Rassegna stampa Speciali

Buttiglione lancia la sfida: pro-choice e pro-life uniti contro l'aborto

Intervista a Rocco Buttiglione di Lucia Bigozzi

Uno spazio d’incontro “neutro” che diventa il campo di una battaglia comune per ridurre il numero degli aborti.  I confini sono netti, dentro ci stanno pro-life e pro-choice.  La sfida è mettere da parte gli steccati ideologici e farsi carico di un problema reale che prescinde da come la si pensi. E il paradigma di questa battaglia, anzitutto culturale, sta nell’obiettivo che si sono dati il Papa e Obama: meno aborti nel mondo. C’è questo nella mozione dell’Udc Rocco Buttiglione e nel testo – praticamente identico –  presentato dal Pdl approvati dalla Camera. Gli ex Ppi del Pd hanno votato entrambe anche se la parola d’ordine era astensione, segnando l’ennesima frattura dentro i democrat. La mozione impegna il governo a farsi promotore di una risoluzione Onu che “condanni l’uso dell’aborto come strumento di controllo demografico e affermi il diritto di ogni donna a non essere costretta o indotta ad abortire, favorendo politiche che aiutino a rimuovere le cause economiche e sociali dell’aborto”.  Niente di più di questo, mette le mani avanti Buttiglione consapevole del fatto che una materia così delicata vada maneggiata con la massima cura. Insomma, dietro alla moratoria non c’è alcun intento di rivedere la legge 194. E il vicepresidente dei deputati centristi ne spiega le ragioni.


Onorevole Buttiglione qual è il fine della sua iniziativa?

E’ stato Giuliano Ferrara a lanciare l’idea sul piano culturale. Io l’ho ripresa dandole concretezza politica. L’idea che si muove è che tra pro-life e pro-choice nessuno rinuncia alle proprie idee ma ci sono cose che si possono fare insieme; questa è una. In altre parole, lasciando da parte il conflitto su quale delle due posizioni debba prevalere la domanda è: perché non lavoriamo insieme rafforzando e proteggendo l’alleanza tra madre e bambino?

In che modo, lei cosa propone?

Ad esempio chiedendo una risoluzione delle Nazioni Unite che condanni l’uso dell’aborto contro la madre e il bambino.  Questa iniziativa definisce un’area che non è tutto, che è pro choise e pro life contemporaneamente. Poi uno ci vede qualcosa in più della sua posizione e viceversa per l’altro, ma mi auguro che molti ci staranno dentro dai due lati contemporaneamente, anche se non è facile. Il punto d’incontro che abbiamo fissato con questa mozione è chiaro: pro choice e pro life sono la stessa cosa.

Ma in termini pratici come si traduce questa sintonia culturale?

E'una battaglia che non tocca tutto ma sta dentro un’area ben delimitata. Cerchiamo intanto di vincere questa battaglia e magari facendola, ci verranno idee più chiare, ci sarà una confidenza reciproca e più serenità nel confronto.

Primo passo di un percorso che potrebbe diventare anche politico?

 Lo è da un punto di vista culturale.  Da un punto di vista politico, nel momento in cui lo Stato italiano si fa promotore di  una risoluzione Onu, c’è un enorme lavoro da fare. Per ora, si tratta di completare il primo passo. Mi trovo in Polonia per far sì che anche il parlamento polacco porti avanti la stessa iniziativa dell'Italia e che le adesioni aumentino anche da parte degli altri paesi; poi arriveremo all’assemblea generale delle Nazioni Unite , al parlamento europeo e al Consiglio europeo. A settembre sarò negli Stati Uniti dove incontrerò movimenti, associazioni ma anche l’amministrazione Obama che ha promesso di fare qualcosa contro l’aborto, anche qualcosa di non ideologico, qualcosa di pro choice e pro life contemporaneamente.

L’impegno contro l’aborto lo ha chiesto il Papa al presidente americano.  

Mi sembra che al Papa Obama abbia detto qualcosa in questo senso. Adesso bisogna capire cosa farà; è difficile che ribalti la sua posizione o che possa cambiare la maggioranza della Corte Suprema. Questa iniziativa apre un percorso nel quale ritengo che anche gli Usa si possano riconoscere.  

La moratoria sull’aborto può avere riflessi in Italia, magari riaprendo il dibattito sulla legge 194?

Culturalmente mi auguro che questa iniziativa apra un dibattito. Politicamente, ho fatto una proposta che si è data un limite preciso. E per tenere insieme la coalizione che abbiamo cominciato a costruire bisogna sia chiaro che, politicamente, non daremo corso ad alcuna strumentalizzazione per un attacco alla 194. Dal dibattito culturale può darsi nascano altre iniziative che non sarò io a proporre, ma su questa iniziativa, se vogliamo alimentare la fiamma del dialogo che si è accesa, ci vuole molto rigore da parte di tutti.

Sì ma alla fine questo percorso culturale dovrà produrre azioni politiche.

Onestamente non lo so. E’ già difficile fare questo passo, quando sarà compiuto mi porrò il problema del passo successivo. E’ importante che ci sia la congiunzione di tutti. Questa non è una battaglia strumentale ma ha un valore in sé. Spero che rafforzi la consapevolezza del valore della vita. Idealmente, uscendo dall’ambito politico e giuridico, penso che libertà e maternità vanno insieme, perché nessuna donna se è veramente libera vuole abortire.

Lei ritiene che in prospettiva ci sia da rimettere mano alla 194?

Condivido interamente le parole di Livia Turco che ha detto che l’aborto non è un diritto, può essere un'odiosa necessità. Ripristinare nella coscienza della nazione questa verità moralmente neutra e fare tutto ciò che si può fare nell’ambito della 194, fermo restando che non si tocca, mi pare un buon inizio. Credo che saremmo tutti d’accordo sul fatto che specie l’articolo 1 della legge merita un’applicazione molto più estesa. C’è un problema di politica della maternità,  aborti fatti per ragioni economiche - i numeri parlano di un 10-15 per cento – e in prevalenza sono donne extracomunitarie. Vogliamo occuparcene o no? C’è il problema del sostegno psicologico e  sociale per creare attorno alla donna incinta condizioni di sostegno e sicurezza; perché talvolta la donna è sola senza un  contesto che l’aiuta; ciò che cercano di fare i centri aiuto alla vita ai quali dobbiamo chiedere  di essere discreti e non ideologici e mi pare non lo siano. Occorre dare accesso  più facile alle donne in difficoltà e i consultori vanno un po’ sburocratizzati perché è vero che tante volte ci si ferma all’intenzione della donna ma se nei consultori ci mettiamo due persone che devono far fronte a ventimila domande e non hanno nessuno strumento per offrire aiuto, va da sé che qualcosa non funziona. Non si tratta di colpevolizzare quanti ci lavorano ma studiare con loro come migliorare il servizio affinchè i consultori facciano di più per applicare la  194 che rispetta la scelta della donna ma è anche animata dalla convinzione che se si riesce a offrire un’alternativa all’aborto, è meglio.

In tema di aborto, questo percorso potrebbe contenere anche qualcosa sulla Ru486?

Può darsi che non possa non tenerne conto; quando ci arriveremo ne parleremo, adesso è un’altra cosa. Ci sono cose sulle quali io ho le mie idee sulle quali altri che fanno questa battaglia con me non sono d’accordo, ma non dobbiamo legarle. Il punto è che mentre noi litighiamo, nel mondo si continua a usare l’aborto come strumento di controllo demografico, annullando la libertà delle donne.

Il fatto che sui temi etici vi sia una convergenza sostanziale tra Udc e Pdl può rappresentare la base per un cammino comune, magari ipotizzando un progetto federativo o tutto è perduto definitivamente?

L’Udc e il Pdl hanno molti punti di contatto. La nostra opposizione è diversa da quella degli altri, non è ideologica ma calibrata sul terreno dell’efficacia dei singoli provvedimenti. Ringrazio il Pdl per aver votato convintamente la mia mozione e noi altrettanto abbiamo fatto con la loro, ma la finalità di questa battaglia è coinvolgere tutti, creare una verità morale della nazione al di sopra degli schieramenti politici. Certo, è più facile crearla nel Pdl, tra me e la Roccella non ci vuole un gran lavoro o come fra me e la Binetti, anche se la differenza è che la Roccella esprime una maggioranza nel Pdl mentre non è così per la Binetti rispetto al suo partito. Detto questo, noi dobbiamo lavorare perché su un’area limitata passi una coscienza comune degli italiani e si possa formare una coscienza comune mondiale. Per riuscirvi, dobbiamo tenere questo tema separato dagli altri.

Insisto: non c’è il rischio che alla fine tutto rimanga dentro un recinto e quindi abbia un’efficacia limitata?

Le rispondo con due citazioni. La prima è di  Bernstein: il fine non è nulla, il movimento è tutto. Si cammina verso un obiettivo, l’importante è che ci sia il movimento perché è quello che genererà il futiuro. La seconda citazione è di Don Sturzo: in politica il tempo è tutto e le cose che non sono possibili in un momento, possono diventare possibili in un altro momento.

© L'Occidentale 17 giugno 2009

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