Rassegna stampa etica

Il progetto di Legge Zan: una legge viziata dall’ideologia

no discriminazione no ddl zan
La domanda

Per quali motivi il progetto di legge Zan non dovrebbe essere approvato?

Va premesso che la legge italiana tutela già chiunque, cittadino o straniero, da qualunque fatto illecito (penalmente rilevante, o meno, che sia) possa ledere o mettere in pericolo la sua incolumità, i suoi diritti assoluti e relativi e persino i suoi interessi, garantendo il ricorso all'autorità giudiziaria in ogni sede adatta a fare giustizia.

Ciò detto, i motivi per opporsi al p.d.l. Zan sono molteplici, ma è possibile identificarne tre, che appaiono maggiormente rilevanti, sotto il profilo giuridico e antropologico, perché ne deriva una assoluta indeterminatezza della fattispecie, che rende evidente la matrice ideologica e strumentale del progetto di Legge, identificato col nome del suo promotore principale, il Deputato Alessandro Zan.

Si è quindi scelto di trattare ed analizzare i seguenti punti:

1) Mancanza di tassatività della definizione di "discriminazione" ai fini della punibilità di una condotta e della norma penale in genere.

2) Contraddittorietà ed aleatorietà del riconoscimento dell'identità di genere come categoria protetta, esplicitamente disancorata dalla normativa sul cambiamento di sesso.

3) Limitazione alle libertà di espressione, di opinione e di religione.

Analisi giuridica

1) Mancanza di tassatività della definizione di "discriminazione" ai fini della punibilità di una condotta.

Apparentemente si tratta di un falso problema: il progetto di legge non introduce una nuova fattispecie di reato, ma amplia l'applicabilità di due norme penali già esistenti (l'art. 604 bis e l'art. 604 ter c.p. derivati dalla Legge Mancino) ad ipotesi di reato commesse in danno di categorie di persone ulteriori, rispetto a quelle già previste come vittime di tali reati.

In realtà, però, questo vizio è già esistente nella formulazione originaria e risulterà notevolmente ampliato con le aggiunte del p.d.l. Zan, come in prosieguo si vedrà.

È opportuno iniziare con la lettura del testo vigente, su cui si innesta il p.d.l. Zan. La legge Mancino, confluita nel codice penale, prevede infatti una fattispecie di reato e una aggravante e si analizza prima quest'ultima.

L'art. 604 ter c.p. prevede l'aggravante specifica che comporta l'aumento della pena nei reati (diversi dai fatti di discriminazione) "commessi per finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso".

Il p.d.l. Zan aggiunge: "oppure per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere o sulla disabilità".

Va prima di tutto evidenziato come la norma originaria contempli l'ipotesi della "finalità di discriminazione", cioè prescriva l'aggiunta di un dolo specifico al diverso reato, mentre invece il p.d.l. Zan parla di "motivi fondati su" caratteristiche della persona vittima del reato e omette la finalità discriminatoria. Dunque non si tratta di indagare il fine del reato (perciò il dolo rimane generico), ma quale sia la sua origine, cioè perché è stato compiuto, e si richiede di dimostrare che l'agente era motivato dalle suddette caratteristiche della sua vittima, anche senza una volontà di discriminazione da parte sua.

Appare di tutta evidenza che il fulcro della norma risiede nel dimostrare che i "motivi" dell'agente sono "fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere o sulla disabilità ".

Ed escludendo il caso che un omicida si scagli contro una persona di sesso opposto gridando "sei donna/omosessuale/trans/genderqualcosa/disabile e per questo io ti uccido!", altrettanto evidente appare come, nella pratica, sarà la vittima stessa ad attribuire la motivazione all'agente, sulla base della propria impressione, che non può certo considerarsi di natura oggettiva, anche se ne verrà sostenuta l'oggettività per l'appartenenza della vittima alla categoria protetta.

La formulazione della norma, si può ritenere, cela dunque il tentativo di introdurre una responsabilità oggettiva, che inasprisca la pena, derivante da una caratteristica personale che è, invece, in realtà potenzialmente indefinita come si vedrà infra.

Passando alla fattispecie di reato vera e propria, le considerazioni non sono meno preoccupanti.

L'art. 604 bis c.p. punisce (salvo che costituisca più grave reato) chi "istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi".

Il p.d.l. Zan aggiunge, subito dopo, le seguenti parole: "oppure fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere o sulla disabilità".

La condotta originaria, consiste nella istigazione a compiere e nel commettere "atti di discriminazione".

Ma è d'obbligo domandarsi in che cosa consistano tali azioni discriminatorie e come distinguere le discriminazioni lecite (a volte addirittura doverose), da quelle punibili perché illegittime.

Un principio inderogabile del diritto penale è infatti quello della "tassatività", o "determinatezza", della fattispecie penale, per il quale la norma penale deve individuare gli estremi del fatto-reato in essa contenuti in modo che si possa comprendere con precisione ciò che è lecito e ciò che è vietato.

È una condizione indispensabile, affinché la norma penale possa efficacemente fungere da guida del comportamento del cittadino, in quanto la norma stessa non potrebbe essere osservata se il destinatario non avesse la possibilità di conoscere con sufficiente chiarezza il suo contenuto.

Invero, se "ignorantia legis non excusat" (art. 5 c.p.), laddove l'impossibilità di riconoscere una condotta come vietata derivi dalla formulazione stessa della norma sanzionatoria, non può darsi condanna (Corte cost. 364/1988).

Nel caso di specie, la "discriminazione" è un concetto che appare privo di contorni definiti e precisi, perché si presta ad essere interpretata in maniera soggettiva e dipendente dall'ambito giuridico di applicazione.

Non è un caso se il prof. Giovanni Fiandaca (tra i più autorevoli interpreti del Diritto Penale in Italia), in una intervista a Il Foglio (https://www.ilfoglio.it/giustizia/2021/05/17/news/cosa-non-va-nel-p.d.l.-zan-2407806/), ha affermato che "la dottrina giuridica mette in evidenza come il concetto di discriminazione assuma significati e declinazioni differenti a seconda dello specifico campo di materia che viene in rilievo. Questa genericità e polivalenza della relativa nozione solleva un problema di compatibilità col principio costituzionale di sufficiente determinatezza della fattispecie incriminatrice, essendo in definitiva demandato dal legislatore al giudice il compito di stabilire in concreto quando un certo atto sia qualificabile discriminatorio".

Come affermato dal Centro Studi Livatino, infatti, la stessa relazione di presentazione del progetto di legge rivela l'inconsistenza e l'indeterminatezza della fattispecie, laddove parla di "dimensione multipla o intersezionale della discriminazione e della violenza (quella che, cioè, investe diversi aspetti della personalità allo stesso tempo: ad esempio, una donna lesbica può subire discriminazione o violenza in quanto donna e in quanto lesbica, o viceversa)”, lasciando l'interprete a domandarsi che cosa voglia dire.

Va rilevato, inoltre, come il concetto di discriminazione, nell'ambito di applicazione della norma penale, non sia assoluto ed a sé stante, ma debba essere considerato sempre in unione ad una qualità categorizzante la vittima, in contrapposizione all'agente che compie l'atto di discriminazione. La rilevanza di tale caratteristica della vittima rispetto all'agente è quella che rende esistente la discriminazione e punibile la condotta.

Ma, rimanendo nel solco della necessità di conoscibilità della condotta punibile, appare evidente come razza, etnia, nazionalità, appartenenza religiosa, sesso, genere, orientamento sessuale, identità di genere e disabilità siano caratteristiche della persona non sempre evidenti ictu oculi, conoscibili e conosciute.

A ciò si aggiunge l'evidenza che la stessa "vittima" di una potenziale discriminazione può avere una maggiore o minore sensibilità e addirittura un differente concetto di ciò che considera discriminante per sé stesso, rispetto ad altre persone nella medesima situazione, rendendo del tutto soggettiva, e dipendente dal sentire personale della presunta vittima, l'esistenza del reato.

Un esempio, assurdo, ma non impossibile: a seconda del proprio sentire, una donna può gradire un comportamento "cavalleresco" da parte dell'accompagnatore (ad esempio l'aprire lo sportello dell'auto per farla salire o scendere), ma un'altra potrebbe ritenerlo offensivo e discriminatorio, perché retaggio di stampo patriarcale. La prima ne sarebbe lusingata, la seconda potrebbe sentirsi discriminata per il proprio sesso e decidere di denunciarlo come reato.

Pensiamo veramente che si debba lasciare al buon senso della giustizia la decisione sulla rilevanza penale di una condotta simile?

Non basta.

Il disegno di legge all'art. 1 fornisce la definizione non già del concetto di discriminazione, ma delle "categorie" che ad essa si accompagnano, per stabilirne l'esistenza.

Si legge dunque in detto articolo:

"Ai fini della presente legge:

a) per sesso si intende il sesso biologico o anagrafico;

b) per genere si intende qualunque manifestazione esteriore di una persona che sia conforme o contrastante con le aspettative sociali connesse al sesso;

c) per orientamento sessuale si intende l’attrazione sessuale o affettiva nei confronti di persone di sesso opposto, dello stesso sesso, o di entrambi i sessi;

d) per identità di genere si intende l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione."

A dire il vero, che cosa sia il "genere", sulla base di tale definizione, rimane assolutamente oscuro, a fini giuridici: che cosa debba intendersi per "manifestazione esteriore di una persona" è concetto totalmente lasciato all'interprete, così come vago e privo di definizione risulta il significato sostanziale delle "aspettative sociali connesse al sesso".

È infatti sufficiente pensare alla moda che da decenni contempla i pantaloni anche per le donne, ma ultimamente propone anche per gli uomini l'uso delle gonne, il trucco, gli smalti per le unghie e i gioielli, per comprendere il rischio di incorrere in errori sull'interpretazione del genere di un interlocutore.

Non è, infatti, assolutamente certo (e nemmeno probabile) che l'utilizzo di abbigliamento e ornamenti di stampo femminile da parte di un maschio sia conseguenza di un suo desiderio di essere femmina, o di un orientamento sessuale di un certo tipo: a dire il vero, anzi, una conclusione di tal fatta rappresenterebbe ex se una forma di discriminazione inaccettabile, derivata da un pregiudizio inammissibile. Nonché la dimostrazione del corto circuito in cui si sta accartocciando il pensiero gender.

Vi è ancora da considerare l'assoluta vaghezza della normativa in relazione alle discriminazioni collegate all'identità di genere, come (in)definita dall'art. 1, ma, pur continuando a trattarne in relazione alla sua indeterminatezza, sfociamo nel secondo argomento, per cui apriamo il secondo capitolo ed approfondiamo la questione per quanto possibile.

2) Contraddittorietà ed aleatorietà del riconoscimento dell'identità di genere come categoria protetta, esplicitamente disancorata dalla normativa sul cambiamento di sesso.

Un'altra delle categorizzazioni previste dal disegno di legge, per definire discriminante un comportamento, è quella dell'identità di genere, della quale dà la seguente definizione: "per identità di genere si intende l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione".

La legge italiana riconosce l'esistenza di due sessi e (L. 164/1982 e D. L. 150/2011) prevede la possibilità di transizione dal sesso di nascita a quello opposto, cui consegue la modifica anagrafica del sesso attribuito e del nome proprio per adattarlo al nuovo sesso assunto con la transizione. L'intervento chirurgico non è necessario al fine della rettificazione anagrafica, ma per il riconoscimento della transizione sessuale (anche secondo la giurisprudenza: Cass. 15138/2015 e Corte Cost. 221/2015) non si può prescindere da un rigoroso accertamento giudiziale delle modalità attraverso le quali il cambiamento è avvenuto e del suo carattere definitivo.

Ciò significa che per la legge italiana non è sufficiente una dichiarazione della persona circa la propria identità di genere, ma è necessario l'accertamento giudiziale dell'effettiva esecuzione di un percorso volto alla modificazione permanente delle proprie caratteristiche sessuali, al fine di riconoscere la nuova identità sessuale del soggetto.

È inoltre chiaro come non siano riconosciute altre tipologie di identità di genere diverse dal femminile e maschile.

Quanto sopra è stato più di recente fortemente confermato dalla Corte Costituzionale con la sentenza 180/2017, la quale così conclude la propria disamina: "Alla luce dei principi affermati nella sentenza n. 221 del 2015, va ribadito che l’interpretazione costituzionalmente adeguata della legge n. 164 del 1982 consente di escludere il requisito dell’intervento chirurgico di normoconformazione. E tuttavia ciò non esclude affatto, ma anzi avvalora, la necessità di un accertamento rigoroso non solo della serietà e univocità dell’intento, ma anche dell’intervenuta oggettiva transizione dell’identità di genere, emersa nel percorso seguito dalla persona interessata; percorso che corrobora e rafforza l’intento così manifestato. Pertanto, in linea di continuità con i principi di cui alla richiamata sentenza, va escluso che il solo elemento volontaristico possa rivestire prioritario o esclusivo rilievo ai fini dell’accertamento della transizione.

In coerenza con quanto affermato nella sentenza richiamata, va ancora una volta rilevato come l’aspirazione del singolo alla corrispondenza del sesso attribuitogli nei registri anagrafici, al momento della nascita, con quello soggettivamente percepito e vissuto costituisca senz’altro espressione del diritto al riconoscimento dell’identità di genere. Nel sistema della legge n. 164 del 1982, ciò si realizza attraverso un procedimento giudiziale che garantisce, al contempo, sia il diritto del singolo individuo, sia quelle esigenze di certezza delle relazioni giuridiche, sulle quali si fonda il rilievo dei registri anagrafici.

Il ragionevole punto di equilibrio tra le molteplici istanze di garanzia è stato, infatti, individuato affidando al giudice, nella valutazione delle insopprimibili peculiarità di ciascun individuo, il compito di accertare la natura e l’entità delle intervenute modificazioni dei caratteri sessuali, che concorrono a determinare l’identità personale e di genere." (Corte Cost. 20/06/2017 n. 180).

Va annotato in particolare che il fatto che la decisione utilizzi la parola "genere" al posto della parola "sesso" non implica il riconoscimento di alternative al maschile e al femminile: la legge di cui tratta prevede la rettifica del sesso attribuito alla nascita da femminile a maschile o viceversa e non altro. L'uso della definizione "genere" è mutuato dalla letteratura scientifica che fa riferimento alla "disforia di genere" per definire il disagio di chi si senta del sesso opposto a quello genetico.

Appare, invece, evidente come la proposta di legge Zan pretenda di svincolare dalla suddetta previsione legale l'affermazione della propria identità di genere da parte di eventuali soggetti che si ritengano discriminati in tale specifica qualità personale.

In tal modo, si rende la fattispecie del tutto aleatoria e disancorata dalla possibilità di qualunque tipo di controllo da parte anche della magistratura. Al punto che qualcuno potrebbe addirittura approfittarne per inventarsi una millantata identità di genere, al solo fine di elevare accuse contro un proprio nemico.

A ciò si aggiunga anche il fatto che, prevedendo la normativa in fieri sia il concetto di sesso, sia quello di genere e sia quello di identità di genere in maniera palesemente priva di contorni definiti e definibili, non è escluso che la presunta vittima affermi sé stessa attribuendosi una identità di genere sconosciuta alla legge italiana e non riconoscibile, oltre che, probabilmente, non conoscibile agli ignari terzi.

In sostanza, tali definizioni intendono introdurre e di fatto introducono, attraverso la legge penale, ed è questo l’absurdum, un esplicito riconoscimento legislativo ad una fattispecie, l'auto-attribuzione di una identità di genere, in ipotesi anche diversa dal femminile e dal maschile e svincolata dal riconoscimento giudiziario, anche postumo, della stessa, che presenta caratteristiche di assoluta incertezza giuridica e di fatto tali da impedire al cittadino di conoscerne in anticipo addirittura l'esistenza.

Incertezza che non solo investe la natura della identità dichiarata, ma persino la stabilità nel tempo della stessa, visto che esplicitamente prescinde dal riconoscimento giudiziale della modificazione dei caratteri sessuali, riconoscimento che, nella rettificazione sessuale, ha proprio il precipuo scopo di valutare ed accertare, anche e soprattutto, la stabilità della transizione nel tempo.

Il vero problema di tale disegno di legge, al di là di eventuali nobili intenzioni, è quindi quello di veicolare un pericoloso scavalcamento dell’art. 3 Costituzione.

Come ricorda il prof. Tullio Padovani: «L’articolo 3 della Costituzione, stella polare su cui è impostata la sezione del Cp – "dei delitti contro l’eguaglianza" - in cui sono inserite le disposizioni integrate dal P.d.l., si limita a sancire sobriamente l’eguaglianza davanti alla legge "senza distinzione di sesso". La domanda che allora si pone è: sono o non sono, le variegate scansioni dell’articolo 1 del P.d.l., ricomprese nell’ambito del concetto di "sesso" assunto dall’articolo 3 della Costituzione? Alla lettera no, perché l’articolo 1, lett. a, del P.d.l. detta una definizione di "sesso" secondo cui per tale si intende "il sesso biologico o anagrafico". Dunque, l’accezione costituzionale di "sesso" escluderebbe il "genere", l’"orientamento sessuale" e la "identità di genere". Un bel pasticcio, perché questo implicherebbe che il P.d.l. abbia esteso, autonomamente, la tutela dell’uguaglianza in ambiti non coperti dalla garanzia costituzionale.».

Ma il professor Padovani si spinge anche oltre e aggiunge che la neutralità di cui sono ammantate le definizioni in oggetto, è una pessima modalità legislativa perché «Il diritto penale, soprattutto, affronta la materia sessuale in una dimensione drasticamente valutativa, segnata dalle polarità lecito/illecito» e chiosa: «la pedofilia rappresenta un tipo “particolare” di orientamento sessuale, come, all’inverso, la gerontofilia, con la differenza che le manifestazioni dell’una sono represse, mentre quella dell’altra sono perfettamente lecite. Un comitato di genitori contro l’assunzione di un maestro dai trascorsi pedofili, ricadrebbe sotto i rigori dell’articolo 604-bis? Apparentemente sì. Con piena rassicurazione? Probabilmente no». (Tullio Padovani, ordinario di Diritto Penale alla Scuola Superiore di Pisa, sul settimanale Guida al Diritto de IlSole24Ore, editoriale del 5 dicembre 2020).

Un esempio eclatante delle conseguenze derivanti da una legislazione di tal fatta, si sono già verificate in Gran Bretagna, dove un aggressore sessuale, si sarebbe dichiarato trans verso il sesso femminile, pretendendo di essere ristretto in un carcere femminile e di vedere derubricato il fatto di reato da "violenza sessuale" ad "aggressione", con la conseguenza di rischiare una pena decisamente più bassa e di godere del privilegio di una detenzione di suo maggior gradimento (anche per la possibilità di dilettarsi ad aggredire le compagne di cella…):

https://www.ilmessaggero.it/mondo/gran_bretagna_violenza_trasgender-4032659.html.

Si aggiunga che anche la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, come la Costituzione, all'art. 2, stabilisce che "Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione" escludendo dunque qualunque riferimento a concetti differenti o confliggenti con il "sesso", come il genere e l'identità di genere, nominati invece dal p.d.l. Zan.

E lo stesso deve affermarsi relativamente all'art. Articolo 14 della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali in cui si legge: "Il godimento dei diritti e delle libertà riconosciuti nella presente Convenzione deve essere assicurato senza nessuna discriminazione, in particolare quelle fondate sul sesso, la razza, il colore, la lingua, la religione, le opinioni politiche o di altro genere, l'origine nazionale o sociale, l'appartenenza a una minoranza nazionale, la ricchezza, la nascita o ogni altra condizione".

Può, dunque, una legge che amplia il Codice Penale introdurre surrettiziamente una visione antropologica estranea al Codice Penale, alla carta Costituzionale, alla D.U.D.U. ed alla Convenzione Europea?

Ma, soprattutto, era, ed è, necessario introdurre categorie su categorie, distinzioni su distinzioni, al solo fine di tutelare "la persona"? Perché, bisogna ammetterlo, di questo si sta discutendo, di tutela dell'essere umano in quanto persona. E dunque di chi già gode di ogni diritto e tutela da parte dell'ordinamento italiano.

In pratica, come appare già palese, con l'intento di evitare discriminazioni, si finisce per introdurre ulteriori discriminazioni ex lege, che si rivelano in sé stesse fonte di violazione di molteplici diritti della persona, dalla privacy, all'identità, alla libertà di espressione, che passa anche per l'aspetto esteriore che si sceglie di darsi e che finisce per divenire una bandiera, peraltro non univocamente interpretabile dagli interlocutori.

Last but not least, ci si domanda, quid iuris in caso di conflitti insorgenti tra soggetti aventi tutti le caratteristiche per invocare la violazione del divieto di non discriminazione? A chi andrà garantita tutela, tra soggetti che si accusano a vicenda di discriminazione? Come, e perché, scegliere tra l'uno e l'altro?

L'esempio più eclatante di questo evidente conflitto intrinseco è già sotto gli occhi di tutti: uomini transessuali che si ritengono donne e gareggiano nella categoria femminile, vincendo a mani basse in ogni disciplina sportiva. Il tutto ancor prima, e senza, aver necessariamente compiuto un percorso di transizione definitivo, ma solo sulla base dell'autoaffermazione di appartenere al genere femminile, accompagnata solamente dal dosaggio ormonale, eseguito a campione nell'arco di un anno.

Chi potrebbe stabilire se sia più grave discriminazione negare ai trans di gareggiare nella categoria femminile o costringere le donne a subire avversarie che sono biologicamente nati maschi e, per quanto imbottiti di estrogeni, presentano una struttura fisica formata e cresciuta e il più delle volte anche allenata a lungo, quando era ancora pienamente maschile, e quindi con caratteristiche di evidente ed innegabile maggiore potenza? Quale delle due categorizzazioni, sesso di nascita o genere di transizione, merita maggiore tutela per non essere discriminata?

Se consideriamo che la distinzione tra uomini e donne nello sport (esattamente come le diverse categorie di peso nel pugilato, o le gare paraolimpiche) è nata al fine di garantire un equilibrio tra i concorrenti, appare evidente che si sta rinnegando tutto il pregresso progresso nella tutela contro le discriminazioni, permettendo un vantaggio indiscutibile sulla base di una mera volontà individuale e finendo per discriminare più di prima chi ha duramente lottato per gareggiare alla pari con altri gli concorrenti.

Si rivela così, in tutta la sua assurdità, l'inganno della pretesa di scardinare la fattispecie di reato dal dato oggettivo, peraltro corrispondente alla generale pretesa di piegare la realtà alla volontà umana, senza considerarne i limiti, che si verifica in molti altri ambiti sociali, sanitari, giuridici e bioetici.

3) Limitazione alle libertà di espressione e di opinione

L'ultimo aspetto da trattare, avendo scelto di limitare questo intervento al minimo indispensabile sufficiente alla comprensione del testo al di là degli slogan, è quello della limitazione alla libertà di espressione e di opinione.

Si sostiene che l'art. 4 del p.d.l. Zan dimostrerebbe l'innocuità della normativa penale, laddove, sotto la rubrica "Pluralismo delle idee e libertà delle scelte", statuisce che "Ai fini della presente legge, sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti".

Peccato che normalmente, nel dibattito venga citata solo la prima parte, evitando di richiamare l'ultima frase: "purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti".

Premesso che ancora, mi risulta, sia la Carta costituzionale, sia i trattati internazionali (Dichiarazione dei diritti umani e Carta europea), tutelano la libertà di espressione, di coscienza e di opinione, l'articolo appare assolutamente pleonastico.

Ci si domanda, quindi, per quale motivo inserirlo. E la risposta è proprio in quell'ultima, insidiosa, frasetta. Che rimette sotto la ghigliottina della sanzione qualunque espressione giudicata "idonea a determinare il concreto pericolo di atti discriminatori".

Ovviamente, infatti, sulla sanzionabilità dell'espressione idonea a determinare il concreto pericolo del compimento di atti violenti non si discute nemmeno, perché è di tutta evidenza che non può essere tutelata la libertà di incitare alla violenza.

In primo luogo è palese, agli occhi del giurista, l'uso della disgiuntiva "o" tra i due aggettivi "discriminatori" o "violenti" che identifica l'esistenza di due diverse eccezioni alla libertà costituzionale, mentre al profano appare invece solo sacrosanto il fatto che la libertà di espressione non possa essere garantita se atta a suscitare violenza.

Lo scopo dell'art. 4 del p.d.l. va dunque identificato nella restrizione specifica del diritto costituzionale alla libertà di espressione della propria opinione nel caso in cui tale opinione sia idonea "a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori ".

Ma (e qui casca l'asino), in assenza di una definizione legislativa che tratteggi i limiti degli atti discriminatori penalmente rilevanti, appare in tutta la sua evidenza la possibilità di ricomprendervi anche affermazioni del tutto innocue, o palesi, oppure scontate, sol che vengano percepite come "discriminatorie" e foriere di possibili atti discriminatori, sulla base della mera percezione di chi si sente leso a causa della propria condizione, rientrante fra quelle definite dall'art. 1 di cui sopra si è discusso.

Peraltro, particolarmente rilevante appare la previsione nei confronti della libertà di religione e di coscienza.

Quid iuris se due uomini dovessero pretendere di celebrare in Chiesa il matrimonio (rectius l'unione civile) e venisse loro negato? Si può ritenere che il prete verrebbe tratto in arresto, com'è accaduto a un pastore a Londra, per il solo fatto di leggere la Bibbia? (https://www.dailymail.co.uk/news/article-9521123/Moment-police-arrest-elderly-preacher-71-street-quoting-homophobic-statements-Bible.html).

Già oggi, infatti, le polemiche infuriano per l'emissione della nota da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede che nega la legittimità di benedizioni impartite alle coppie omosessuali

(https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/03/22/il-vaticano-non-riconosce-dignita-civile-ai-gay-cosi-si-favorisce-la-violenza/6141313/ )

E se un trans pretendesse di diventare suora e gli fosse negato? Anche questa ipotesi fa non poco discutere (https://espresso.repubblica.it/internazionale/2014/07/16/news/tina-pesando-la-trans-che-vuole-farsi-suora-).

O, ancora, se una donna pretendesse di entrare in un seminario cattolico per divenire prete?

È di tutta evidenza che, se il p.d.l. Zan divenisse legge, anche la mera espressione generale di dinieghi su tali istanze (come nella Nota della Congregazione della Fede), in adesione alla Dottrina cattolica, rientrerebbe a pieno titolo nella punibilità, perché atta a determinare il concreto pericolo di atti discriminatori. Tali sono infatti ritenute, dai paladini antidiscriminazione, le adesioni alla Nota surrichiamata da parte dei preti appartenenti alla Chiesa Cattolica che rifiutino la benedizione della coppia composta da persone dello stesso sesso. Sarebbe dunque punibile chiunque esprimesse il medesimo pensiero, pur trattandosi, addirittura, di esercizio della libertà religiosa, oltre che di libertà di opinione e di espressione del proprio pensiero.

E non ci si dovrebbe stupire se ciò accadesse, perché già voci "autorevoli" si sono espresse, affermando che la libertà religiosa non può provocare discriminazione nei confronti di donne e LGBT, ma deve cedere loro il passo. Si tratta del "Rapporto sulla libertà di religione o di credo e sull'uguaglianza di genere" Pubblicato il 27 febbraio 2020, dal Relatore speciale sulla libertà di religione dell'ONU, presentato alla 43° sessione del Consiglio dei diritti umani il 2 e 3 marzo 2020, a Ginevra (https://undocs.org/A/HRC/43/48), dove la complementarità della religione è affermata in maniera esplicita non solamente in relazione ad ipotesi (come l'infibulazione, o le condanne corporali per omoerotismo) in cui la religione sfocia nella violenza, ma anche in relazione ad ipotesi come il divieto del sacerdozio femminile ecc.

Ora, appare evidente che le violenze giustificate dalla religione, come la pena di morte o le punizioni corporali per gli “omosessuali[1] (in vigore in molti stati musulmani), non hanno diritto di cittadinanza nel mondo.

Ma altrettanto evidente appare che non sia ammissibile, ad esempio, imporre il sacerdozio femminile alla Chiesa cattolica, sulla base di una presunta discriminazione della donna per il diniego all'accesso al presbiterato, come invece vorrebbe il documento dell'ONU.

Eppure, con una legge come quella in discussione, verrebbe punito chi provasse a negare l'accesso al sacerdozio a donne e trans.

L'altra faccia della medaglia di una legge del genere, sarebbe l'inasprirsi dei conflitti, già esistenti, nei confronti di coloro che vogliano rinnegare l'appartenenza alla comunità LGBT.

Già oggi chi rinneghi il proprio, cosiddetto, orientamento sessuale nei confronti di persone del medesimo sesso, e cerchi di uscire dal disagio che prova a causa di esso, così come il transessuale pentito che torna al proprio sesso di nascita, viene stigmatizzato, bullizzato, allontanato e schernito, oltre ad essere impedito nell'espressione delle proprie idee in argomento. Al punto che si è giunti a vietare, di fatto, ogni terapia psicologica che possa aiutare chi manifesti tale desiderio e sono stati addirittura presentati disegni di legge a tal fine (http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/17/DDLPRES/0/982593/index.html?part=ddlpres_ddlpres1).

Lo stesso peraltro accade nei confronti di persone come Platinette (al secolo Mauro Coluzzi: https://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/platinette-vengo-definito-gay-omofobo-ora-sono-etero-i-veri-1942848.html) che osano criticare la vulgata vittimistica e dichiararsi contrari alle adozioni da parte dei gay e all'utero in affitto, pur essendo dichiaratamente attratti da persone dello stesso e vivendo pubblicamente la propria vita sessuale secondo tale attrazione.

Una guerra ad "armi" pari, perché combattuta da soggetti appartenenti alla medesima "categoria" tutelata dal p.d.l. Zan, sicuramente cruenta e di difficile risoluzione.

In caso di denuncia per aver espresso idee atte a determinare il concreto pericolo del compimento di "atti discriminatori" nei confronti di un uomo attratto dagli uomini contrario ai presunti diritti LGBT, a chi dovrebbe dare ragione un giudice? Dove sarebbe la "discriminazione" se i due contendenti appartengono alla medesima categoria sociale e chi afferma la propria contrarietà a qualcosa, lo nega anche per sé stesso?

Si potrebbe giungere a definire discriminatoria, e dunque punibile, la medesima condotta, quando agita da un soggetto non appartenente alla comunità LGBT, e invece non discriminatoria se agita da un soggetto LGBT?

Il cortocircuito è servito e la Costituzione ringrazia.



Alcuni argomenti difficili

Come evidenziato dal secondo punto che abbiamo inizialmente indicato vi è una contraddittorietà ed aleatorietà del riconoscimento dell'identità di genere come categoria protetta, esplicitamente disancorata dalla normativa sul cambiamento di sesso.

Questo perché, per la nostra normativa, a partire dal dato costituzionale, non esiste indeterminatezza dal punto di vista sessuale, ma i sessi riconosciuti sono due: Maschio e Femmina, questo sia in ordine al Diritto naturale su cui si fonda la nostra Costituzione, sia in ordine alla logica che informa tutta la legislazione nazionale.

Nella mens dei padri costituenti, così come in quella dei Giudici della Consulta, non risulta alcuna naturalizzazione della omo-tensione, né della transizione sessuale.

La riassegnazione sessuale, ove riconosciuta dalla normativa per casi severi e gravi (Cass. 15138/2015 e Corte Cost. 221/2015), viene autorizzata in ordine alle due polarità, maschile e femminile e non è rintracciabile alcuna liquidità, né alcun arbitrario soggettivo.

Pertanto proprio l’art.1 del DdL Zan si presenta fortemente incostituzionale sotto questo punto di vista, in quanto contraddittorio rispetto al riconoscimento costituzionale riferibile esclusivamente ai due sessi, maschile e femminile, e non ad altre fattispecie in contrasto con gli stessi.

Non solo.

Tale decreto legge è stato pensato e pubblicizzato all'opinione pubblica per introdurre il reato di omotransfobia. Tuttavia tale termine non ricorre nel progetto di legge se non all’art. 7. Eppure questo viene veicolato alla mens popolare nelle intenzionalità pubbliche dei redattori di questo disegno di legge. Proprio qui tuttavia si nota una forte aleatorietà del termine.

Inoltre, a differenza del reato di razzismo, le norme “sull’omofobia” non troverebbero operatività rispetto al reato di propaganda, bensì solo all’istigazione a commettere discriminazione o violenza.

Affrontiamo, pur brevemente, una riflessione sul termine “omofobia” per comprendere come, anche in area cattolica, si faccia una grande confusione etimologica ed antropologica dando per scontato un termine che di fatto è costruzione ideologica di neo-linguaggio. Non è certo il caso della CEI per cui il progetto di legge non è necessario e, così come è, non utile (vd link). Piuttosto tale mens confusa e confondente è di qualche “progressista senza senno” che invece di fare il suo mestiere di riflettere sulla realtà si accoda a rinforzare le manipolazioni fatte dall’agenda (strutturatissima) del politically correct (si pensi ad esempio al Direttore di Aggiornamento Sociali – link).

Il politically correct ha questo dalla sua:

-       l’incapacità tutta manichea dell’uomo di andare a fondo ed oscillare tra gli opposti. O livellare tutto in una sorta di para-realtà dolciastra oppure, in maniera opposta, dividere comodamente in fazioni,

-       la semplificazione di problemi complessi che vanno affrontati con chiavi profonde e non con scientismo positivista,

-       trasformare in mercato tutto ciò che è possibile e per questo occorrono lobby fortemente coese che creino fazioni e alimentino, manipolando, vere e proprie ideologie. Non importa quanto disumane. Il mercato dirige i giochi del pensiero e dell’umano.

Nel sentire comune tale termine viene definito come una paura irrazionale della omosessualità. La Treccani ricorda:

Secondo la Risoluzione del Parlamento europeo sull’omofobia in Europa (2006), «l’omofobia si manifesta nella sfera pubblica e privata sotto forme diverse, quali discorsi intrisi di odio e istigazioni alla discriminazione, dileggio, violenza verbale, psicologica e fisica, persecuzioni e omicidio, discriminazioni in violazione del principio di uguaglianza, limitazioni arbitrarie e irragionevoli dei diritti, spesso giustificate con motivi di ordine pubblico, libertà religiosa e diritto all’obiezione di coscienza». Sono stati anche ampiamente studiati gli aspetti psicologici profondi che stanno alla base di tale timore anche nelle persone omosessuali; si parla quindi di o. interiorizzata per indicare l’accettazione conscia o inconscia da parte di gay e lesbiche di tutti i pregiudizi, le etichette negative e gli atteggiamenti discriminatori, di cui essi stessi sono vittime.

Sulla paura dell’omosessualità si tratta in maniera articolata già oltre vent’anni fa sul saggio “Omosessualità e Bibbia”, citato anche da Wikipedia.

La paura non sempre è negativa. Anzi è istinto primario di protezione che, a differenza della paura irrazionale e del terrore, non paralizza l’essere umano ma è intrinseca alla dimensione della conoscenza e del rispetto di sé. La paura, come sentimento sano e cosciente, punta alla crescita cognitiva e a proteggerci. Dunque perché dare valore morale alla paura della omo-tensione sessuale? E perché creare costrutti abusivi come “omofobia interiorizzata”, che non hanno alcuna valenza se non prettamente ideologica? Semplicemente perché alcuni considerano tale tensione come una variante “naturale” della sessualità, quando invece, per sostanza propria, al di là dell’esperienzialità, tale tensione è comunque non naturale nella dimensione sessuale.

La dimensione sessuale in ambito metafisico, antropologico e morale è legata a due aspetti ineludibili, cioè la relazione comunionale e la procreazione, non considerare questi due aspetti primigeni ed intercomunicanti si incorre in un danno grave alla persona. Questo è il significato incontrovertibile della sessualità. Tale significato non è mutuabile a mode o a “sentire” e desideri di contesto storico. Ogni epoca storica che ha visto la tirannia dei desideri, ad esempio, deformando questo significato della sessualità, ha prodotto delle gravi distonie umane e sociali. Perché ha negato la natura della sessualità, cioè la sua finalità e ha sottomesso sia la ragione che la volontà a specifici desideri. In tal modo ha mortificato, nel contempo, l’anelito trascendente che è alla base del desiderio.

Chi è schiavo del desiderio non vuole vedere che quello. Il problema non è solo il “desiderio”, il quale può essere corrotto, malato o sano. Il problema è la dittatura, cioè il dominio dispotico che rende la volontà e la ragione asservite a tale desiderio. L’uomo che segue la dittatura del desiderio è come uno schiavo incatenato mani e piedi che urla: “sono libero!” E ama le sue catene perché non ha mai vissuto realmente libero, pur desiderando nell’intimo la felicità e la libertà. La tirannia del desiderio è come un uomo che ha gli occhi chiusi e grida che la luce non esiste perché non vuole aprire gli occhi e vedere, perché questo gli comporterebbe delle scelte, un discernimento, l’uso della ragione e della volontà.

Il desiderio per natura propria è bramare possedendo. Forse l’immagine più plastica che potrebbe aiutarci nella riflessione potrebbe essere quella di un uomo che vuole riempire un secchio bucato cercando continuamente acqua per il suo secchio. La ragione che farebbe vedere i buchi del secchio e la volontà che muoverebbe a riparare il secchio vengono sopite, rimosse o negate e rimane solo l’incessante brama che non è mai sazia e non raggiunge mai il suo obiettivo e la sua finalità. Il risultato è che l’uomo non riempie mai il suo secchio e spreca ragione, volontà e il desiderio stesso in un non-senso interminabile. La dittatura del desiderio o dei desideri ha come effetto lo sbinariamento. Chi pensasse di raggiungere una destinazione con un treno che non avesse né binari né una locomotiva sarebbe preso per folle perché tutti osserverebbero che il treno rimarrebbe fermo. Un po' come un folle che correndo sul posto pensa di aver percorso chilometri, perdendosi il gusto del paesaggio, dell'aria, dei suoni, dei colori e degli odori.

Questo è l’effetto di una tirannia del desiderio, il rimanere privi della conoscenza di sé e dell’altro reale e di cui abbiamo sete, ed è invece un permanere dissociati nell’immaturità perenne e nella paralisi di sé in un sé ridotto a visione dell’ombelico.

Infatti la tensione omo-affettiva che la Persona sperimenta, viene dopo, profondamente dopo, per significato ed essenza al suo essere Persona. La Persona che sperimenta una tensione omo-sessuale, omo-erotica, o che la esercita, proprio perché è “Persona” è intangibile da ogni forma di compromissione in ordine al rispetto, alla dignità e agli autentici diritti e doveri personali. La Persona ha infatti una dignità intrinseca superiore sia ai suoi comportamenti, sia alle sue scelte e tanto più ad eventuali “accidenti”. Qui, su questi fondamenti, nati in seno alla Chiesa Cristiana, dalla riflessione Trinitaria e poi Cristologica, si fonda il concetto di Persona occidentalmente inteso. Non possiamo qui ricordarlo perché prenderebbe un excursus assai significativo in ordine a tempo e spazio, ma non tenerne conto sarebbe fonte di confusione che ci porterebbe alla continua creazione di neo-linguaggi disancorati a ciò che intendiamo per Persona, per Bene Comune e per Diritti e Doveri.

Andando a fondo nel termine omo-fobia occorre proprio dire che la dimensione non naturale della tensione omo-sessuale non ha nulla a che vedere con il comune intendere del significato di malattia o di disagio psicologico. Anche se nutriamo severe riserve su come l’APA prima e poi l’OMS ha rettificato la propria posizione sulla omo-tensione.

Risulta infatti, da certificata documentazione, che tale scelta fu di ordine lobbistico-politico e spinta da una modifica arbitraria sia di linguaggio sia di approccio. La posizione dell’APA e dell’OMS non aveva e non ha proprio nulla di scientifico, ma risente dell’esperienzialità positivistica di approccio e di forzato neo-linguaggio di correnti minoritarie che hanno forzato le affermazioni e l’approccio alla questione dell’omo-affettività. In qualche modo, tale forzatura, è stata anche probabilmente aiutata dal fatto di essersi posta nel solco della tensione alla de-patologizzazione della malattia mentale, che in quegli anni si era imposta in maniera preponderante, a difesa dei pazienti, effettivamente maltrattati e sottoposti a trattamenti inumani e sperimentali, che facevano gridare allo scandalo. Ma questo perché ci si era dimenticati ciò di cui abbiamo parlato, l’essenza intangibile della Persona e la cornice da “accidente” di eventuale patologia o di eventuale tensione.

Praticamente tutti gli studi successivi furono viziati gravemente nella loro presunta scientificità (e vi sono eclatanti ammissioni in tal senso: https://quillette.com/2019/09/17/i-basically-just-made-it-up-confessions-of-a-social-constructionist/).

Questo è il senso autentico, su tale tema, ad esempio, dell’affermazione del Santo Padre: “.. la realtà è superiore all’idea” (Evangelii gaudium, n. 231). L’idea costruita per neo-linguaggio e manipolazione forzata su una sperimentazione omo-affettiva, proprio sulla “pelle” delle Persone che sperimentano questa tensione, ha creato una neo-realtà ideologica che tutto è fuorché autentica e si fonda su un costrutto vittimistico che non supporta le persone che vivono questa omo-tensione e non le protegge da ogni forma di prepotenza, verbale e fisica. A cominciare da quanto asserito dall’APA e dall’OMS poi. Mancando le categorie di approccio sano e metafisico alla omo-affettività ci si è ripiegati ed involuti sulla violenza del linguaggio e politica, nel contempo creando a tavolino una derubricazione che diventasse una scorciatoia su un problema antropologico. E questo, passo dopo passo, crea costume. Ma non quel costume che rispetta un’essenza ma che la violenta dal profondo, appunto, “uno sbaglio della mente umana” (Visita apostolica a Napoli, incontro con i giovani, 21 marzo 2015). E continua il Santo Padre Papa Francesco: “Per esempio, io mi domando, se la cosiddetta teoria del gender non sia anche espressione di una frustrazione e di una rassegnazione, che mira a cancellare la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa.” (Udienza generale del Mercoledì 15 aprile 2015)

La omo-tensione, deve invece essere affrontata esclusivamente dal punto di vista metafisico, per comprenderla e per riconoscere nel contempo l’intangibilità della dignità della Persona con tensione omo-sessuale. A questo ci aveva anche provvidenzialmente preparato il Santo Padre San Giovanni Paolo II con le udienze del Mercoledì sul Genesi. Qui si comprende questa omo-tensione e qui si può aiutare una Persona che vive tale tensione a non mortificare il suo personalissimo percorso di umanizzazione e di umana trascendenza. Sì parliamo di umana trascendenza, perché anch’essa è necessaria per chi, anche accogliendo eventualmente il dono della fede può rispondere compiutamente a quella trascendenza di sé che si trova nell’Altro che garantisce il sé, lo significa e lo compie. Se ne parla esplicando uno stichwort (Gratia supponit naturam et extendit eam) a questo link che prende forma dallo stichwort attribuito a San Tommaso come sintesi di una pars della Summa, Gratia supponit naturam et perfecit eam (Summa Theologiae, I, I, 8 ad 2).

Alla luce della finalità oggettiva e metafisica della sessualità umana la “persona omosessuale” proprio non esiste. Come non esiste in alcun modo “l’omosessualità”. Non esiste la “persona omosessuale” semplicemente perché ciò che esiste è una persona, essere umano, maschio o femmina, che sperimenta o esercita una omo-affettività o una omo-eroticità; che vive, dunque, una omo-tensione. La prepotenza di tale tensione, la forte esperienza personale (ed è questo il punto) non “crea” un terzo polo sessuato e affermare la “naturalità” anche biologica di tale tensione è antropologicamente e scientificamente arbitrario. La sessualità è binaria, relazionale e complementare, ogni altra manifestazione è comunque una deviazione, cioè uno sconvolgimento del significato originario ed intrinseco della sessualità.

Ogni deviazione dal significato originario della sessualità che la perverte è altresì grave e corrotta anche tra persone con etero-tensione. Deviare, in tal senso, specie se fatto coscientemente e lucidamente, non è mai indolore per la Persona ma ne compromette inevitabilmente (qualunque sia la sua tensione, etero o omo) l’integrità del sé di cui la Persona è espressione come unicum. E occorre aggiungere che è profondamente fallace pensare che questo sia più doloroso ed incidente per la donna piuttosto che per l’uomo. Entrambi, a modo proprio, se deviano o pervertono, si dissociano da sé tradendo il loro essere Persona.

Ed infine, a ben vedere, non esiste neanche l’omofobia.

Secondo “Raccontare l’omofobia in Italia” di P. Gusmeroli – L. Trappolin, analisi sociologica vicina alla corrente LGBTI (riportata da “Omofobi per legge?” a cura di A. Mantovano) il 27 giugno 1972, sul New York Times compare un articolo in cui, nel descrivere il processo relativo al pestaggio subito da alcuni attivisti della Gay Activist Alliance, viene riportata per la prima volta la parola “omofobo”, pronunciata da una delle vittime all’indirizzo dei suoi aggressori. Nello stesso anno, G. Weinberg introduce il termine nella comunità scientifica grazie al suo libro Society and the Healthy Homosexual.

La necessità tutta manichea di trovare un termine che risolva queste aggressioni alla Persona dunque è costruzione giornalistica che la comunità LGBTI ha cavalcato immediatamente come slogan per rispondere al bisogno manicheo di semplificare difficoltà complesse e fornire nel contempo una categorizzazione di questi abusi.

Ma il termine è errato sia nell’etimo sia nella semplificazione delle tensioni che la Persona sperimenta in sé affettivamente, come è gravemente lesivo nel non ricondurre la realtà alla realtà. Un abuso alla Persona è un abuso alla Persona indipendentemente dalle intenzionalità di chi attua l’abuso e di chi lo riceve. La categorizzazione ha fatto e fa un pessimo servizio alla Persona con omo-affettività perché la disancora dalla filosofia del Diritto che il termine Persona include e crea delle situazioni in cui certe Persone sono più o meno Persona di altre. È proprio il caso, in questo, del desiderio di forzare il codice Penale per ottenere un avallo di riconoscimento antropologico come fa il Progetto di Legge Zan.

Ad essere rigorosi, se una omo-fobia esiste, come paura o fissazione sulla omo-tensione è propria solo ed esclusivamente delle persone che sperimentano una omo-tensione.

Le persone che hanno una paura irrazionale o esercitano dileggio, violenza o peggio verso le persone con omo-tensione, sono semplicemente ed inescusabilmente e profondamente immature affettivamente e, nel secondo caso, persone violente che esercitano abusi, talvolta gravi e, ripetiamo, inescusabili, su un’altra Persona.

E dunque una legge che punta a categorizzare, o a creare neo-linguaggio antropologico, come ampiamente visto prima nella pars giuridica, è veramente lesivo sia del Bene Comune come lesivo verso ogni Persona e, paradossalmente, ancor più delle Persone con omo-tensione. Queste Persone, fratelli e sorelle amatissimi, vanno rispettati e tutelati in quanto Persone, senza alcun bisogno di aggiungere altro.

Perché, in quanto tali, sono degne di cura massima e di massimo rispetto come ogni Persona. La non discriminazione si inserisce nella specifica metafisica dell’essere Persona. La Persona in quanto tale è un Bene intoccabile, dal concepimento alla morte naturale.

Ma tornando a riflettere sull’esperienza profonda di omo-fobia della persona con tensione omo-sessuale essa si manifesta perché la persona sperimenta in sé medesima che qualcosa non torna con il suo corpo, con la finalità orientata verso il sesso non complementare ma uguale.

È una percezione che precede il dato culturale e anche l'eventuale dato religioso, perché è percezione connaturata alla polarità dialogica dell’essere umano sessuato. La paura, generata da questa intima e profonda inspiegabile frattura, genera una necessaria voglia di “accettazione/identità” legata al bisogno/potenzialità di identità che è costituivo della persona.

Nell’ottica di un percorso sulla Persona di “ecologia integrale” (Laudato si’, 10 e susseguenti) qual è la nostra proposta riflessiva e verificata, il bisogno/potenzialità di identità è stato trattato a lungo nei bisogni fondamentali di carattere psico-spirituale nel percorso sulla Filautia (qui il link diretto). Percorso nato da una lunga esperienza, diretta ed indiretta, nel campo dell’accompagnamento delle Persone anche con omo-tensione, chierici e laici. La sintesi di tali bisogni/potenzialità, dunque, è stata organizzata successivamente dopo una lunga osservazione e raccogliendo dati esperienziali sul percorso nato dall’accompagnamento Spirituale.

Ma tornando a questi bisogni fondamentali, si tratta di bisogni talmente profondi e costituivi della persona, che non sono raggiungibili dall’approccio della psicologia moderna la quale si muove, anche se fosse psicologia del profondo, in ambito più liminale. Alcuni approcci di psicologia moderna, negando l’esistenza della dimensione spirituale, rimangono in superficie per quanto ci si sforzi di andare nel profondo della dimensione inconscia. Non si tocca il “cuore del cuore” dell’umano.

Al contrario, i bisogni fondamentali (bisogno/potenzialità di Identità, di Essere amato e di Amare) sono raggiungibili solo attraverso un lungo cammino di autentico e serio percorso spirituale, umanissimo e nel contempo aperto alla trascendenza che viene da un annuncio (diretto ed indiretto) della Buona Novella, del Vangelo. Un cammino rigoroso che apre nel contempo ad un percorso gioioso e vivificante sia dal punto di vista ecclesiale e dunque sacramentale; sostenuto da elementi razionali robusti e dal supporto delle scienze umane, ove necessario, nell’ambito che è loro proprio.

È infatti l’incontro con la Persona di Cristo, gioioso, vivo e vivificante, che illumina ciò che siamo e ciò che sperimentiamo. Senza questo cammino che culmina in un umanissimo percorso spirituale (e lo precede e che per profondità è più che sponsale), non è possibile illuminare la vocazione umana personale. Senza questo percorso e questa onesta apertura la Persona con omo-tensione viene illusa e rafforzata nelle sue dimensioni innaturali, solipsistiche e narcisistiche e soprattutto non viene aiutata a comprender-si vocazionalmente e, finalmente, a sconfiggere la profonda omo-fobia.

Non è dunque qualcosa di indotto esternamente da una cultura, presunta “omofobica” né da un credo religioso, ma una proposta di risposta autentica al più profondo senso di sé di cui il sé necessita per maturare ed esprimersi, anche sessualmente.

Se c’è qualcosa che mi orienta verso una persona di uguale sesso cosa significa?

Chi sono io?

Perché vivo questa ego-distonia?

E, attenzione, questa percezione ego-distonica è presente anche nelle persone che secondo analisi psicologica appaiono ego-sintoniche. La domanda profonda è infatti non raggiunta e rimane comunque senza una risposta soddisfacente e carica di autentico e profondo senso umano, umanissimo. Quello che chiamiamo, pur in altro contesto, come vocazione.

Qui il cammino profondo di cui abbiamo accennato, nei Bisogni/Potenzialità Fondamentali aiuta a trovare delle risposte autentiche e fondanti, significanti, che aprono la persona alla fecondità. Se invece si fermano alla paura, alla contraddizione e al sentimento omo-fobico previo generano:

- proiezione (chi non riconosce la naturalità della mia sessualità è omofobo),

- rabbia (l’orgoglio “gay”, che magari cerca conferme legislative antropologicamente deleterie),

- impermeabilità (sono felice e guai a chi non vede o tocca la mia felicità).

Si cerca e si fa di tutto, pur di garantire una identità fittizia che doni sopravvivenza al sé.

La Persona che sperimenta questa omo-tensione, non viene assolutamente protetta da linguaggi ambigui, incentrati su termini come omo-fobia, comunemente intesi, e attraverso essi non si raggiunge neanche il Bene Comune, ma si ottiene solo una frattura del sé, istituzionalizzata per oggettività di legge che alleggerisce il senso di colpa omo-fobico che la persona con omo-tensione sperimenta in sé.

È infatti vero lo slogan “Solo l’Amore sconfiggerà l’omofobia”. Purché si comprenda bene di che Amore stiamo parlando e dove è collocata la vera omo-fobia. Solo chi ha in maniera accettabile “sistematizzato” i tre bisogni/potenzialità di Identità, di ricevere Amore e di Amare, potrà ascoltare e sostenere fratelli e sorelle che sperimentano una omo-tensione. Più per vita vissuta che per parole; più per castità che per convincimento; con l’umiltà radicale di essere sempre a servizio senza avidità alcuna. Amandoli con appartenenza come fossero la propria carne.

L’omofobia, dunque, comunemente intesa, come neologismo e strumento di lotta politica è un boomerang sia per la Persona che sperimenta una omo-tensione sia per il Bene Comune e apre a derive non sanabili a livello antropologico; anzi apre a vere e proprie schizofrenie e bipolarità sociali, a frammentare l’umano che cercherà il senso di sé nel proprio sé ferito senza trovarlo mai. Nel contempo non sarà mai una risposta di linguaggio adeguata contro la prepotenza, verbale, ideologica e fisica verso le Persone che sperimentano e vivono questa tensione.

Tutto quanto sopra esplicato, poi, raggiunge vette di paradossalità inimmaginabili, quando la legislazione, ed il suo linguaggio, arrivano, come fa il Progetto di Legge Zan, ad istituzionalizzare la libertà di scelta in relazione alla "identità di genere", nella quale si ricomprendono non solo le identificazioni col sesso opposto, ma ogni possibile ipotesi di identificazione, persino la più fantasiosa e impensabile, aggiungendo innumerevoli opzioni sempre più avulse dalla realtà dell'essere Persona. C’è infatti un significato profondo in questo ed è la frammentazione e divisione dell’umano in un eterno ingolfamento di un sé alla ricerca di sé senza alcuna apertura alla trascendenza. Come dicevamo trascendenza umana e trascendenza spirituale. La seconda necessita della prima e la prima include necessariamente la seconda come primato ontologico.

Cosicché si finisce per spacciare per "identità" ciò che, in realtà, è invece il frutto della mancanza e della volontaria negazione della propria identità di Persona. E proprio perché non riconosce, e non riesce a ritrovare, la propria identità come Persona, il soggetto, continua a cercarne una fittizia, che però rinnega quella gli appartiene come dono ed è sua propria in una irripetibile e feconda unicità.

E questa meravigliosa perla preziosa, per chi la accoglie, è la santità.

Chi l’ha detto, dunque, che una persona che sperimenta una omo-tensione non possa raggiungere vette altissime di fecondità e donatività, e quindi di santità?

Chi l’ha detto che la persona che sperimenta questa omo-tensione non possa essere un fiore di autentica ed unica bellezza nel mondo?

Alcune prove, inspiegabili, nel nostro cammino e così toccanti l’intimo possono spalancare una bellezza senza pari se vissute nell’incontro di Colui che solo è la risposta ad ogni senso, nome, vocazione e percorso umano, colui che si è definito, senza tentennamenti, Via, Verità e Vita; chiamando su questa affermazione inequivocabile ad una scelta. Colui che svela l’uomo all’uomo e la donna alla donna.

Qui è attesa la persona con omo-tensione, in un cammino radioso di bellezza. E, come ogni autentica bellezza, è un dono profondo che la Persona è per l’umanità intera.

Monica Boccardi & Paolo Cilia, nelle parti proprie e in co-redazione