Rassegna stampa Speciali

Il caso Schiavo è stato al contrario una vittoria del potere

Intervista a Orlando Carter Snead, consigliere di Bush per le questioni di bioetica

di Roberto Persico  A guardarlo in faccia sembra un ragazzino. A sentirne il timbro della voce un giovanotto che si sta infervorando per la sua squadra preferita. Ma dietro l'aspetto sorridente e cordiale - non è una facciata, è che lui è davvero così - fa capolino un'intelligenza affilata come i bisturi dei medici delle cui attività si occupa, e i suoi commenti che appaiono regolarmente su fogli come New York Times Magazine, Washington Post, Wall Street Journal, Washington Times, hanno fatto imbufalire più di un avversario. Perché il campo di Orlando Carter Snead è quello, rovente, della bioetica. Giurista di formazione, oggi ha 35 anni, un'età in cui da noi probabilmente farebbe ancora il portaborse di qualche onorevole o di qualche barone; lui invece è già stato tra i consiglieri di Bush per la bioetica durante il primo mandato di questi, rappresentante degli States all'UNESCO nel dibattito per la stesura della Dichiarazione Universale sulla bioetica, e dal 2005 insegna all'Università di Notre Dame, Indiana, dove i suoi seminari sui temi di confine fra ricerca, morale e legge - biotecnologie, eutanasia, pena di morte - sono tra i più frequentati del college.

Quel che manda in bestia i suoi avversari, principalmente, è che lui rivolta come un guanto i loro argomenti, ne scopre implacabilmente gli errori di logica, e li ritorce inesorabilmente contro di loro. Prendiamo per esempio il caso Terry Schiavo. Il dibattito che ha accompagnato la morte della sventurata ragazza è stato presentato dai sostenitori del diritto di "staccare la spina" come una lotta fra il principio di libera scelta e la pretesa dei genitori di imporre un criterio morale esterno - la santità della vita -, e hanno festeggiato la sua morte come un'affermazione del diritto di autodeterminazione, architrave del sistema giuridico e della stessa civiltà americana. Tutto fumo, replica Snead. Andiamo a guardare bene come stanno le cose. Sia il marito che chiedeva la morte sia i genitori che reclamavano la vita si presentavano in realtà come interpreti della volontà espressa da Terry. Ma la corte della Florida, a cui è stato rimesso il giudizio, ha fatto qualcosa di molto diverso da quel che le era stato richiesto: anziché cercare di accertare chi, tra le due parti in causa, interpretasse meglio la volontà della ragazza, ha avocato il giudizio su di sé, emettendo la sua sentenza di morte sulla base di criteri come la "qualità della vita" che nulla avevano a che fare con la libertà di Terry, ma esprimevano il parere dei giudici sulle condizioni che rendono una vita degna di essere vissuta o meno. Vale a dire che la corte si è sostituita al soggetto, anziché cercare di difendere il diritto all'autodeterminazione di un cittadino ne ha deciso la sorte imponendo i propri criteri: ben lontano dall'essere un'affermazione del principio di libera scelta, il caso Schiavo è stato al contrario una vittoria del potere, un pericoloso segnale di come le questioni attinenti la fine della vita, se non verranno attentamente regolamentate, finiranno per consegnare la nostra sorte nelle mani di un sistema che si arroga il diritto di decidere per noi quali criteri rendano una vita degna di essere vissuta.

Tu affermi di difendere la libertà di scelta - gli ribattono dal campo avverso - ma intanto l'amministrazione che servi decide per noi, scegliendo di tagliare i fondi federali per le ricerche nel campo delle staminali embrionali e di aumentare i finanziamenti agli studi sulle staminali adulte. Attenzione, ha risposto Snead in un articolo sul "significato pedagogico" della politica di Bush nel campo della ricerca sulle staminali che ha suscitato furibonde polemiche, il governo non ha "messo il bavaglio" alla scienza, come qualcuno ha scritto, non ha proibito le ricerche sulle staminali embrionali; se ci sono soggetti convinti che quelle ricerche siano da sviluppare, nessuno vieta loro di farlo. La scelta dell'amministrazione Bush - confermata di anno in anno dal 2001 al 2008 - di finanziare solo le ricerche sulle staminali adulte non fa che applicare una risoluzione presa del Congresso nel 1996 - il cosiddetto "emendamento Dickey" - che vieta l'uso di fondi federali per "la creazione di embrioni umani a scopo di ricerca, o per ricerche in cui embrioni umani vengano distrutti, eliminati o consapevolmente sottoposti a rischi maggiori di quelli consentiti per gli studi sui feti in utero". Questa politica peraltro va al di là della semplice applicazione di una legge, perché le leggi contribuiscono sempre a formare una mentalità, come certi episodi ampiamente documentano. Dunque ispirare un'azione legislativa al principio che "la vita umana è degna di profondo rispetto in tutti gli stadi del suo sviluppo" significa intraprendere un'azione che, concretamente, non con discorsi, favorisce la diffusione di tale principio, esattamente (e specularmente) come una legge che permette l'aborto facilita la diffusione dell'idea che l'aborto sia un atto moralmente giusto o perlomeno indifferente; senza peraltro violare la possibilità di chi, in base a convinzioni diverse, ritiene che le ricerche sulle staminali embrionali siano invece lecite. Più in linea con l'idea americana di libertà di così...

Ma i nemici della libertà si annidano dovunque. L'ultima frontiera su cui Snead si è trovato a combattere, paradossalmente, è la difesa della pena di morte. Non perché lui sia un truce vendicativo, tutt'altro. Ma perché persino qui è in gioco la difesa della libertà della persona. Una delle ultime polemiche dei liberal compassionevoli, infatti, utilizza le più recenti scoperte delle neuroscienze per attribuire la responsabilità dei crimini al funzionamento delle loro cellule cerebrali, e non alla loro responsabilità: "La libertà come oggi generalmente la intendiamo è un'illusione generata dalla nostra architettura cognitiva. Attualmente - scrive uno di costoro - la legge si rapporta in modo fermo ma comprensivo nei confronti di individui il cui comportamento è palesemente il prodotto di forze che sfuggono al loro controllo. Un giorno, la legge potrebbe trattare tutti i criminali in questo modo. Cioè, umanamente". Umanamente? Snead fa un salto sulla sedia: "il regime immaginato dai neuroscienziati si dimostrerebbe, ironicamente e tragicamente, ben più duro e meno umano del sistema attuale per gli stessi criminali per cui è richiesta la pena di morte". Non solo perché in senso generale una posizione di questo tipo uccide l'umano nell'uomo, riduce ciascuno a un burattino in balia del funzionamento dei propri circuiti neuronali; ma anche nello specifico: perché, se un assassino è in balia del cattivo funzionamento delle sue cellule cerebrali, non ha via di scampo, gli è preclusa ogni possibilità di cambiamento, di riscatto. E se una delle ragioni fondamentali che sostengono la pena di morte è il rischio elevatissimo che un criminale torni a compiere i suoi atti in futuro, ecco che un assassino-marionetta, per preservare il mondo dai suoi futuri, inevitabili crimini, non può che essere eliminato.

Vie d'uscita dai grovigli di una illogicità imperante? Due, spiega in una recente intervista. Da un lato, un po' di serietà intellettuale, per chiarire i quadri di riferimento in cui i problemi - che sono seri - possano essere impostati in modo adeguato. Dall'altro, soprattutto, "più rapporti umani. Il fatto è che ogni persona che incontriamo ha una qualche esperienza personale che ha a che fare con un caro in situazione terminale, o con un problema di fecondazione assistita, o con un familiare col Parkinson, o con qualcuno che ha abortito". Si tratta di ripartire da qui, dall'esperienza di ciascuno e non da un'ideologia preconfezionata. "Queste sono vicende umane nel senso più profondo del termine. Per questo mi ritengo fortunato a lavorare in questo campo".

Da Tempi

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