Rassegna stampa formazione e catechesi

Primato e sinodalità, binomio inseparabile

parolin ucraina Il più equilibrato e “istituzionale” degli interventi che hanno accompagnato la presentazione del libro di mons. Marchetto è stato quello del cardinale Segretario di Stato Piero Parolin: «Mons. Marchetto fa udire la sua voce, che viene da lontano e che si presenta come sintesi di tanti pensieri e studi sul “Magno Sinodo”, come lui stesso lo chiama fin dal principio.
Egli è mosso da una preoccupazione di fedeltà al procedere cattolico dell’et-et»



PRESENTAZIONE LIBRO SE MONS. MARCHETTO:

“LA  RIFORMA E  LE  RIFORME  NELLA CHIESA.

UNA RISPOSTA”

Roma, Campidoglio 25 ottobre 2017

Pensieri conclusivi

Eminenze,

Eccellenze,

Signor Ministro,

Distinti Relatori,

Signore e Signori,

Non è la prima volta che mi trovo in questa bellissima sala del Campidoglio a presentare un libro di SE Mons. Agostino Marchetto. Infatti, dopo Il ‘Diario’ conciliare di Mons. Pericle Felici e relativo Addendum, le sue due più recenti pubblicazioni, ecco ora Una risposta sul tema La riforma e le riforme nella Chiesa. Con questo scritto Mons. Marchetto intende appunto fornire una “risposta” al volume dallo stesso titolo edito dalla Queriniana di Brescia, nel 2016, una raccolta di 30 saggi inediti scritti da altrettanti specialisti, a cura di Antonio Spadaro e Carlos Maria Galli.

L’Autore entra così nell’arena dell’odierna realtà ecclesiale, stimolata e ravvivata da Papa Francesco, con riferimento specialmente alla bussola del Concilio Ecumenico Vaticano II. Alla base vi sono due millenni di storia della Chiesa visti da Mons. Marchetto anche con sensibilità pastorale, missionaria ed ecumenica.

Lo spessore storico che sta dietro alla parola “riforma”, che il Papa ha congiunto a “rinnovamento” (Ecclesia semper reformanda, Ecclesia semper renovanda) (cf. Omelia S. Messa a Medellin, 9 settembre 2017), ci è stato qui ripresentato per sommi capi da Mons. Brian Ferme, con la profondità e chiarezza di analisi che gli sono abituali.

A questo riguardo il binomio chiave “primato e sinodalità” (o collegialità) da lui delineato riaffiora continuamente nelle pagine del volume che qui presentiamo. Esso è ben atto a guidare il cammino di riforma intrapreso, tema rinnovato pure nel dialogo con i nostri fratelli Ortodossi nel I e nel II Millennio.

“Primato e sinodalità” sono espressione di un binomio inseparabile. Esso ha costituito uno dei centri vitali e specifici di attenzione, discussione e decisione del Concilio Vaticano II, chiudendo il vuoto per la mancata trattazione dell’episcopato al Vaticano I.

Mons. Marchetto fa udire su questo tema la sua voce, che viene da lontano e si presenta come sintesi di tanti pensieri e studi sul “Magno Sinodo”, come lui l’ha chiamato fin dal principio. Egli è mosso da una preoccupazione di fedeltà al procedere cattolico dell’et et,  come via media in grado di creare in modo originale una sempre nuova sintesi vitale, non escludendo ma inglobando le ragioni di entrambi i poli. In ogni pagina dello scritto, infatti, si avverte l’impegno a tenere sempre uniti i due distinti elementi, del “primato” e della “sinodalità-collegialità”, a farli, per così dire, viaggiare sempre insieme. 

Tale modo di procedere si sostanzia di un’interpretazione del Concilio Vaticano II che propone una riforma della Chiesa capace di fare i conti con tutti gli aspetti irrinunciabili della sua stessa costituzione essenziale.

Mons. Marchetto, nel riferirsi al Concilio, lo interpreta in linea con le parole di Benedetto XVI nel suo discorso alla Curia Romana del 21 dicembre 2005, in comunione di pensiero e di giudizio con i due Papi del Concilio e con quelli del post-Concilio, fino a Papa Francesco.

 Nel discorso a cui si è appena fatto cenno, Benedetto XVI presenta le ragioni di un’ermeneutica dell’assise conciliare vista come “riforma e rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto Chiesa” e respinge conseguentemente un’ermeneutica che preferisce mettere in luce la discontinuità ed elementi di rottura rispetto al passato.

Più volte, tale espressione “riforma e rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto Chiesa” ritorna nel corso del volume di Mons. Marchetto, per segnalare il richiamo alla continuità come elemento necessario quanto il rinnovamento.

L’autore esprime anche in questo modo la sua preoccupazione che, non ricordando e quindi in un certo senso perdendo di vista questo criterio di doverosa continuità, si possa procedere verso un rinnovamento e una riforma non realizzabili come autentica riforma cattolica.  Anche in questo caso dunque, si mostrano le ragioni dell’ et et, quelle del rinnovamento necessario e della necessaria continuità.

Lo sviluppo dogmatico nella Chiesa, infatti, per essere validamene recepito, occorre che sia omogeneo. Da qui la difficoltà ad attribuire piena legittimità al termine “rivoluzione”, quando non sia utilizzato – come fatto da Papa Francesco – all’evento fontale del Cristianesimo, al Signore Gesù e al suo Vangelo.

Come ho affermato nel corso di un’intervista nel quarto anniversario del pontificato di Papa Francesco, dal titolo “La riforma? Tutto parte dal cuore” (L’Osservatore Romano, 13-14 marzo 2017): “Non sono i criteri funzionali che devono guidare questa riforma ma … più profondamente i criteri di un autentico ritorno a Dio e un’autentica manifestazione della vera natura della Chiesa”. Tutto dunque parte dal cuore, da questo centro pulsante abitato dall’amore.

E’ retta, del resto, la riforma, dalla “logica del Natale”, dalla logica dell’amore, di cui ha parlato Papa Francesco lo scorso anno durante il tradizionale scambio di auguri natalizi con la Curia romana: “Incontriamoci di nuovo, dunque, nella mangiatoia di Betlemme”, auspicava il Papa.

Questo comporta che, nella continua ricerca di nuove vie per adattare al nostro tempo, all’oggi della vita (aggiornare) strutture ecclesiali e concrete modalità d’azione, l’auspicabile riforma, debba nello stesso tempo sempre partire dalla conversione del cuore a Cristo e salvaguardare quel “cuore”, o nucleo fondamentale che rende riconoscibile la Chiesa di Cristo lungo tutte le vicende della storia, pur nel doveroso mutare, anche vasto e incisivo, di forme, strutture e criteri organizzativi.

Questo invito, nel libro che presentiamo, si traduce specialmente nella settima sua parte dal titolo Lo Spirito e la spiritualità nella riforma evangelica della Chiesa. Se ne è fatta eco oggi qui Sr. Mary Melone, S.F.A., Rettore Magnifico della Pontificia Università Antonianum.

Nella stessa settima parte desidero rifarmi, infine, ad alcune considerazioni ivi riportate dell’Arcivescovo Victor Manuel Fernández, per il quale “il nostro atteggiamento di riforma dovrebbe essere estatico… Le nostre proposte di riforma [in effetti] non sono basate su un autocompiacimento ribelle, ma su una convinzione generosa, flessibile, in grado di lasciarsi interrogare. Implica anche umiltà … aperta alla verità che richiede di saper accogliere altre preoccupazioni legittime … Pertanto, non sempre ogni qualvolta vi è un conflitto nella Chiesa, ciò è male, ma talora si tratta di tensioni proprie che esistono tra persone oneste e sincere, che rispondono alla volontà di Dio portando il proprio contributo a questo mondo”.

Queste parole convergono con un appello al dialogo, alla disposizione paziente e benevola nel comprendere le ragioni di posizioni e impostazioni anche lontane dalla propria, che questo libro auspica e richiede e che si traduce in ultima analisi proprio nell’impegno a compiere ogni sforzo perché non si trascuri quella logica dell’et et sopra segnalata, che può risultare a volte faticosa, ma che consente di individuare una più valida sintesi che tenga conto di tutti i valori coinvolti.

“Primato” e “collegialità-sinodalità”, “continuità” e “rinnovamento”, “et et”, sono i termini che legano tutte le pagine del volume di Mons. Marchetto, il quale sembra volerci regalare un pro-memoria da portare con noi all’inizio, nel corso e al termine del lavoro di riforma. Un pro-memoria che ha lo scopo di ricordarci che soltanto se terremo adeguatamente conto nelle riflessioni ed elaborazioni intellettuali, come di conseguenza nelle concrete proposte, della tensione feconda tra i diversi poli in gioco, potremo giungere ad individuare un nuovo, valido e duraturo equilibrio.

Di questo ne è in un certo senso prova il fatto che quando al Concilio Vaticano II venne finalmente raggiunto un consenso fra le due “ali” presenti (Mons. Marchetto le chiama semplicemente di maggioranza e minoranza), si riuscì ad approvare, sempre quasi all’unanimità, testi che pur avevano suscitato all’inizio difficoltà e tensioni. Risultò infatti che erano atti ad incarnare l’autentico spirito conciliare. Naturalmente notevole e decisiva fu, a tale proposito, l’opera dei Papi Giovanni XXIII e Paolo VI.

Quello è stato senza dubbio un impegno “di riforma e rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto Chiesa” che dovrà certo ispirare anche l’attuale cammino di riforma.

Grazie per l’ascolto.

Pubblicato anche su

http://www.lacrocequotidiano.it  - 19 gennaio 2018

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