intelletto 204. Coloro poi che pensano che io sbagli, meditino più e più volte con diligenza ciò che è stato detto, perché forse potrebbero essere loro a sbagliare. Io, da parte mia, quando grazie a coloro che leggono i miei lavori non solo m'istruisco ulteriormente, ma anche mi correggo, riconosco che Dio mi è benigno; e mi aspetto questo favore soprattutto dai Dottori della Chiesa, se quello che io scrivo giunge nelle loro mani e se essi si degnano di prenderne visione.

tratto da: http://www.augustinus.it/italiano/dono_perseveranza/index2.htm


Sabato della I settimana delle ferie del Tempo Ordinario

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