Rassegna stampa formazione e catechesi

La Chiesa non è una “scena pastorale”

ferme fsgmProseguiamo nella pubblicazione dei contributi prodotti in occasione della presentazione di La riforma e le riforme nella Chiesa, di mons. Agostino
Marchetto. Mons. Brian Ferme espone con lucida attenzione i tratti dominanti del testo, senza far mancare i segni di quella sua sorniona ironia, ad esempio
quando sorride la “bucolica scena pastorale” a cui una certa vulgata amerebbe ridurre “il primo millennio”, quanto al rapporto delle Chiese con Roma

Agostino Marchetto, La Riforma e le Riforme nella Chiesa: Una Risposta, L.E.V- 2017 (vd qui Agostino Marchetto, il #Concilio e la Chiesa)


Il binomio primato e sinodalità-collegialità: base della riforma



Eminenza, Mons. Marchetto, illustri ospiti, signore e signori,

sono particolarmente lieto di essere qui, questa sera, per presentare alcune riflessioni sull’ultimo libro di Mons. Marchetto. Potrebbe generare un po’ di sorpresa il fatto che qualcuno coinvolto nelle questioni finanziarie della Santa Sede presenti questo libro sulla Riforma e le Riforme.

La mia presenza può essere giustificata da due principali ragioni: innanzitutto, ho per lungo tempo ammirato e stimato la grande erudizione di Mons. Marchetto, che spazia per diversi secoli, passando dalle Decretali Pseudo-Isidoriane al Concilio Vaticano II. In secondo luogo, i contorni storici della Riforma o Riforme della Chiesa, specialmente nel Medioevo e nel contesto della storia del diritto canonico e del papato, sono stati per molti anni oggetto di particolare interesse del mio insegnamento e della mia stessa ricerca accademica. Per questo motivo, è stato particolarmente facile accettare di essere presente questa sera.

Il binomio “Riforma e Riforme” del titolo suggerisce immediatamente che la stessa parola Riforma è aperta a una maggiore varietà di significati e presenta più sfumature di quanto possa inizialmente sembrare. Cosa si intende precisamente per Riforma all’interno della Chiesa? La Riforma è percepita diversamente in base alle varie epoche e perché? Giusto per fare un esempio specifico: cosa intendiamo precisamente quando parliamo di Riforma Gregoriana, riferimento storico menzionato in vari punti del testo?

Come afferma uno degli autori (Angelo Maffeis) del testo in esame, riguardo al Concilio di Trento: si fa una “distinzione fondamentale tra reformatio riguardo all’ambito istituzionale, canonico e pastorale, mentre in quello dottrinale deve valere il criterio della più rigorosa fedeltà a quanto la tradizione ha insegnato” (p. 39).

Le risposte a queste domande non sono semplici, ma Mons. Marchetto offre una serie di fondamentali intuizioni circa la maniera di meglio intendere il significato dei termini “Riforma – Riforme” all’interno della Chiesa.

Come indica il titolo del libro di Mons. Marchetto, la sua è una risposta a un altro libro – molto più lungo del suo – con lo stesso titolo: “La riforma e le riforme nella Chiesa”, pubblicato nel 2016. Questo libro è il risultato di una “impresa comune” che vede raccolti i contributi di autori specializzati in diversi campi: teologia, ecclesiologia, storia, diritto canonico, pastorale. Gli articoli che costituiscono il libro in parola affrontano una considerevole varietà di argomenti nel loro intento di meglio definire la Riforma che sembrerebbe essere necessaria per la Chiesa, specialmente alla luce di quanto può essere qualificato come “promesse incompiute e aspettative deluse del Concilio Vaticano II” e del particolare impeto di Papa Francesco di rinnovare la Chiesa. Essi si concentrano specialmente sulle nozioni di collegialità e sinodalità, intese come elementi essenziali per realizzare la riforma o le riforme dei nostri giorni. A livello pratico, si offre una serie di suggerimenti per una più efficace attuazione della riforma: un ripensamento dell’esercizio e della funzione del Primato Romano, la riforma della Curia Romana, il problema dei Vescovi senza una sede diocesana, la possibilità di un tipo di ecumenismo ricettivo, ecc.

La Risposta di Mons. Marchetto è quella che generalmente adotta nelle sue revisioni, con il sistema “di presentare alcuni passi per me più significativi degli Autori, anche quelli da cui divergo, specialmente per situarmi – è la mia caratteristica – nella storia, ermeneutica e ricezione del Vaticano II” (pag. 7). La sua Risposta è divisa in sette parti, come quella dell’opera di riferimento.

Credo che il titolo del libro di Mons. Marchetto offra una chiave di lettura fondamentale per approcciarlo e comprenderlo.

1.            Per certi versi, quest’opera può essere intesa come un’estesa e dettagliata recensione di un libro intitolato “La riforma e le riforme nella Chiesa”, che rappresenta proprio la prima parte del titolo del libro dello stesso Mons. Marchetto. Non sono sicuro di quanto il pubblico sia cosciente del fatto che egli sia un rinomato maestro in questo importantissimo, benché spesso sottostimato, genere letterario: la recensione. Già nel 2002 egli ha pubblicato con la Libreria Editrice Vaticana un libro intitolato “Chiesa e Papato nella storia e nel diritto”. Si trattava della raccolta di una serie di articoli da lui scritti, ma includeva anche una selezione più estesa delle sue recensioni.

Nel presente libro egli porta questo genere letterario a un nuovo livello. Con la sua consueta calma e precisione, egli fornisce al lettore un’approfondita analisi dei vari contributi. Il suo approccio è, come sempre, equo e bilanciato; mette in rilievo gli aspetti positivi mentre fornisce suggerimenti per possibili miglioramenti o, se necessario, indicazioni di errori. Come ogni abile recensore, egli pone sempre la domanda cruciale. Quindi, per esempio, ad uno scrittore che afferma. “Per il Papa la realtà è sempre superiore all’idea”, Mons. Marchetto legittimamente commenta: “Superiorità non vuol dire esclusione, anche perché le idee hanno la loro forza e portano conseguenze, almeno alla lunga” (pag. 16).

Anche se il suo libro fosse semplicemente rimasto a questo livello, avremmo comunque avuto tra le mani un’opera estremamente utile e importante per una più completa comprensione di un altro libro prolisso e multidisciplinare.

2.            D’altra parte, come ho suggerito, la lettura del titolo del libro di Mons. Marchetto mette in evidenza un altro aspetto che rende questo testo particolarmente arguto e rilevante, e per certi aspetti unico. Mi riferisco alla seconda parte del titolo: Una Risposta.

Per tutto il libro, via via che vengono analizzati i contributi individuali, Mons. Marchetto fornisce una sorta di trattato accademico – un excursus – nel quale vengono trattati diversi temi decisivi, sebbene complessi. Ognuno di questi argomenti cruciali è da ritenersi fondamentale per una corretta comprensione del concetto di Riforma, così come vissuta nella storia della Chiesa. Infatti, si potrebbe dire che, senza una corretta e bilanciata valutazione dell’importanza di questi temi, sarebbe impossibile una corretta e bilanciata comprensione della riforma all’interno della Chiesa, o sarebbe quantomeno poco obiettiva.

In altre parole, l’excursus – la Risposta – che ricorre nel suo libro, come una costante melodia all’interno di una magnifica composizione, lo rende, sotto vari punti di vista, un tour de force. La Risposta rappresenta una “melodia accademica” atta a favorire una migliore comprensione della riforma e del rinnovamento auspicato dal Concilio Vaticano II, di cosa potrebbero e dovrebbero essere le future riforme; una melodia volta a far capire meglio le riforme che hanno caratterizzato la storia della Chiesa, riforme che frequentemente, ma non sempre correttamente, vengono menzionate dagli autori del libro esaminato.

Vorrei ora tornare ai temi fondamentali - contenuti nella Risposta – che conferiscono a questo libro un carattere unico e stimolante.

Primato-sinodalità/collegialità

All’inizio del testo, Mons. Marchetto, analizzando i contributi riguardanti la Riforma, sostiene: “si situano tutti, o quasi, in una linea unidimensionale di riforma, con sottolineatura della sinodalità-collegialità, senza tener molto presente e sviluppare l’altro polo del fondamentale binomio primato-sinodalità, cioè il primato, che nel suo aspetto conciliare ha costituito uno dei centri vitali e specifici di attenzione del Concilio Vaticano II, a me particolarmente caro e oggetto del mio lavoro di studioso da almeno 30 anni” (p.5).

In altre parole, escludere o sottovalutare il ruolo cruciale e dottrinalmente determinante del primato in qualsiasi studio finalizzato a capire meglio la Riforma (Riforme) all’interno della Chiesa vuol dire prescindere da una parte centrale e determinante di ciò, che potremmo chiamare il Mosaico della Riforma. Come in ogni mosaico privo di alcuni tasselli, l’immagine generale e totale sarebbe in qualche modo sbilanciata e incompleta.

Il nostro autore evidenzia del libro in esame un “monocorde tono del coro e la conseguente unilateralità dell’opera” che lo spinge a “udire un’altra voce”. L’altra voce è, infatti, il fondamentale binomio primato-sinodalità/collegialità. Dimenticare o sottovalutare il ruolo critico del primato nella Riforma o Riforme della Chiesa è sia storicamente scorretto che potenzialmente problematico.

Egli precisa che, benché alcuni autori parlino della Riforma da mettere ora in atto attraverso “processi sinodali, dall’utopia del regno di Dio inaugurato nella Pasqua di Gesù”, essi non fanno menzione del primato. Egli sottolinea: “Si dirà forse che è implicito, ma ritengo che bisogna renderlo a volte esplicito, cosa del resto che si fa pochissimo o quasi niente negli interventi che seguiranno” (p. 22).

La sua Risposta o “altra voce” serve a portare all’attenzione del lettore l’importanza fondamentale del primato, non solo per capire la riforma nella Chiesa, ma anche per avere il giusto approccio alla comprensione del Vaticano II.

Egli afferma: “Frutto della storia conciliare è quel desiderio di porre in rilievo i due ministeri di istituzione divina, cioè il primato dei Successori di Pietro e quello dei Vescovi, ciascuno nella sua diocesi, come ricordò Papa Francesco nel discorso d’inizio del secondo incontro sinodale sulla famiglia” (p. 26). Lo stesso Papa Francesco, nel 2016, parlando di sinodalità ha sostenuto: “Una Chiesa sinodale significa che si dà questo movimento dal basso in alto e dall’alto in basso. E nelle diocesi lo stesso. Ma c’è una formula latina che dice che le Chiese sono sempre cum Petro et sub Petro. Pietro è il garante dell’unità della Chiesa” (p. 6).

In altre parole, affrontare il tema “collegialità-sinodalità” senza fare esplicito riferimento al primato rischia seriamente di rendere sbilanciato e incompleto l’approccio a una comprensione appropriata del Concilio Vaticano II e, di conseguenza, di non capire in modo appropriato quelle che sono le fondamenta di una riforma genuina della Chiesa.

Mons. Marchetto segnala quella che sembra una visione incompleta del primato da parte di alcuni autori. Pare che, per certi autori, il primato sia equivalente, almeno storicamente, alla Monarchia Papale, come se Primato e Monarchia fossero semplicemente interscambiabili. Un autore suggerisce: “per poter smantellare il centralismo, bisogna inoltre ristrutturare il primato del successore di Pietro inteso in senso monarchico, trasformandolo in primato di comunione”. Mons. Marchetto correttamente specifica: “La questione, come spesso ho sottolineato, non è di monarchia ma di esercizio personale del primato, che deve rimanere, pur in contesto sinodale” (pp.26-27). In un altro punto: “E qui mi domando fino a quando si continuerà ad associare l’esercizio personale del primato, nei suoi vari livelli, con la monarchia” (p. 83).

In realtà, il nostro autore sottolinea che la parola che primeggia in questo libro è “rivoluzione”, che sembra essere contraria ad un organico ed omogeneo approccio alla Riforma. Come perspicacemente mette in evidenza, Papa Francesco applica il termine “rivoluzione” all’evento fontale del Cristianesimo, il Signore Gesù e il suo Evangelo.

La mancanza di sufficiente attenzione al primato si riflette in altre questioni legate a quella più generale della riforma.

-                     Mons. Marchetto mette giustamente in risalto che, parlando di Concilio Vaticano II, non siamo “nell’ermeneutica della rottura” (pp. 6,15). Piuttosto, la continuazione della riforma e del rinnovamento conciliare è sempre “dell’unico soggetto Chiesa di cui non c’è rottura” (pag. 10). Riforma e rinnovamento avvengono sempre nella continuità dell’unico soggetto Chiesa.

-                     Vari autori usano il termine “collegialità”, ma mancano di porre attenzione alle necessarie distinzioni fatte al Concilio Vaticano II “che proprio il Concilio ha posto, per esempio, con aggettivazione (effettiva ed affettiva) o l’aggiunta ‘in senso stretto’ e ‘in senso largo’ ” (p. 33).

Naturalmente ci sono una serie di altre questioni che emergono in alcuni degli autori: la messa in discussione, e finanche critica oppositiva, delle ordinazioni episcopali assolute, la riforma della Curia Romana, il contributo dell’ecumenismo alla Riforma. Il nostro autore affronta queste questioni con la sua consueta onestà e cura, suggerendo un approccio più bilanciato e storicamente più ragionevole.

Riferimenti storici

Vorrei concludere il mio intervento prendendo in considerazione i riferimenti storici, piuttosto frequenti, fatti da un certo numero di autori. Spesso i riferimenti storici vengono effettuati per suggerire cambiamenti a quanto rimane di essi nella Chiesa attuale e per capire fino a che punto essi ostacolino l’effettiva riforma. Questo ha una particolare rilevanza nell’esame del Primato Romano, così come anche del modo in cui è stato storicamente esercitato e dovrebbe essere esercitato oggi. Due periodi storici sono particolarmente enfatizzati: la Chiesa del primo millennio e la Riforma Gregoriana dell’XI secolo.

Alcuni autori sono in qualche modo affascinati dal primo millennio: è l’epoca delle chiese orientali (p. 19); rappresenta il governo tradizionale della Chiesa, quello sinodale (p. 31); un autore auspica il ritorno al primo millennio (pag. 51).

L’impressione è che, in un certo qual modo, il primo millennio – il periodo della sinodalità – rappresenti il tempo in cui il Primato Romano è stato, tutto sommato, quello che avrebbe dovuto essere: non eccessivo, unito da legami di comunione-sinodalità, e non monarchico: una sorta di bucolica scena pastorale che sarebbe piaciuta a Virgilio durante la stesura delle Georgiche. Una lettura più articolata delle fonti condurrebbe a una realtà di gran lunga più complessa. Come evidenzia il nostro autore: “varie zone di influenza papale sono presenti nei primi secoli, per cui affermazioni così generali non valgono” (p. 31).  L’importanza fondamentale e centrale della funzione della Sede Romana in quel periodo, come punto dell’appello di ultima istanza, non può essere facilmente messa da parte. La questione, com’è noto, è stata già considerata al Concilio di Serdica del 343.

In questo contesto, l’analisi delle collezioni canoniche del primo millennio avrebbe offerto un correttivo. Le collezioni fornivano non solo una raccolta di leggi, costumi e usi, ma spesso erano il riflesso di ciò che poteva essere considerata la tradizione autentica. Perfino una rapida panoramica delle collezioni canoniche del primo millennio permetterebbe di mettere in rilevo l’importanza decisiva del ruolo della Sede di Roma e dell’esercizio del Primato Romano, frequentemente esercitato alla luce delle riforme.

Il secondo evento storico menzionato da alcuni autori è la Riforma Gregoriana. Esso deve aver rappresentato una sorta di “terreno fertile”, in quanto, dopotutto, la parola “riforma” è al centro di questo movimento storico. Il nostro autore sottolinea correttamente l’importanza di distinguere con attenzione i vari elementi della Riforma Gregoriana: essa non ha determinato la creazione del potere papale (come potrebbe essere dedotto dalla lettura dei testi di alcuni autori); piuttosto i gregoriani “se ne servirono in funzione di difesa appunto della Libertas Ecclesiae” (pag. 32).

La storiografia moderna relativa al periodo della Riforma Gregoriana ha dedicato molta attenzione al tentativo di capire cosa sia stato riformato, in quale direzione, e in che misura molte delle riforme intellettuali, sociali, religiose e politiche siano iniziate prima di Gregorio VII. In altre parole, in che misura si possa dire che Gregorio VII sia stato un riformatore.

È ben noto che l’idea di usare sinodi locali per provvedimenti di riforma sia stata una pratica comune molto prima che Gregorio VII diventasse Papa nel 1073. Inoltre, deve essere ricordato che i suoi sinodi romani di Quaresima e di Novembre hanno rappresentato un punto di partenza fondamentale per iniziative messe in atto nel suo e nei successivi pontificati. Si può già parlare, nel periodo conosciuto come Riforma Gregoriana, del binomio “primato-sinodalità”? Se questo è il caso, come credo che sia, alcuni commenti sulla Riforma Gregoriana trovati nel libro sotto esame necessitano di revisione.

Potrei dire ancora molte cose, ma è tempo di concludere il mio intervento.

Verso la fine del presente libro, Mons. Marchetto parla de “l’immagine della bussola che fu il Concilio ecumenico Vaticano II”. Leggendo questo libro, credo si possa dire che Mons. Marchetto rimanga quella bussola necessaria per orientarsi nella comprensione del Concilio Vaticano II e delle riforme da esso iniziate.


Pubblicato anche su

http://www.lacrocequotidiano.it  - 17 gennaio 2018

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Curriculum Vitae
Monsignor Brian Edwin Ferme

Dopo la sua Ordinazione, avvenuta nel 1980, Mons. Ferme ha studiato Storia medioevale ad Oxford e Diritto canonico a Roma. Successivamente ha insegnato ed è stato Preside della Facoltà di Diritto Canonico presso l’Università Lateranense di Roma, l’Università Cattolica a Washington DC e a Venezia. È specializzato in Storia del diritto canonico e ha prodotto numerosi scritti in questo campo, specialmente nell’ambito del Diritto canonico medioevale. È membro di diverse società accademiche come anche della Royal Historical Society. Egli è anche Consultore del Pontificio Consiglio per i Testi legislativi. Nel 2004 è stato nominato Segretario dell’allora neo-costituito Consiglio per l’Economia.