Rassegna stampa formazione e catechesi

La novità non contemplata

Laicità consacrata nell’intuizione di Armida Barelli e Agostino Gemelli

Compie cento anni l’Istituto Secolare delle Missionarie della Regalità di Cristo

Anticipiamo parte della relazione che Giuseppe Buffon, docente di Storia della Chiesa presso la Pontificia Università Antonianum di Roma, terrà il 15 settembre al convento di Santa Maria della Spineta.

Vincent van Gogh, «Ramo di mandorlo fiorito» (1890)

Il 19 novembre 1919, nel coretto di San Damiano ad Assisi, un gruppo di donne tra le quali Armida Barelli — per iniziativa della stessa Barelli e di Agostino Gemelli — danno inizio a una nuova forma di vita. Si impegnano a vivere il dono totale di sé osservando i voti di povertà, castità e obbedienza nella forma secolare, cioè vivendo la propria consacrazione senza entrare in convento o in monastero, ma continuando ad abitare in casa propria e a svolgere la propria professione. Laiche, ma consacrate: la novità non contemplata dalla normativa canonica, tanto appariva paradossale, da ricevere riconoscimento ufficiale soltanto nel 1947 con la Costituzione apostolica Provida Mater Ecclesia.

L’intuizione della secolarità consacrata della Barelli e di Gemelli nasce all’interno di una complessità contraddittoria com’è quella che si riscontra tra i due secoli (XIX-XX), che segnano lo scontro, mai del tutto sanato nonostante gli appelli di Giovanni XXIII, tra chiesa e modernità. Essa si sviluppa nell’età del difficile rapporto tra chiesa e totalitarismi, che contaminano la vita cristiana non solo nella sua prassi organizzativa, ma nella sua dimensione interiore, nella scelta delle virtù caratterizzanti la perfezione cristiana; giunge a maturità nella stagione preconciliare, segnando il superamento del dualismo stato-chiesa, a vantaggio di una cittadinanza solidale con tutta la famiglia umana, impegnata nell’edificare la città terrena in cammino verso il Regno di Dio. Con il Concilio Vaticano II, tale intuizione si scopre cinghia di trasmissione tra chiesa e mondo, avvantaggiandosi dell’invito, come afferma Giancarlo Brasca, a «sciogliersi nel mondo», lasciando cadere quanto distingue da esso.

Per ripensare le origini dell’Istituto delle Missionarie della Regalità, a cento anni dalla sua fondazione (1919-2019), occorre, dunque, ripercorrere le contraddizioni degli stessi fondatori, quella complessità indispensabile per abitare anche questo nostro tempo. Il contraddittorio, la complessità, sono, in fondo, la cifra stessa della secolarità, che offre compagnia più che soluzioni, solidarietà più che predizione, invocazione più che decisione, perché l’escatologia stessa, di cui è segno la consacrazione, è pienezza di comunione per tutte le genti.

A sentire il dissidio interiore tra il desiderio di una scelta totalizzante, rappresentata a quel tempo dalla vocazione religiosa e claustrale, e la passione per la storia, la società, la cultura, il mondo visto, invece, come inadatto a intraprendere una via di perfezione e, anzi, pericoloso per la stessa fede, è Armida Barelli. Per sciogliere i propri dubbi circa la scelta della consacrazione e della missione nell’Istituto delle Francescane Missionarie di Maria o la clausura, Armida ricorre a Gemelli, che già sperimenta il dissidio della ricerca di un’armonizzazione tra scienza e fede: «la sua forte personalità ed il suo modo originale e genuino d’interpretare e vivere il francescanesimo ebbero una grande influenza sulla mia vita spirituale». E successivamente aggiunge: «Sono di quel tempo — 1910-17 — alcuni suoi consigli sulla mia vocazione, che egli vedeva orientata verso la consacrazione a Dio nel mondo». Ricevendo, quindi, il suggerimento di rifarsi ad alcune figure della tradizione francescana, annota: «“Si può rinunciare al mondo e consacrarsi a Dio senza aver bisogno di entrare in convento”, mi scriveva, e qualche mese dopo, dal convento di Dongo, ove era andato a fare gli esercizi: “Prenda per protettrice (oltre a S. Elisabetta) la beata Rusconi, patrizia milanese del terz’Ordine, che si è santificata stando nel mondo”».

Quando poi, nel 1912, Rita Tonoli le propone di farsi religiosa, entrando nella Piccola Opera, ricorda ancora: «L’idea del convento tornò a balenarmi ed ecco padre Gemelli scrivermi: “No non pensi al convento. Per ora pensi all’anima di sua madre” (che non era praticante) “e a quella dei suoi fratelli” (neppure credenti), “poi Dio provvederà”». Ora rifiuta anche l’antico direttore gesuita, per paura di entrare ancora di più in confusione.

In quel frangente, infatti, Gemelli non la può aiutare, perché si trova all’estero, consigliato dallo stesso Pio X: «Va’ a studiare in Germania sennò qui accusano anche te di modernismo». Non solo braccato dallo spionaggio antimodernista, Gemelli viene inoltre messo sotto accusa dai suoi superiori religiosi: la sua vita da studioso mal si concilia con il convento. Le denunce giungono perfino al ministro generale: «Mi è stato riferito che nelle sfere del Vaticano si critica alquanto il girovagare del padre Gemelli (...) non vorrei che un giorno o l’altro il padre Gemelli annoiato facesse qualche brutto passo. Perciò (...) sarei del parere che il padre Gemelli accetti più raramente conferenze».

Più che sotto scacco dalla dottrina e dalla disciplina ecclesiastiche, Gemelli si sente lacerato dall’opzione culturale: cerca l’unità del sapere, non tollera la separazione tra scienza, filosofia e religione. Anche sul piano spirituale, allora, insegue una religione intramondana, una santità anche fuori del convento, un linguaggio spirituale che deve potersi comprendere anche dai non credenti. Scrive infatti alla Barelli: «Il Signore l’assista e faccia di lei una santa laica nel vero senso della parola, non come le… suore di casa, ma com’erano le prime vergini e martiri cristiane che hanno ingigantito la missione della donna nel mondo. E chissà quale parte hanno avuto nella diffusione del cristianesimo! Così deve fare lei, laica, ma santa». Non una santità che si impone alla laicità, ma che sta dentro di essa, una santità che emerge dalla laicità: una santità che è eccesso di umanità, che trascende i limiti della natura senza negarla, anzi potenziandone gli effetti, cioè diventando soprannaturale.

Nel 1917, ad Assisi, esausta per l’immane lavoro svolto in occasione della consacrazione dei soldati al Sacro Cuore, Armida cede nuovamente all’assillo di “farsi suora missionaria”. In questo frangente, nemmeno Arcangelo Mazzotti, collaboratore di Gemelli e futuro arcivescovo di Sassari, riesce a liberarla dalla confusione: «Ma lui mi vede con gli occhi di Gemelli, il quale va mulinando un suo ideale di apostolato laico nel mondo, e desidera impegnarmi alle due opere future. Meglio rivolgersi a qualcuno assolutamente estraneo». Consulta perciò il ministro generale dei frati Minori, Serafino da Cimino: «Mi dice di star fuori, apostola nel mondo». La risposta, alquanto imprevista la induce ad approfondire la sua riflessione, che non tralascia di riportare nel suo taccuino: «non meritando la via perfetta il Signore mi mandava quella comune». Da monsignor Gorla, cui ricorre per la confessione proprio il giorno della festa del Sacro Cuore, le giunge un’altra conferma: «È quasi un anno che studio, penso e prego. Sono certo che la sua vita è la verginità nel mondo, consacrata a Dio».

Armida Barelli compie un passo definitivo verso la sua scelta vocazionale proprio durante l’udienza nella quale Benedetto XV le assegna il compito di fondare la Gioventù Femminile di Azione cattolica. È lo stesso Cimino che la incoraggia a presentarsi al “Signor Papa”, fiduciosa come Francesco d’Assisi: «Vado dal Papa Benedetto XV. Cerco di esimermi. Impossibile. Devo obbedire. Prima mi prega, poi si fa severo e conclude: “Dio la aiuterà, glielo promettiamo”. Oh! Come ha davvero aiutato il Signore! Quando dico al Papa: “Vorrei andare suora missionaria”, mi risponde: “La sua missione è l’Italia! Risponde lei dell’anima mia?” Rispondiamo noi». La Barelli accetta la nuova missione ecclesiale, che la conferma nella sua vocazione laicale, ma solo a patto di una consacrazione! Laica sì, ma consacrata! Anche Cimino sembra intuire questo suo proposito e incontrandola ad Assisi, di ritorno da Roma, la asseconda volentieri: «Faccio la mia consacrazione intima come Sorella maggiore della Gioventù femminile nella Porziuncola: il Generale celebra proprio per me!».

Se la Barelli è dubbiosa, confusa, incerta fino alla fine, Gemelli non è da meno, al punto che è la Barelli medesima a offrirgli un punto di ancoraggio: «padre Arcangelo diceva a Gemelli: penso che non solo questa relazione non ti faccia male, ma penso anzi ti faccia del bene perché tu hai sempre dubbi di fede mentre lei (Barelli) … crede molto e t’influenza». Al contrario di quanto sottolineato dalla storiografia sull’autoritario rettore della Cattolica, non sono rare le incertezze manifestate dal convertito. Prega per avere la vocazione del missionario e successivamente scrive alla Barelli: «Ho paura di essermi illuso riguardo a ciò che Dio vuole da me. Missione di bene nello studio? Missione di aprire le intelligenze? Ma se io non credo per l’intelligenza? Ma se io credo ciecamente come una donnetta. Ma se io mi guardo bene dall’esaminare i motivi delle mia fede. Preghi per me, per carità».

Reagendo a una denuncia presso la Commissione dell’Indice per quanto egli aveva scritto sugli scrupoli e per un articolo pubblicato nella «Rivista di filosofia neo-scolastica», afferma: «Se continua così andrò a chiudermi in un convento a chiedere a Dio che mi faccia morire subito. E pensare che è in me tanta energia e tanto desiderio di lavoro». Si consola, rispecchiandosi nella persecuzione sofferta dallo stesso Rosmini: «Pare che Rosmini abbia fatto dei miracoli. Sono incaricato di studiarli e riferire. Come sono contento! Quello era un santo e ha patito tanto per gli studi. Lo preghi ogni giorno per chiedergli la mia santificazione negli studi». Anche i frati, compreso il padre Provinciale, pensavano che la sua attività scientifica e la sua frequenza presso le Università soprattutto straniere, non fosse conforme al carattere francescano. Qualche spiraglio si apre dopo la morte di Pio X, cessato il coprifuoco della crisi modernista, quando, nel settembre 1914, riesce ad avere una udienza da Benedetto XV: «meravigliosa udienza, che mi ha dato tanta gioia! Ho iniziato la via tracciata da battere. Comincio con una rivista: “Vita e Pensiero”, che sarà l’organo di informazione dei cattolici italiani: missione grande».

La Barelli, inquieta per la sua santità, per l’inedito di una vocazione laicale, ma nell’impegno di una consacrazione totalizzante, come Gesù, libero da legami materiali, famigliari e dalla propria volontà; Gemelli, angustiato per i suoi studi, per la compatibilità di questi con la vocazione religiosa: dall’intreccio tra le due personalità, tra i due percorsi, gradualmente affiora la sintesi tra religione e scienza, santità e società civile, contemplazione e azione, bellezza e sacralità: «lui unirà le nostre opere». La consacrazione secolare di Armida Barelli e di un’altra dozzina di donne, quel 17 novembre 1919, segna l’inizio di una nuova consapevolezza del laicato. La consacrazione nello stato secolare, novità che richiede un lungo cammino per essere accettata dalla Chiesa, fonda una autonomia del laicato, che si radica in una teologia del battesimo, atta a fondare l’originalità della stessa missione laicale, l’originalità del carisma laicale, indispensabile per una Chiesa che si definisce sulla base del suo rapporto con il mondo. Solo una Chiesa arricchita dal carisma della secolarità consacrata potrà assicurare a pieno la compagnia ad una famiglia umana, che cammina nelle vie della storia verso il Regno di Dio.

di Giuseppe Buffon



© Osservatore Romano - 15 settembre 2019




-> VD anche

https://drive.google.com/file/d/1qUbs7F9f-Ax6xw5fwgynpS9-nwF6nSs4/view