La Vita della nostra vita

volto-da-sindoneDalla lettura breve delle lodi Rm 8, 35.37

Chi ci separerà dall'amore di Cristo? Forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati.

La vera retorica acquista senso, colore e peso quando non è funzionale ad un semplice ragionamento astratto ma quando esprime - a volte pallidamente - la potenza di un'esperienza inenarrabile. Come quella di San Paolo nel capolavoro delal Lettera ai Romani dove l'apostolo schiude il suo cuore e rivela la potenza dello Spirito Santo che agisce in Lui. Se Maria è la "pisteusasa", la credente, Paolo è il "convertito" che sempre si converte.

Quando l'apostolo parla di tribolazione, angoscia, fame e nudità, pericolo e spada, non parla di qualcosa di immaginario ma esprime il suo stato esistenziale. Narra la sua esperienza. Ne approfitta dell'esistenza per parlare della sua esperienza di Dio che però diventa il paradigma di ogni cammino cristiano autentico.

La vita cristiana è infatti vita mistica.

La tribolazione e l'angoscia non vengono tolte al cristiano. Così come la nudità e il pericolo, persino la spada. Ma queste vicende - interiori ed esteriori - sono relativizzate perché non producono separazione della creatura dal creatore ma, anzi, ne rafforzano la consapevolezza di appartenenza.

L'apostolo sembra dire non tanto "nonostante questo io appartengo a Dio.." ma piuttosto "..tutto questo è nulla e, talvolta, veicolo a rafforzare la mia appartenenza".

La sovrabboddanza dell'Amore di Cristo che viene riversato nei cuori è talmente imponente, incessante, sovrabbondante, traboccante, che tutto il peso della nudità e dell'angoscia, della tribolazione e della sofferenza, che pure permane, viene ridimensionato.

L'Apostolo ha coscienza di appartenere a Cristo. Qui la sua santità e santificazione.

Anche Francesco di Assisi, una volta parlando a fra Masseo che, mosso da invidia e stupore, gli chiedeva: "perché tutti vanno dietro a te, non sei bello, né nobile.." e Francesco, che si conosceva, come nessun altro, rispondeva: "perché il Signore non ha trovato nessuno più peccatore sulla terra su cui riversare la Sua Misericordia". Francesco non usa sterile retorica - non fa, come noi faremmo nella nostra falsa umiltà, una mossa di stile - Francesco parla di sé. Si conosce. Ha capito. Ha visto l'amore trabocannte di Dio e parla di un'esperienza fatta carne e storia.

Che meraviglia e che canto di lode quando la nostra parola è così schietta, centrata nell'amore di Dio.

Qui nasce la nuova evangelizzazione, nel narrare con la vita e la parola, il silenzio e il suono, la parola piena e ridondante, la salute e la malattia, l'azione e l'infermità, i fatti e i gesti, che Cristo è Signore, e non ve ne sono altri.

La gioia del risorto diventa un vincolo inescindibile che ritma il nostro respirare, l'alzarsi e l'abbassarsi del nostro petto, e il ritmo del cuore nel petto.

Noi siamo suoi, a caro prezzo, come rimanere immobili?

Come non restituire e narrare di quanto ci ha resi uomini?