Sorprese divine

canoneromanodi INOS BIFFI

Giovedì, Venerdì e Sabato Santo. Sono i giorni delle sorprese divine: il pane e il vino, che divengono il cor-po e il sangue di Cristo; il patibolo umiliante e obbrobrioso della croce, che si trasforma in trono regale; il sepolcro, residenza di morte, che si apre al Signore della vita.
Il sacro Triduo si apre nel ricordo della cena che Gesù, tra tutte, ha più desidera-to. Ed è la prima sorpresa di Dio. In quel banchetto finale egli ha istituito il sacramento del dono di se stesso. Quanto avrebbe fatto sulla croce nel cenacolo lo anticipava nel segno del pane e del vino, distribuiti come suo corpo e suo sangue. Un convito inatteso: un ricevere perso-nalmente Cristo nello stato della sua con-sumazione; un associarsi al suo destino di passione, per il consorzio con la sua risurrezione. Chi ignora Gesù crocifisso, non può comprendere, anzi fatalmente fraintende, l’Eucaristia. D’altra parte, solo prendendo parte al sacrificio di Cristo, che è la sua carità, si può ricevere la forza per la lavanda dei piedi e per la scelta dell’ultimo posto. E l’ultimo posto è la croce. L’Eucaristia ne è il sacramento, destinato alla creazione di una umanità, dove a dominare non sia il potere ma l’a m o re . E nell’Eucaristia il corpo di Cristo è consegnato agli apostoli, perché lo ricevano e a loro volta lo distribuiscano. Nel cenacolo nasce il sacerdozio cristiano: co-me servizio a Gesù Cristo perché ci sia la Chiesa. L’identità sacerdotale è intima-mente iscritta nel mistero della morte e della risurrezione del Signore, a cui il sa-cerdote si dedica, perché all’umanità non manchi mai l’Eucaristia, senza la quale non c’è Chiesa. Egli è chiamato a «far di Dio cibo alle anime» (Clemente Rebora). La seconda sorpresa è la croce, segno di impotenza e di stoltezza. Lo contem-pliamo compassionevoli e sconcertati quando a morirvi nello strazio e nella de-relizione è Gesù, Figlio di Dio. Ma, co-me se non fosse Dio, egli non scende, e rimane nella condizione dell’assoluta im-potenza e nello stato del disonore, che la logica dell’uomo non può che definire come assenza di Dio e puro limite della creatura oppressa dalla violenza. Soltanto la fede riesce a interpretare il Crocifisso, ma rimane senza fiato. Chi non è credente vede in Gesù che vi muo-re uno dei tanti casi che meritano pietà: un simbolo di tutte le sofferenze che irra-gionevolmente ma inevitabilmente l’uo-mo è costretto a sopportare. Chi ha il do-no della fede trova nel Crocifisso il segno più concreto e reale di Dio. Gesù che pa-tisce e muore è Dio che, per puro amore, si è fatto così prossimo all’uomo da con-dividere la sua sorte di peccatore. Senza dubbio, la divinità non patisce; ma è pur vero che sulla Croce a patire realmente è Colui che è Figlio di Dio, che non ha trattenuto con avidità la sua «forma divina», aggrappandosi a essa co-me a «tesoro geloso», ma se ne è spoglia-to, «assumendo la condizione servile», scegliendo la «forma umana», con un ab-bassamento e una umiliazione portata all’estremo della «morte di croce». Se a fare tutto questo è il Figlio di Dio, la passione tocca l’intimo della Trinità. Sul-la croce conosciamo il vero Dio. Sul Cal-vario si svolge il dramma della Trinità e dell’uomo, di ogni uomo, che sia mai ap-parso o che apparirà sulla terra. Nella morte di Gesù avviene la piena rivelazione della carità di Dio, che ama l’uomo al prezzo del Figlio: poiché a re-dimere non è il dolore, che per se stesso conduce solo a disperazione, ma l’a m o re divino consumato fino al dono di sé. Questo amore, deciso dall’eternità, è la sostanza della creazione: abbraccia ogni uomo da sempre, anche se avvenne in un punto preciso del tempo. Quando viene sulla terra un uomo, prima ancora che egli lo sappia, si ritrova per sé «l’univer-sal carità della Croce», come scrive Cle-mente Rebora, che al Crocifisso ha rivol-to gli accenti di una poesia che era im-mensa sofferenza e pura preghiera: «Ho trovato Chi prima mi ha amato e mi ama e mi lava nel sangue che è fuoco». «Oh senza Te, Gesù, le nostre pene son già principio in terra dell’inferno». Ed ecco, il Sabato santo, il giorno di una calma quasi irreale e piena di presen-timento. Anche di Gesù — come di ogni altro uomo — una volta spirato, resta il corpo inanimato, oggetto della pietà e della cura dei profumi e degli aromi. Il Figlio di Dio è morto veramente: ha con-sumato la sua comunione con gli uomini raggiungendo la condizione del cadavere, l'ultimo residuo visbile dell'uomo, da cui parte fatalmente il dissolvi-mento e il ritorno alla pol-vere. Ora Gesù si trova nel-lo stato dell’inerzia, avvolta dallo stesso silenzio che re-gna «all’ombra dei cipres-si». Il Sabato santo siamo chiamati a sentire questo si-lenzio che il Figlio di Dio condivide a motivo della morte; a considerare, una volta ancora, fino a che punto egli si sia reso simile a noi. Gesù «non fu abbando-nato negli inferi, né la sua carne vide la corruzione»; fu sciolto «dalle angosce della morte, perché non era possibile che questa lo te-nesse in suo potere», ma non ne fu preservato. Per questo oggi, sostando al se-polcro di Gesù, alimentia-mo la nostra speranza che Dio non ci abbandonerà ne-gli inferi, a motivo di Lui, che li ha conosciuti e ne fu lib erato. Il sentimento della quiete si unisce a quello dello stu-pore, perché non c’è situa-zione che non sia toccata e trasformata dalla morte di Cristo, che è principio di risurrezione e di vita. Nella Veglia ad apparire ai cre-denti sarà il Risorto dagli inferi, che la-scerà vuoto il sepolcro vanamente sigilla-to da Giuseppe. Ma non sarà stata inuti-le la nostra sosta, se ad occuparla saran-no stati i pensieri sul Figlio di Dio che, conoscendo il sepolcro, lo dischiude e pone fine al pianto inconsolabile e all’op-primente paura della tomba.

© Osservatore Romano - 28 marzo 2013


Sabato della II settimana delle ferie del Tempo Ordinario

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