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Papa: in Terra Santa, quando le critiche nascono dalla paura

As Safir, un quotidiano libanese filosiriano - quindi vicino agli estremisti di HezBollah e Hamas - ha scritto che l'autorità morale del Papa "non ha un'influenza né un pubblico nell'Oriente arabo, tali da lasciare tracce capaci di incidere sul cambiamento"; un esponente di Hamas lo ha accusato di non aver detto cose che invece ha detto; un imam di Nazaret, che voleva costruire una moschea addosso alla basilica della Natività, l'ha definito "non gradito"; gli israeliani più vicini all'opposizione e alla destra ultraortodossa lo hanno attaccato, persino "dimenticando" affermazioni fatte lo stesso giorno. E parte della stampa occidentale ha fatto coro.   Se gli estremisti o chi comunque deve criticarlo per principio lo hanno attaccato, vuol dire che Benedetto XVI qualche risultato lo ha ottenuto: non ci si scaglia contro chi è irrilevante.   Il viaggio del Papa, come egli stesso aveva detto, aveva numerosi obiettivi: pastorali verso i cattolici di questa terra, ecumenici verso le altre confessioni cristiane, interreligiosi con ebrei e musulmani, politici per contribuire alla ripresa del processo di pace in Medio Oriente. E, al di là dei giudizi, è un fatto che Benedetto XVI ha affrontato tutte le questioni dicendo tutto quello che sull'argomento voleva dire, gradito o meno che fosse agli interlocutori. Così agli israeliani ha parlato dei diritti dei palestinesi a un loro Stato e alla libertà di spostamento e di religione, ai palestinesi del diritto degli israeliani a vivere sicuri e del rifiuto da opporre al terrorismo.
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