Rassegna stampa formazione e catechesi

Studiare teologia a Roma

P. Pietro Messa teologoP. Pietro Messa, ofm

La vocazione ecclesiale del teologo è stata richiamata dalla istruzione Donum veritatis pubblicata – previa approvazione del papa Giovanni Paolo II – a firma del cardinal Joseph Ratzinger, quale prefetto della Congregazione della dottrina delle fede, nel 1990.

Una lettura superficiale di tale documento induce a cogliervi nientemeno che un richiamo all’ortodossia nella ricerca, pubblicazioni e insegnamento dei teologi, ossia una docile sottomissione al magistero a cominciare da quello pontificio. In tal caso, soprattutto per chi insegna e studia a Roma, il teologo si riduce unicamente ad un “intellettuale organico” del potere e pensiero ecclesiastico e certamente questo non è ciò che volle indicare né san Giovanni Paolo II né il futuro Benedetto XVI. 

Ecclesiale significa pertinente alla "eccleṡìa", ossia la comunità credente spesso definita “popolo fedele” da papa Francesco. Allora la vocazione ecclesiale del teologo significa che egli ricerca, pubblica e insegna quale membro di una compagnia radunata da Gesù; così inteso è un ministero, ossia un servizio, che svolge a favore degli altri, in una spiritualità di comunione, contribuendo ad una fede ragionevole e una ragione aperta al mistero. Tale dimensione ecclesiale è importante perché contemporaneamente fa comprendere la propria eccellenza ma anche i limiti; infatti se la maturità richiede una fede integrale che coinvolga mente, cuore e forze, un centro accademico ha la specificità della crescita intellettuale senza misconoscere e neppure sminuire gli altri aspetti come quello liturgico, caritativo, formativo, ecc.

Una tale dimensione comunitaria non può che favorire un sano pluralismo teologico così come una apertura ai grandi orizzonti della carità e della verità e quindi una prospettiva ecumenica, interreligiosa e interculturale che fa proprie non solo le domande del credente ma anche del più ampio popolo domandante.

Lo studio a Roma, sede della cattedra di san Pietro e dei suoi successori, comporta una visione cattolica ossia universale che ben si accorda a una università. Visione che non è uniformità ma unità nella differenza, rimanendo nella tensione delle polarità tra cui quella tra globale e locale, Chiesa universale e Chiesa particolare, primato e collegialità. Solo se si accoglie l’opposizione polare, ossia la realtà del concreto vivente, studiare a Roma non scade né in un universalismo astratto e neppure e in un particolarismo regionalistico.
 

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