Il segreto di un sorriso perenne - san Filippo Neri

san-filippo-neridi EDOARDO ALDO CERRATO
«Umorismo è la libertà che ci si prende, il distacco di fronte a se stessi» scrisse Eugène Ionesco (1912-1994). “Umiltà” e “umorismo” non a caso hanno la stessa radice. La nostra società, anche in questo ambito, offre segnali spesso sconfortanti: poco buon umore e molta rabbia; sarcasmo più che sana ironia. È il risultato dell’aver confuso il piacere con la gioia. Filippo Neri (il 26 maggio la Chiesa ne celebra la memoria liturgica), divenuto romano senza nulla perdere della sua fiorentinità, è stato un eccezionale educatore proprio perché lo ha compreso e testimoniato negli ottanta anni della sua vita. Preziose sono le testimonianze riportate dal processo di canonizzazione, le Vite del Gallonio e del Bacci, primi biografi, le “Massime” raccolte dai discepoli, semplici e familiari, sgorgate dall’esperienza quotidiana del rapporto di Filippo con Dio e con gli uomini. Ma lo sono anche i Tre Libri dell’educazione christiana de’ figliuoli di Silvio Antoniano — nei quali gli studiosi della pedagogia hanno riconosciuto la testimonianza più significativa del rinnovato impegno educativo promosso dal concilio tridentino — che nascono dal contatto con padre Filippo e il suo Oratorio. Significativamente l’a u t o re li dedica Reverendis Patribus Congregationis Oratorii e afferma, nella dedica, che tutto è fructus ab eorum semente. E lo è anche il coevo Dialogo della gioia cristiana di Agostino Valier che delinea la personalità festosa di padre Filippo, sottolineando che le sue doti temperamentali non sono sufficienti a motivare la sua «perenne allegrezza» la quale è costantemente alimentata dal soprannaturale e attinge all’impegnativa ascesi dell’umiltà che soltanto rivela il senso pieno anche di molte burle e di scherzosi atteggiamenti di Padre Filippo. Proprio sulla bocca di Silvio Antoniano il Valier pone queste parole: «Questo soprattutto in tale uomo [Filippo] mi è parso ammirevole: ch’egli porta in sé una perpetua allegrezza di spirito, per nulla mai agitato dai marosi dell’ambizione, specialmente in una città come Roma. In verità, quest’uomo di Dio sempre si rallegra nel Signore; in lui abita lo Spirito Santo, il cui frutto è la gioia, e si alimenta di quella ambrosia celeste come di suo pane quotidiano. Così egli sempre gioisce nel Signore e viene ritenuto esimio maestro di vera ed autentica letizia». Gli elementi chiave che caratterizzarono la proposta educativa di san Filippo Neri sono da ricercare nella appassionata adesione di Filippo a Gesù Cristo. «Burlevole» lo ricordano numerosi testimoni del processo canonico, festoso, gentile, schietto, semplice, attento a ogni persona, amabile, profondo, riservato, assorto, estatico: un’armonia di “distinti” composta nell’unità. Nulla stride nella sua personalità: tutto è armonizzato da un’esperienza di comunione con Dio che visibilmente plasma la sua ricca umanità. «Padre» è l’unico titolo che Filippo accettava volentieri, «perché — diceva — questo sona amore». Questa paternità — così rispondente al bisogno insopprimibile dell’uomo, che è figlio fin nel più profondo del suo essere — esprime la vera identità del sacerdote Filippo nei confronti dei fedeli. L’amore paterno di Filippo per i suoi figli traspare anche dalle forme di affetto che egli aveva nei loro confronti, dall’interesse che dimostra verso tutte le questioni e i problemi della loro vita; dal desiderio di averli vicini e dal cercarli quando non li vede, dalla continua disponibilità. Ma la sua paternità si manifesta soprattutto nella cura attenta e individuale della loro anima: «Haveva riguardo grande alla natura et complessioni delle persone». Pur coltivando soprattutto le anime padre Filippo mai si scorda dei corpi, e tiene sempre presente il posto della persona nella società: comprende il mondo dell’altro, vive gli affanni e le angosce dei poveri e dei malati, le lotte interiori di giovani e adulti, e lascia chiaramente percepire che è vicino alle persone e ne condivide l’esp erienza. La “virtù attrattiva” di Filippo ha nell’umiltà il suo centro; di qui nasce quella hilarità christiana che diventa elemento caratterizzante della schola di santità filippina e che rende limpido ed esalta l’umano. È così che, diversamente da altri esponenti della vita devota, dai quali pure accolse utili insegnamenti di vita, Filippo Neri è sensibile anche alla bellezza che si manifesta nella natura e nell’arte: predilige gli spazi aperti, i colli e le vigne di Roma, le ville, il cammino alle Sette Chiese; ama la musica e il canto, è attento alle espressioni delle arti figurative. L’autenticità dei rapporti personali, frutto della sua bella umanità, ma anche dell’esercizio ascetico che lo plasmava, diventava — e non per strategia — il metodo della sua evangelizzazione. «Il suo successo là dove altri avevano fallito — scrive Maria Teresa Bonadonna Russo — risiedeva nell’applicazione del suo metodo basato sulla capacità di porsi sempre e umilmente sullo stesso piano del suo interlocutore, che finiva quindi per vedere riconosciuta la propria natura e la propria personalità: un rispetto che derivava a san Filippo dal suo modo di intendere la libertà e che produsse risultati più abbondanti e duraturi di quelli ottenuti con la coercizione e la forza. La famosa frase “state buoni se potete”, che in realtà egli non pronunciò mai, poté essere coniata ed essergli attribuita proprio perché in fondo riassumeva e interpretava perfettamente il suo stile: uno stile talmente innovativo da apparire perfino anacronistico per il suo tempo, e comunque talmente attuale da essere posto ancora oggi alla base di un certo tipo di rapporto umano».

© Osservatore Romano - 26 maggio 2012

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