Rassegna stampa Speciali

Con la revoca della scomunica ai lefebvriani il Papa non abbraccia le loro idee, ma spiega le sue

di Gianni Baget Bozzo
Papa Benedetto XVI ha rimosso la scomunica che aveva colpito i quattro vescovi consacrati dal vescovo Marcel Lefebvre per la Fraternità sacerdotale San Pio X, ma con questo gesto non ha chiuso la questione aperta con l'anatema. Ha voluto aprire la via, ma la conclusione ha ancora da venire.
La Chiesa cattolica ha tolto le scomuniche alla Chiesa di Costantinopoli e alle Chiese ortodosse in comunione con essa, e ha compiuto una dichiarazione comune sulla giustificazione con i luterani e con i metodisti. Con ciò, però, non ha accettato le posizioni ortodosse e luterane sulla Chiesa, che rimangono diverse da quelle cattoliche, tanto è vero che non è nata nessuna comunione ecclesiale. Il Papa ha voluto togliere una sanzione giuridica per poter giungere a una comunione reale, ma questo non è avvenuto né con gli ortodossi né con i luterani. E non è avvenuto nemmeno con la Fraternità San Pio X, che non ha ancora riconosciuto la legittimità del Concilio Vaticano II.
Con la rimozione della scomunica, cioè, si è superata la dimensione formale dello scisma, ma non è avvenuta la composizione del conflitto nell'unità della Chiesa. Rimangono quindi differenti opinioni rilevanti riguardo alla stessa realtà ecclesiale sia nel caso dell'ortodossia e dei luterani che in quello dei lefebvriani. E a maggior ragione non sono state approvate nemmeno le opinioni dei singoli lefebvriani, come quelle del vescovo Williamson che nega la realtà della Shoah.
Che dei cattolici abbiano visto nel gesto del Papa altro rispetto alla carità usata nei confronti di tutte le divisioni e di tutti gli scismi avvenuti nei corpi dei cristiani sorprende. Essi dovrebbero comprendere, ancora più degli ebrei, come la posizione della Chiesa circa l'antisemitismo e l'antigiudaismo non sia certamente cambiata da questo gesto di bontà. Gesto che è la premessa di un accordo che, se verrà, comprenderà certamente anche punti dottrinali come la posizione della Chiesa circa Israele.
Il vero fatto rimane perciò la ricerca della comprensione della Fraternità San Pio X e della convergenza sulle differenze ancora esistenti. Il Papa sa che la riforma liturgica è stata occasione di una sofferenza ecclesiastica che non poteva essere superata con atto di autorità e che ha rappresentato una ferita aperta nella Chiesa anche oltre la fraternità di Ecône.
Papa Benedetto XVI ha riconosciuto che la liturgia cattolica tradizionale non era stata abolita e non poteva esserlo, perché la liturgia è la sorgente permanente della Chiesa, è la sua identità che non può essere tolta. La Fraternità San Pio X ha avuto il merito di mantenere viva l'antica liturgia, ha testimoniato l'esistenza della continuità liturgica tra la Chiesa preconciliare e quella conciliare. Ha avuto quindi una funzione positiva nel mantenere nella fede coloro che sentivano il cambiamento della liturgia come cambiamento dell'identità della Chiesa o come un venir meno di essa. Questo fenomeno è certamente accaduto. Per questo il cardinal Siri si preoccupò a lungo di giungere a un accordo della Santa Sede con Lefebvre, e fu per lui una sconfitta non essere riuscito a comporre l'accordo prima della consacrazione dei vescovi in forma scismatica.
Il Papa spera di riuscire a concludere un ritorno pieno della comunità di Ecône all'unità della Chiesa e all'accettazione del Vaticano II. Un accordo avallerebbe la tesi che sostiene Benedetto: quella secondo cui il Concilio fu in continuità con la tradizione e non ruppe con essa. Non fu una rivoluzione ma un rinnovamento. Alcuni cattolici pensano che la propria identità sia determinata dal Concilio come rottura della tradizione. La composizione dello scisma lefebvriano mostrerebbe quanto questo pensiero sia fuori dall'unità della Chiesa.
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