Non entreranno nel luogo del mio riposo

"Non entreranno nel luogo del mio riposo" (Sl. 95,11)

- l'inferno, possibilità e realtà -


satanConservatori e progressisti

Iniziamo questa nostra piccola riflessione con un elementare e retorico distinguo.

Un distinguo inutile per quanto riguarda la Rivelazione perché essa non è né conservatrice né progressista, semplicemente è un dono di Dio Padre all'uomo per mezzo del Suo Figlio Gesù nello Spirito Santo.
Essa è sempre attuale.. quello che cambia e si aggiorna è la modalità nel tempo di coglierne le infinite ricchezze con la riflessione teologica e la prassi pastorale nel discernimento e la conferma di Pietro.



Il distinguo purtroppo, con i tutti i limiti di ogni dualismo retorico, è vero per noi.
Nella storia del Cristianesimo si ergono di tanto in tanto dei conservatori e dei progressisti che ci vogliono richiamare, a loro modo, al deposito della fede.
Tra questi, "palleggiano" devozionalisti e dipendenti dalle "rivelazioni private" vere, presunte e alcune non ancora accettate dalla sapienza della Chiesa.

Innanzitutto è opportuno dire che essere conservatori non significa necessariamente essere custodi e conservare come, d'altronde, essere progressisti non significa necessariamente essere promotori del nuovo, anzi...

Entrambe le posizioni però sono in difetto innanzitutto sull'approccio psicologico al dato biblico. In genere i conservatori  sono incapaci di conoscere il vero volto del Dio di Gesù Cristo per un loro approccio manicheo e minimalistico alla fede, mentre i progressisti sono incapaci di sostenere il dramma dell'esistenza con un riduzionismo edonistico davanti al problema della sofferenza e della responsabilità.
In sintesi mentre i conservatori dipingono un Dio che non è Padre ma padrone ed esattore, i progressisti sono sostenuti da un'idea di Dio totalmente buonista e corretta politicamente. Deformare la paternità di Dioè, in certo qual modo, opera del "nemico dell'uomo".
Entrambi si danno "un nome da soli", proprio come i cittadini di Babele. Entrambi fondano su se medesimi la gloria e, pur con l'apparenza di spiritualità e devozione, progresso e religione, sono persone carnali. Obbedientissimi alla loro costruzioni mentali e talvolta a rivelazioni "private", disobbedienti "de facto" alla Chiesa, alla sua tradizione e al suo magistero. Non sembra ma sono intrisi di relativismo anche se fanno la comunione in ginocchio o se sono fautori, d'altra parte, della comunione sulla mano. In entrambi i casi sono strutturati su un credo a proprio uso e consumo. Una specie di eresia feriale, dannosa a loro e a chi li ascolta. Sembra che amino la dottrina e la Chiesa ma hanno a culto solo se stessi.


L'inferno già e non ancora

Potremmo vedere e citare gli innumerevoli "loghia" di Gesù nel Vangelo che trattano l'Inferno ma vediamo per esteso cosa ci dice il Catechismo nella sezione che tratta della nostra riflessione dal numero 1033 al 1037:

IV. L'inferno

1033 Non possiamo essere uniti a Dio se non scegliamo liberamente di amarlo. Ma non possiamo amare Dio se pecchiamo gravemente contro di lui, contro il nostro prossimo o contro noi stessi: "Chi non ama rimane nella morte. Chiunque odia il proprio fratello è omicida, e voi sapete che nessun omicida possiede in se stesso la vita eterna" ( 1Gv 3,15 ). Nostro Signore ci avverte che saremo separati da lui se non soccorriamo nei loro gravi bisogni i poveri e i piccoli che sono suoi fratelli [Cf Mt 25,31-46 ]. Morire in peccato mortale senza essersene pentiti e senza accogliere l'amore misericordioso di Dio, significa rimanere separati per sempre da lui per una nostra libera scelta. Ed è questo stato di definitiva auto-esclusione dalla comunione con Dio e con i beati che viene designato con la parola "inferno".

1034 Gesù parla ripetutamente della "Geenna", del "fuoco inestinguibile", [Cf Mt 5,22; Mt 5,29; 1034 Mt 13,42; Mt 13,50; Mc 9,43-48 ] che è riservato a chi sino alla fine della vita rifiuta di credere e di convertirsi, e dove possono perire sia l'anima che il corpo [Cf Mt 10,28 ]. Gesù annunzia con parole severe che egli "manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno. . . tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente" ( Mt 13,41-42 ), e che pronunzierà la condanna: "Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno!" ( Mt 25,41 ).

1035 La Chiesa nel suo insegnamento afferma l'esistenza dell'inferno e la sua eternità. Le anime di coloro che muoiono in stato di peccato mortale, dopo la morte discendono immediatamente negli inferi, dove subiscono le pene dell'inferno, "il fuoco eterno" [Cf Simbolo "Quicumque": Denz. -Schnöm., 76; Sinodo di Costantinopoli: ibid., 409. 411; 274]. La pena principale dell'inferno consiste nella separazione eterna da Dio, nel quale soltanto l'uomo può avere la vita e la felicità per le quali è stato creato e alle quali aspira.

1036 Le affermazioni della Sacra Scrittura e gli insegnamenti della Chiesa riguardanti l'inferno sono un appello alla responsabilità con la quale l'uomo deve usare la propria libertà in vista del proprio destino eterno. Costituiscono nello stesso tempo un pressante appello alla conversione: "Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla Vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano!" ( Mt 7,13-14 ).

Siccome non conosciamo né il giorno né l'ora, bisogna, come ci avvisa il Signore, che vegliamo assiduamente, affinché, finito l'unico corso della nostra vita terrena, meritiamo con lui di entrare al banchetto nuziale ed essere annoverati tra i beati, né ci si comandi, come a servi cattivi e pigri, di andare al fuoco eterno, nelle tenebre esteriori dove "ci sarà pianto e stridore di denti" [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 48].

1037 Dio non predestina nessuno ad andare all'inferno; [ Cf Concilio di Orange II: Denz. -Schönm. , 397; Concilio di Trento: ibid. , 1567] questo è la conseguenza di una avversione volontaria a Dio (un peccato mortale), in cui si persiste sino alla fine. Nella liturgia eucaristica e nelle preghiere quotidiane dei fedeli, la Chiesa implora la misericordia di Dio, il quale non vuole "che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi" ( 2Pt 3,9 ):

Accetta con benevolenza, o Signore, l'offerta che ti presentiamo noi tuoi ministri e tutta la tua famiglia: disponi nella tua pace i nostri giorni, salvaci dalla dannazione eterna, e accoglici nel gregge degli eletti [Messale Romano, Canone Romano].


Ciò che colpisce del Catechismo è che inizia con un'affermazione biblica sostanziale e non moralistica: "Chi non ama rimane nella morte"

Affermazione che ci da la sostanza di ciò che l'Inferno è per Rivelazione: l'incapacità di Amare!

In cui la misura dell'Amore è la persona stessa di Gesù, il Suo essere nel mondo per Dio e per i fratelli non solo come carattere normativo ma piuttosto come carattere esemplare nell'accezione che esso ha nella teologia classica medievale. Esemplare non è innanzitutto qualcosa da imitare quanto il prototipo da seguire. Francesco di Assisi parlava infatti non tanto di imitare Cristo quanto di seguire i suoi passi.. cioè mettere i nostri piedi sulle sue orme, in sostanza vivere i misteri di Cristo nella nostra persona. Questa è opera che avviene nella grazia per mezzo dello Spirito Santo e della nostra volontà che accoglie e coopera all'azione di Grazia. Questa si chiama conversione permanente e cristificazione di tutta la nostra persona; ed avviene in maniera compiuta solo nella Chiesa. 

Altro aspetto interessante che ci viene dal Catechismo è quello che l'Inferno non è tanto un luogo ma una scelta di auto-escludersi liberamente alla comunione con Dio e con i fratelli. Paradossalmente e per certi versi correttamente, potremmo dire che Dio non manda nessuno all'Inferno ma l'Inferno è una scelta possibile che ha l'uomo in quanto creatura di rifiutare il suo Creatore e la comunione profonda con i suoi fratelli. Dunque non solo il Paradiso è già - e - non - ancora, qui sulla terra... ma anche l'Inferno è già - e - non - ancora qui sulla terra... ciascuno di noi, che volge il proprio sguardo su se stesso, si perde e vive un inferno preventivo.
E' la condizione ego-narciso-centrica in cui versa l'uomo da sempre, specie nei nostri tempi così edonistici. L'uomo attuale ha già superato il nichilismo come fase ideologica e vive il nichilismo e il narcisismo come condizione reale e di fatto. Certo, ad essere realisti non tutta la realtà umana è così; non mancano focolai straordinari e meravigliosi di speranza e di apertura all'altro e all'Altro che è Dio.. tuttavia grazie anche ad un cattivo uso dei mass-media l'uomo è fortemente tentato e spesso è capace di rivolgersi solo su stesso. Per un principio elementare di psicologia di relazione se dico "io" e non dico "tu" perdo anche l'io, mi smarrisco nella solitudine ontologica che non alimenta il dramma dell'autocomprensione ma impedisce, con una costante sclerocardia, la capacità di vedere la luce su me stesso, Dio e il mondo.

In questa visione edonistica è perfettamente coerente l'assunto di J. P. Sartre: "l'inferno sono gli altri".. proprio perché io stesso vivo la china in discesa verso un Inferno preventivo, già qui e ora.

Non stupiscano allora le campagne contro la vita, nascente ed in vecchiaia, né stupisca che lo stato idealizzi la democrazia come stato di valore morale; questo modo di fare, apparentemente altruista non è altro che l'epilogo di un solido edonismo fautore della perdita dell'io e della realtà del senso dell'uomo. La democrazia senza valori cristiani, espliciti ed impliciti, e senza Cristo si regge sull'egoismo.


Paura e terrore
 La paura è certamente diversa dal terrore. La paura è un istinto elementare di protezione che abbiamo che consente di essere svegli, pronti. Una cosa che abbiamo notato chiaramente nel terremoto di Assisi vissuto in prima persona. C'era chi aveva paura ma si muoveva per salvarsi o aiutare e chi invece in preda al terrore rimaneva paralizzato. Il terrore non è mai sano e, paradossalmente, sia i conservatori che i progressisti vivono davanti al fatto dell'Inferno una reazione errata al terrore che portano dentro. Il terrore poi porta al disordine e alimenta il terrore non la responsabilità. Paradossalmente coloro che parlano dell'Inferno in una forma terrificante svolgono un pessimo servizio alla comunità ecclesiale tanto quanto coloro che voglio ridurre l'aspetto terribile di questa possibile scelta dipingendo un Dio buonista o che elimina l'inferno per salvare l'uomo.

La paura può portare l'uomo ad essere sveglio e responsabile sul proprio "destino" eterno.. il terrore svolge una pessima educazione al vero volto di Dio Padre e non porta alla responsabilità storica e personale dell'esistenza.

Il terrore porta ad una visione meritocratica della fede che non è cristianesimo ma una sua satanica parodia; come pure può portare ad una visione edulcorata di questa scelta per rimozione psichico-esistenziale.

La gloria di Dio è l'uomo vivente diceva S. Ireneo; e l'uomo vive quando è immerso nella storia, propria e collettiva, ma desidera costantemente il Cielo.

L'uomo attuale, così edonista e apparentemente sicuro di sé, vive in realtà una adolescenziale fuga dal reale e dalle proprie responsabilità spirituali, sociali, civili e politiche.


Tentiamo a descriverlo

Tentare di descrivere l'Inferno significa fare appello a tutte le negatività che il nostro cuore pensa o immagina. Proviamo a balbettare qualcosa...

Se uniamo il sentirsi strappare le viscere dell'anima per la perdita di un figlio togliendo in esso l'amore che alimenta questo dolore e lasciando solo il dramma...

se sommiamo il dramma del tradimento subito da un coniuge o da una persona cara

se sommiamo il dolore per la perdita di stima e riconoscimento

se sommiamo la disperazione di una inguaribile depressione

se sommiamo il disagio della miseria e dell'ignoranza

se sommiamo la mancanza d'aria necessaria ai nostri polmoni

se sommiamo la perdita totale della comunione con i fratelli e le sorelle e con il genere umano

se sommiamo tutti gli efferati omicidi, torture, abusi, profanazioni dall'inizio dei tempi facendo si che esse siano davanti ai nostri occhi come se le facessimo costantemente noi stessi

se sommiamo l'incapacità di vedere il bene, la speranza e la luce

se sommiamo l'incapacità di vedere Dio sorridere con un abbraccio amoroso

e moltiplichiamo il tutto per l'Eternità, cioè un tempo senza fine, dove lo stato della nostra persona si consuma e si rigenera in questa melma all'infinito...

beh in tal caso abbiamo una pallida idea di ciò che l'Inferno è.

Può sembrare terribile e lo è... ma la lontananza da Dio è una possibilità che ci costruiamo ogni giorno non riconoscendolo nella nostra vita e volgendo lo sguardo esclusivamente verso noi stessi o distraendoci dietro la moltitudine dei nostri dissipanti interessi... perdendo di vista la realtà del "tu" e del "Tu" che bussa alla nostra vita.

 

Conoscere l'Inferno e contemplare il Paradiso
L'errore di fondo è proprio quello di parlarne troppo o di non parlarne per niente. Invece l'Inferno è una realtà possibile con cui siamo chiamati a confrontarci quotidianamente sapendo che le nostre scelte, piccole e grandi hanno un valore.. tuttavia non si può fare una seria riflessione sull'Inferno se non si anela e contempla costantemente il Paradiso; S. Paolo in questo è molto chiaro: 

In conclusione, fratelli, tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato,

quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri. (Fil. 4,8)
 

Non solo nel tempo liturgico e prezioso della Quaresima, ma sovente, risvegliamo in noi la meditazione responsabile anche sull'Inferno volgendo però sempre lo sguardo, il desiderio, alla nostra patria presso Dio.

Lì Cristo ci attende e ci attira ben più di ogni male che possiamo compiere o che abbiamo compiuto; seguiamo il Suo sguardo con tutte le nostre forze... Lui è con noi e dunque... non siamo soli.

Decidiamo dunque di rompere definitivamente con il peccato,

con le abitudini che portano alla morte

e lasciamoci giudicare dall'amorosa legge di Dio

dall'abbraccio del Padre.

Accettiamo volentieri il cammino talvolta duro della prova e della conversione

come momento di vera stima e di amore che Cristo ha nei nostri confronti.

Accettiamo con gioia la responsabilità che nasce da un cammino di fede prendendo in seria considerazione le scelte piccole e grandi che compiamo senza ingannarci e continuando a guardare Gesù autore e perfezionatore della fede nella'abbraccio della Chiesa e nella conferma di Pietro.

Venerdì della XXIX settimana delle ferie del Tempo Ordinario

S. Giovanni da Capestrano, sacerdote (1386-1456)

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