Fede e opere

francescoGiacomo 2,14-24.26: Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? Forse che quella fede può salvarlo?
Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano
e uno di voi dice loro: "Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi", ma non date loro il necessario per il corpo, che giova?
Così anche la fede: se non ha le opere, è morta in se stessa.
Al contrario uno potrebbe dire: Tu hai la fede ed io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere, ed io con le mie opere ti mostrerò la mia fede.
Tu credi che c'è un Dio solo? Fai bene; anche i demòni lo credono e tremano!
Ma vuoi sapere, o insensato, come la fede senza le opere è senza calore?
Abramo, nostro padre, non fu forse giustificato per le opere, quando offrì Isacco, suo figlio, sull'altare?
Vedi che la fede cooperava con le opere di lui, e che per le opere quella fede divenne perfetta
e si compì la Scrittura che dice: E Abramo ebbe fede in Dio e gli fu accreditato a giustizia, e fu chiamato amico di Dio.
Vedete che l'uomo viene giustificato in base alle opere e non soltanto in base alla fede.
Infatti come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta.


La sottolineatura dell'apostolo, molto concreta e sempre attuale, riprende l'eco dei richiami profetici che Dio ha fatto nell'Antico Testamento:
"questo popolo
si avvicina a me solo a parole
e mi onora con le labbra,
mentre il suo cuore è lontano da me" ( Is. 29, 13).
Accento e richiamo ripreso da Gesù stesso nel Vangelo di Marco al capitolo 7. Una contraddizione ed una ipocrisia che non appartiene al mondo semitico in realtà; né al suo modus operandi. Infatti per il mondo semitico la parola conversione non è "Metànoia", cioè cambio di mente e di mentalità, come per il greco, ma "Shuv" cambio di direzione. La conversione a Dio è qualcosa che coinvolge tutto l'uomo, tutta la sua realtà, corporea, mentale, affettiva, volitiva, spirituale.  L'uomo è per la Bibbia un tutt'uno. Tuttavia era evidente che già dai tempi del profeta Isaia e ancor prima con il peccato originale, l'uomo si è dissociato da sé proprio perché si è dissociato da Dio. L'uomo è spaccato. Nonostante l'approccio unitivo e pratico del mondo semitico, l'uomo finiva per vivere in una sorta di ipocrisia strutturata. Ipocrisia che Gesù combatte con tutte le sue forze proprio nei riguardi di tutti e specie nei Farisei.
L'ipocrisia infatti è un pericolo che ci appartiene. Soprattutto a noi credenti. A noi di Parrocchia. Di gruppi e realtà laicali. Talmente cresciuti con il catechismo e la catechesi, in realtà, chi ci incontra non vede la speranza che ci anima. Ma una sorta di quieto e mellifluo adattarsi alla mentalità mondana.
Non accorgendoci in primo luogo del povero - con ogni forma di povertà - che ci bussa alla porta, non siamo lontani da quel detto attribuito a quella regina: "non hanno i soldi per il pane.. si comprino i biscotti!".
Questo non riferito solo alle realtà materiali ma anche a quelle spirituali. Al pane del conforto e del perdono. Al pane della tenerezza o della forza. Al pane del richiamo fraterno o del silenzio carico di compassione. Al pane della Parola di Dio.
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Tuttavia c'è un altro aspetto distorto che ha "usato" malamente questa parola di Giacomo. Quello tipico del pauperismo ateo ed ideologico di carattere sociale. Certamente fare il bene, fare gesti di carità e di attenzione verso i poveri è sempre un bene oggettivo. Ma Dio non guarda solo i gesti, guarda ancor prima le intenzioni. Nel nome di chi fai quel gesto? L'apostolo Giacomo infatti ricorda "ed io con le mie opere ti mostrerò la mia fede". Che, nel senso originario significa, ti mostrerò con le mie opere quanto Cristo è Signore della mia vita. Perché nel Suo nome compio ciò che compio e faccio ciò che faccio. Ma può essere inteso anche nel senso che la tua carità, vera, presunta o costruita, può rivelare o anche nascondere un egoismo, un amor di sé, una narcisistica idolatria che sconfessa l'opera delle tue mani. Non una fede in Cristo ma una fede che si auto-referenzia. Si da un "nome" da sola.
Questa è un'ipocrisia ancora più pericolosa perché dietro il bene di un'opera buona nasconde una radicale disobbedienza a Dio.
Proprio perché si fonda non sulla Signoria di Cristo ma su una Ego-latria.
Questo è il capolavoro di satana. Una menzogna autentica. Compi alcune opere buone - e tutti ti stimano - ma il centro del tuo operare non è la Carità di Cristo ma sei tu. L'effetto può a volte essere simile ma alla lunga - e neanche troppo - la dissonanza appare in tutta la sua virulenza. Tu stai facendo culto alla tua stima, al tuo io malato, al tuo delirio di onnipotenza. Al tuo bisogno, tutto infantile, di stare al centro dell'attenzione. Non parli e non agisci in nome di Gesù ma in nome della tua carnalità. Un certo "cattolicesimo democratico" e un certo "cattolicesimo sociale" punta molto su questo. Si compiono "tante" opere buone, si dona lavoro e benessere minimo all'uomo dimenticando del perché si fa questo.
E così l'ipocrisia è rovesciata: le tue opere mostrano che stai dando culto a te stesso.
Anche l'uomo che non ha il dono della fede ma che segue il lume della ragione e della retta coscienza ha pienamente davanti a sé la sua piccolezza e il suo limite. Ed in tal caso, questo è il bicchiere d'acqua all'assetato, la visita al malato e al carcerato di cui parla il Vangelo. Anche se non conosci Cristo, nel tuo intimo lo ami se veramente e il tuo io passa in secondo piano. Il tuo cuore sta amando in nome di Dio anche se non lo sai. Il tuo cuore desidera Cristo, anche se non lo conosci. Stai nel binario dei preambula-fidei.
Ma se invece usi la parola di Giacomo per ri-fondare una sorta di "cristianesimo anonimo", ma così anonimo che non è incarnazione ma "impantanamento", cioè dimentica il nome e la linfa vitale delle opere buone... Tu ti sei già perso. Tra l'altro con una ipocrisia difficilmente abbattibile, proprio perché ben nascosta dietro un gesto "buono".
Una sorta di fai-da-te, un vitello d'oro a cui presti tutti i tuoi incensi e i tuoi fumi.
Ma la vera carità sgorga nel "Timor di Dio" che è presente in forma larvale anche in un cuore che non ha la fede ma che opera rettamente secondo coscienza e ragione.
E' il Timor di Dio, la coscienza della tua creaturalità, della tua pochezza, che annuncia in maniera implicita o esplicita, tramite le tue opere, il fatto che tu non basti a te stesso ma che un Altro è principio e fine di ogni tua azione. Così ci insegnano i santi.. Francesco, Camillo, Madre Teresa, la loro presenza al povero, al malato, al lebbroso, all'indigente convertiva chi, guardando loro, vedeva l'amore di Cristo in azione. Vedeva la Chiesa. Vedeva la potenza della Speranza del Risorto. Vedeva il volto trascendente di Dio che ama gratuitamente e ti porta oltre ogni contratto, nella nostalgia del Cielo.
Il Signore ci protegga, dunque, da ogni forma di ipocrisia, quella delle azioni dissociate dalle parole; quella delle azioni dissociate dalla Carità di Cristo.
Dice infatti l'apostolo Paolo ai Cristiani di Corinto: "E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. " (1Cor. 13,3).
E non solo non giova a te stesso ma danneggia la Chiesa e proprio il "sociale" a cui sembri tenere tanto... perché la vita del mondo dipende da quanto questo sia irrorato e fecondato dalla nostalgia dell'Eternità.

Paul


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