La Prudenza

eugene burnand morgen der auferstehung-giovanni-e-pietroTratto da http://christusveritas.altervista.org/teologia_virtu_cardinali_prudenza.htm

Secondo Tommaso d'Aquino, fra queste quattro virtù, il primato spetta alla prudenza, in quanto rappresenta la retta norma di tutte le azioni. Ciò significa che un atto umano, per essere compiuto secondo la perfezione cristiana, non basta che sia in se stesso buono, se non è anche equilibrato. Facciamo un esempio.


Il Vangelo chiede al cristiano la capacità della correzione fraterna in entrambe le direzioni, vale a dire, tanto di correggere quanto di essere corretto. Non c'è quindi alcun dubbio che la correzione fraterna sia un atto voluto da Dio e in se stesso è buono. Se però è compiuto da una persona priva della virtù della prudenza, rischia di creare fratture e conflitti, laddove essa avrebbe voluto portare luce ed edificazione. La virtù della prudenza, a chi sta per compiere una azione buona e difficile, suggerisce restrizioni di questo genere: "non è questo il momento opportuno, non sono queste le parole da usarsi, non è questo il tono della voce, il tuo interlocutore non è ancora in grado di dialogare serenamente, aspetta che gli passi il turbamento e poi gli parlerai…" e molte altre cose simili che conferiscono al gesto che uno sta per compiere la massima perfezione di tutti gli equilibri personali e relazionali. Allora il gesto porterà gli effetti positivi che si desiderano. Con questo intendiamo dire che se uno non ha la virtù della prudenza rischia di snaturare anche le altre virtù che potrebbe avere, appunto perché le eserciterebbe in maniera squilibrata.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica aggiunge: "Grazie alla virtù della prudenza applichiamo i principi morali ai casi particolari senza sbagliare e superiamo i dubbi sul bene da compiere e sul male da evitare" (n. 1806).

La Scrittura presenta la virtù della prudenza sotto diverse angolature. Innanzitutto la prudenza, anche se è una virtù umana, ha bisogno di una particolare luce dello Spirito, quando si tratta di "prudenza cristiana". Se una persona non supera mai i limiti di velocità nella guida, oppure esce sempre col cappotto quando fa freddo, diciamo che questa è una persona "prudente"; si tratta però di prudenza puramente umana. La prudenza cristiana è invece quella che un battezzato ha bisogno di applicare nelle circostanze delicate o difficili del suo cammino di fede. La prudenza "cristiana" non è quella che custodisce la vita fisica della persona, ma quella che custodisce il suo cammino di fede insieme ai suoi equilibri spirituali e morali. Questo tipo di prudenza non può esistere senza un dono di discernimento proveniente da Dio e non dal semplice buon senso umano. In questo senso va compreso i testo di Gb 12,13: "A Dio appartiene il consiglio e la prudenza". Nella stessa linea si muove anche il libro della Sapienza: "Pregai e mi fu elargita la prudenza" (7,7).

Un primo modo di esercitare la prudenza, su cui la Bibbia insiste parecchio, è la prudenza del linguaggio e dell'uso della parola. L'uomo prudente è descritto, sia nell'AT che nel NT, come uno che usa la parola tanto quanto basta. Non si tratta solamente di evitare la maldicenza, ovviamente anche questo, ma si tratta anche di mantenere l'uso della parola in un regime di sobrietà. L'uomo prudente non fa mai abuso del linguaggio, così come non fa abuso di nulla, usando tutto secondo quello che serve.

Il libro di Qoelet presenta la prudenza del linguaggio come una capacità di distinguere i tempi opportuni da quelli che non lo sono: "C'è un tempo per parlare e un tempo per tacere" (3,7). E più avanti aggiunge: "Non essere precipitoso con la bocca e il tuo cuore non si affretti a proferire parola davanti a Dio… perché dalle molte preoccupazioni vengono i sogni e dalle molte chiacchiere il discorso dello stolto" (5,1-2). L'insegnamento sulla prudenza del linguaggio abbonda nella medesima linea nel libro del Siracide: "Sii pronto nell'ascoltare e lento nel proferire una risposta… nel parlare ci può essere onore e disonore; la lingua dell'uomo è la sua rovina" (5,11.13). Il Siracide indica pure alcune circostanze in cui è opportuno che le parole siano poche: quando qualcuno ci rivolge una domanda e noi non conosciamo esattamente la risposta: "Se conosci una cosa, rispondi al tuo prossimo; altrimenti mettiti la mano sulla bocca" (5,12). Prudenza del linguaggio però non implica un totale silenzio: "Non astenerti dal parlare al momento opportuno, non nascondere la tua sapienza" (Sir 4,23). E' invece inopportuno parlare eccessivamente quando ci si trova dinanzi ai grandi della terra o a chi è rivestito da autorità istituzionale: "Non parlare troppo nell'assemblea degli anziani" (7,14), e ancora: "Non fare il saggio davanti al re" (7,5). Altre occasioni in cui bisogna controllare la parola sono inoltre quelle in cui ci si trova a discutere con un uomo irascibile o con una persona che non si conosce ancora bene (cfr. Sir 8,16.19). In questi casi bisogna saper controllare le parole e non aprire il cuore a chiunque. Altro caso del dominio della parola è quello in cui va custodito un segreto confidato dall'amico: "Chi svela i segreti perde la fiducia e non trova più un amico per il suo cuore" (27,16).

Nel NT la prudenza, e l'uso moderato della parola, hanno una sapore fortemente cristologico e rappresentano senza dubbio uno dei vertici della perfezione cristiana: "Se uno non manca nel parlare, è un uomo perfetto" (Gc 3,2). Inoltre, dal momento che il Vangelo può diffondersi soltanto mediante la parola umana, il linguaggio ha acquistato una serietà e un valore che prima non aveva: "La fede dipende dalla predicazione" (Rm 10,17), e ancora: "E' piaciuto a Dio di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione" (1 Cor 1,21). La parola umana è quindi strumento privilegiato nel disegno divino di salvezza, in quanto che essa può essere abitata dalla Parola di Dio, partecipando così di una misteriosa forza di salvezza. Ma la Parola di Dio non può dimorare in chi fa cattivo uso della facoltà della parola o in diverse maniere la banalizza. Da quando la Parola eterna si è fatta carne, la parola umana merita il massimo rispetto, sia nel suo valore sia nel suo uso.
Cristo stesso, nel Vangelo, applica alla perfezione il detto di Qoelet, secondo cui C'è un tempo per parlare e un tempo per tacere. Lui, che è la Parola, osserva lunghi tempi di silenzio. Spesso, tra un'attività e un'altra, si ritira in luoghi solitari: dopo il battesimo, prima di iniziare la sua missione (cfr. Mt 4,1); nella sua vita ordinaria evitava il tumulto cittadino e "se ne stava fuori in luoghi deserti" (Mc 1,45); scandiva il suo ministero pubblico con parentesi di solitudine: dopo i suoi miracoli la folla lo cercava, "ma Gesù si ritirava in luoghi solitari a pregare" (Lc 5,16) e insegnava ai suoi discepoli a fare altrettanto: "Venite in disparte, in un luogo solitario" (Mc 6,31); infine, durante la Passione, Gesù pronuncia pochissime parole in risposta alle domande di Pilato e del Sommo Sacerdote, e rimane addirittura in totale silenzio dinanzi alle numerose domande di Erode (Lc 23,9).
Anche in Maria possiamo ravvisare una notevole sobrietà di linguaggio. Il Vangelo non riporta di Lei nessuna parola non necessaria. Lo stesso può dirsi di Giuseppe, un uomo che non cede neanche per un momento ai suggerimenti dell'impulso, ma si raccoglie in una lettura profonda delle situazioni prima di decidere il da farsi.
L'uso sobrio della parola umana è pure oggetto dell'insegnamento parenetico dell'Apostolo Paolo. Nella lettera agli Efesini i cristiani sono invitati a utilizzare un linguaggio veritiero per il fatto di essere stati istruiti nella verità che è in Gesù e di essere stati rinnovati nello spirito della mente (cfr. 4,21-23). Il linguaggio dei cristiani deve perciò essere abitato dalla verità e non deve avere altra finalità che quella di giovare a coloro che ascoltano: "Nessuna parola cattiva esca più dalla vostra bocca; ma piuttosto, parole buone che possano servire per la necessaria edificazione, giovando a quelli che ascoltano" (4,29). Il versetto successivo esorta a non rattristare lo Spirito Santo, lasciando intendere chiaramente, in base al contesto, che proprio uno dei modi con cui una persona limita in se stessa l'azione dello Spirito è l'uso disordinato del linguaggio. Nella lettera ai Colossesi ritorna l'esortazione "non mentitevi gli uni gli altri" (3,9), ma con maggiore chiarezza che in Efesini ci viene detto dall'Apostolo quale debba essere l'argomento abituale della conversazione dei cristiani: "La parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente; ammaestratevi e ammonitevi con ogni sapienza, cantando a Dio di cuore e con gratitudine salmi, inni e cantici spirituali" (3,16). In sostanza, Paolo vuol dire che i cristiani, nelle circostanze in cui si trovano a parlare di cose serie tra loro, mediante la loro stessa conversazione crescono nella conoscenza di Cristo. Quando invece si intrattengono insieme nella gioia, sogliono cantare inni.


Il tema dell'uso del linguaggio e della sobrietà della parola viene ripreso nell'insegnamento dell'Apostolo anche a proposito del ministero pastorale: Timoteo e Tito, pastori delle comunità cristiane di Efeso e di Creta, si sentono indirizzare alcuni consigli pratici su come un pastore debba vigilare anche sul proprio modo di parlare. Innanzitutto, i falsi dottori sono identificati da Paolo attraverso l'uso della parola. La caratteristica dei falsi dottori è quella di lanciarsi in dispute e in costruzioni di ragionamenti per dimostrare di avere ragione. Timoteo potrà capire di trovarsi di fronte a un falso dottore, quando i suoi interlocutori si volgeranno "a fatue verbosità, pretendendo di essere dottori, mentre non capiscono né quello che dicono, né alcuna di quelle cose che danno per sicure" (1 Tm 1,6-7). Insomma, il falso dottore si riconosce mediante due caratteristiche: la pretesa di essere uno che sa e l'eccessiva quantità di parole, sotto cui sommerge il suo interlocutore. Più avanti specifica, ancora a proposito del falso dottore, che chi non segue la sana dottrina: "è accecato dall'orgoglio, non comprende nulla ed è preso dalla febbre di cavilli e di questioni oziose" (1 Tm 6,4). A Timoteo, invece, Paolo suggerisce di rimanere attaccato al deposito della fede e di studiarlo per averne una conoscenza sempre più profonda, così da poter nutrire la sua comunità con il suo insegnamento: "Fino al mio arrivo dedicati alla lettura, all'esortazione e all'insegnamento" (1 Tm 4,13); "O Timoteo, custodisci il deposito; evita le chiacchiere profane e le obiezioni della cosiddetta scienza" (1 Tm 6,20). Timoteo deve quindi approfondire personalmente la dottrina della fede ma non deve lasciarsi trascinare in dispute, verbosità e cavilli che nascono dalla "cosiddetta" scienza. Paolo vuole dire che le dispute umane sulla verità di Dio non sono "scienza", ma soltanto chiacchiere. La vera scienza non è mai parolaia ed è sempre aperta al confronto sereno della ricerca.


Nella seconda a Timoteo, ritorna con maggiore intensità lo stesso insegnamento: Timoteo come pastore deve scongiurare tutti davanti a Dio "di evitare le vane discussioni, che non giovano a nulla, se non alla perdizione di chi le ascolta. Sforzati di presentarti… come uno scrupoloso dispensatore della parola di verità. Evita le chiacchiere profane" (2 Tm 2,14-16). "Un servo del Signore non deve essere litigioso ma mite con tutti" (2 Tm 2,24).

Anche a Tito vengono dati pressoché gli stessi insegnamenti, di essere cioè "attaccato alla dottrina, secondo l'insegnamento trasmesso" (Tt 1,9), e guardingo circa le "questioni sciocche, le genealogie, le contese intorno alla Legge, perché sono cose inutili e vane. Dopo una o due ammonizioni sta' lontano da chi è fazioso, ben sapendo che è gente fuori strada e che continua a peccare condannandosi da se stessa" (Tt 3,9-10). Il pastore deve quindi evitare le dispute sciocche e la febbre dei cavilli e non andare oltre le due ammonizioni o richiami, perché l'insistenza sarebbe già una forma di partecipazione all'inutile disputa.
Un altro grande settore in cui la prudenza si rivela come la virtù guida della santità cristiana è l'ambito delle decisioni. E' certamente deleterio non decidere mai nella vita: ciò equivarrebbe a far decidere sempre gli altri o, peggio ancora, a far decidere le circostanze. Più deleterio è decidere in maniera sconsiderata e stolta. L'ambito delle decisioni è ciò che determina nella vita di una persona la felicità o l'infelicità, l'adesione alla volontà di Dio oppure una corsa pazza lontano da Lui. Per questo la Bibbia dedica una grande attenzione ai criteri di una prudenza illuminata dalla fede. Può essere utile osservare in quali atteggiamenti la Scrittura identifica la virtù della prudenza del credente.


Uno degli aspetti pratici di questa virtù, dal punto di vista biblico, è la capacità di ascoltare i consigli. Molto chiaramente il libro dei Proverbi afferma che "la sapienza si trova presso coloro che prendono consiglio" (13,10). E il libro di Qoelet preferisce un ragazzo a un re anziano che però non sa ascoltare i consigli (cfr. 4,13). Prendere delle decisioni importanti e non ascoltare chi fosse eventualmente in grado di dare un consiglio luminoso è certamente sinonimo di imprudenza. Dall'altro lato, vi sono alcuni da cui non bisogna prendere consiglio. La Scrittura si premura di avvisarci anche su questo: "Ogni consigliere suggerisce consigli, ma c'è chi consiglia a proprio vantaggio" (Sir 37,7). Da questa categoria di consiglieri bisogna guardarsi. Prima di accettare un consiglio è necessario accertarsi che il nostro interlocutore non abbia interessi personali e non sia un uomo dalle vedute ristrette. In questo senso vanno compresi i detti del v. 11: "Non consigliarti con una donna sulla sua rivale, con un pauroso sulla guerra, con un mercante sul commercio… non dipendere da costoro per nessun consiglio".
Ancora: "Non consigliarti con chi ti guarda di sbieco" (Sir 37,10); vale a dire: non prendere consigli da chi non ti ama. La prima caratteristica che deve avere chi ci consiglia è l'amore. Il consiglio di chi ama il suo prossimo è spesso ispirato da Dio e meritevole di fiducia, come si legge in Sir 39,7: "Il Signore dirigerà il consiglio del saggio". E qui entriamo in pieno nella categoria dei consiglieri lodati dalla Scrittura: "Frequenta spesso un uomo pio che tu conosci come osservante dei comandamenti e la cui anima è come la tua anima" (Sir 37,12). Il tuo consigliere deve quindi essere un uomo sottomesso a Dio, ricercatore della volontà di Dio e, al tempo stesso, sia nel suo animo in qualche maniera simile a te. La Scrittura ci invita anche a non illuderci, perché uomini siffatti sono pochi: "Siano molti a vivere in pace con te, ma i tuoi consiglieri uno su mille" (Sir 6,6).


La capacità di ascoltare il consiglio di uomini saggi non deve essere disgiunta dalla capacità di ascoltare il proprio cuore, ossia la propria coscienza: "Segui il consiglio del tuo cuore, perché nessuno ti sarà più fedele di lui. La coscienza di un uomo talvolta suole avvertire meglio di sette sentinelle collocate in alto" (Sir 37,13-14). Questo medesimo insegnamento si è senza dubbio personificato in pieno nella figura di Giuseppe, sposo di Maria, allorché si accorse che la sua fidanzata era incinta, sapendo di non essere lui il padre di quel Bambino (cfr. Mt 1,18-21). Egli si sprofonda nel silenzio e ascolta la risposta divina che sale dall'intimo del suo spirito di uomo giusto. In realtà è questo l'elemento più determinante: qualsiasi consiglio ottimo noi possiamo ricevere dall'esterno, non può avere validità se non quando diventa veramente nostro, perché lo abbiamo riconosciuto veritiero nell'intimo della nostra coscienza. Non è il consiglio, anche buono, degli altri che deve dirigerci, ma è la nostra coscienza che, esaminati tutti i consigli provenienti dall'esterno, giudica e sceglie quello che le appare più conforme alla volontà di Dio.

Per la Scrittura è prudente anche l'uomo che non attende risultati immediati dalle sue opere. Questo concetto è espresso in maniera allegorica dal libro dei Proverbi: "Le ricchezze accumulate in fretta diminuiscono, chi le raduna a poco a poco le accresce" (13,11). E ancora: "Chi va a passi frettolosi inciampa" (19,2). Il NT applica questa idea ai tempi lunghi che sono necessari al cammino del cristiano per poter vedere qualche frutto nello Spirito: "Guardate l'agricoltore: egli aspetta il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le piogge d'autunno e le piogge di primavera" (Gc 5,7).

Qui l'audio della Catechesi Don Fabio Rosini



Venerdì della XXIV settimana delle ferie del Tempo Ordinario

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