Rassegna stampa Speciali

Il coraggio della verità

I media cattolici e i cattolici che operano nel mondo della comunicazione hanno davanti sfide sempre più complesse. Intervista a Augustine Loorthusamy, presidente mondiale di Signis.
Signis è l'organizzazione cattolica mondiale che opera nel campo dei media, dell'educazione e del loro sviluppo in base ai valori cristiani, alla collaborazione ecumenica e interreligiosa. In questa intervista, Augustine Loorthusamy, il presidente mondiale, ha parlato con Ciudad Nueva dell'Uruguay delle sfide che si presentano per i comunicatori cattolici e il rapporto tra Chiesa e società.

Signor Loorthusamy, ci racconti del lavoro di Signis.

«Signis è l'associazione cattolica mondiale per la comunicazione. Opera nel campo dei media e dell'educazione al loro uso sia a livello parrocchiale che nelle scuole e nelle comunità. L'educazione è una parte importante del nostro lavoro, perché a volte non possiamo cambiare i media, ma possiamo cambiare le persone, formandole su come comportarsi di fronte ai media, su come usarli. Su questo terreno, lavoriamo molto con i bambini: sono i leader di domani. E i media puntano molto a loro per fare soldi. È per questo che una delle attività prioritarie per i prossimi due anni sarà un progetto diretto a proteggerli dall’“attacco” dei media e, allo stesso tempo, a educarli ad avere il coraggio di esprimersi. Nell’ultimo congresso mondiale, a Chang Mai, in Thailandia, sono venuti in rilievo gli elementi che ci paiono importanti in questo momento. In primo luogo, il lavoro nella comunicazione per costruire una cultura della pace nel mondo. Noi crediamo che il messaggio centrale della Chiesa cattolica è la pace sulla Terra, non solo in quanto a assenza di guerra, bensì la pace nell'anima e nella mente.In secondo luogo, quando ci sono catastrofi naturali, tsunami, terremoti, Signis si sente coinvolto, e chiediamo ai nostri membri di scrivere e intervenire nei media. Ovviamente il nostro lavoro non è solo all'interno della Chiesa cattolica, ma è ecumenico e interreligioso. Io sono malese, vivo in un paese musulmano, dove lavoriamo a fianco di giornalisti e professionisti indù, musulmani, buddisti. Signis è quindi una associazione professionale che si basa sulla dottrina di Cristo per portare il cambiamento nella società: la giustizia, la dignità, i diritti umani».

Come annunciare la fede in modo credibile e comprensibile in questo contesto di relativismo? Spesso l'annuncio attraverso i media è di carattere moralizzante, e la gente avverte più l’aspetto di negazione “non fare questo, non fare quest’altro”, piuttosto che un approccio positivo e propositivo agli insegnamenti di Gesù...

«Uno dei “marchi di qualità” di una buona comunicazione è dire la verità. Nella Chiesa diciamo con Gesù Cristo "la verità ci farà liberi", ma a volte non sappiamo come esprimere questa verità. Questa è una debolezza della Chiesa cattolica: non parla in modo chiaro, su certe posizioni non c'è sufficiente trasparenza. Vi è quindi una “dis-comunicazione” che è certamente un problema. In secondo luogo, moralizzare non funziona. Oggi la gente vuole testimoni. Se puntiamo il dito, verrà puntato anche contro di noi. È davvero cruciale e decisivo che viviamo ciò che predichiamo, altrimenti non siamo credibili. E questo è il problema. Oggi la Chiesa è chiamata a dire la sua, e ad essere coerente. Se vogliamo che la gente segua un modello, dobbiamo essere modelli, non moralizzare. Questo è molto importante, soprattutto oggi, in quanto le persone sono a conoscenza di molte cose e vogliono partecipare, vogliono dialogo, non monologhi che vengano dall’alto».

Certamente è fondamentale la vita della fede, giorno per giorno, per essere testimoni credibili. A volte, tuttavia, la società sembra non comprendere la Chiesa. La si vede come un'istituzione verticalista, che insegna che se uno è buono va in paradiso, altrimenti va all'inferno. La non conoscenza rende difficile un dialogo costruttivo e autentico...Che opinone ha a questo riguardo?

«È vero. La testimonianza è la grande sfida di oggi. Vede, la Chiesa non è un'istituzione democratica, lo sanno tutti. Ciò spiega solo in parte perché gli altri pensano quello che pensano della Chiesa. E, come se non bastasse, la Chiesa ha il coraggio di chiedere ai governi di essere democratici, trasparenti, e così via. Questo aumenta la "rottura" tra i non-cattolici e la Chiesa. Tale situazione potrebbe cambiare se la Chiesa fosse più franca e aperta, ammettendo i propri errori, dicendo, ad esempio: "su questo punto abbiamo le idee chiare, ma qui siamo deboli". In questo modo la gente vedrà una Chiesa di laici, non della gerarchia.La partecipazione dei laici è fondamentale, e sta già prendendo piede. Ma vogliamo sacerdoti più aperti, che chiedano alla gente: "Sono un buon prete?" e "Come possiamo far sì che la nostra parrocchia sia davvero un bel posto?". E che parlino con i loro vescovi. Questi dovrebbero parlare con i loro sacerdoti e chieder loro: "Come sto andando? Sono un buon vescovo?". Ci deve essere dialogo, andata e ritorno, a tutti i livelli e con le persone. Apertura e trasparenza. Così la Chiesa sarà forte. Solo allora potremo criticare con maggiore autorità i governi e i politici corrotti. In quanto al divario fede e vita, faccio l’esempio delle Filippine, un Paese cattolico che conosco bene, poiché ci ho vissuto per 25 anni. Tra la pratica della fede e la vita quotidiana c’è spesso una chiara separazione, che va corretta. Ma in molti Paesi, tra cui la Malaysia, che è un paese musulmano, la gente si aspetta una parola della Chiesa quando c'è corruzione. Dice: “Che ne pensa il vescovo?”. Molte volte il vescovo non dice nulla, e se tace, la gente dice che la Chiesa non è coraggiosa. “E se la Chiesa non è coraggiosa – pensa – come possiamo essere coraggiosi noi?”.
La Chiesa dovrebbe essere sia pastorale che profetica. Pastorale significa vivere la condivisione, la cura reciproca, essere una Chiesa dell'amore. Profetica significa prendere una posizione. Per farlo occorre essere coraggiosi, perché si può rischiare molto, in alcuni casi anche la vita. Ma se non siamo disposti a questo, non siamo profeti».

Che cosa pensa del dilemma "avere media cattolici o cattolici che lavorino nei media?". Probabilmente entrambi sono necessari, ognuno con un linguaggio aggiornato e adeguato al suo scopo...

«Cominciamo con i media cattolici. Ci sono due dimensioni: una è la fede, l'aspetto catechetico: la Messa, e i programmi che parlano di battesimo, per esempio, o i documentari che spiegano la Cresima. Sono necessari, ma se la programmazione si esaurisce con questo, è finita. I nuovi media cattolici devono presentare ciò che i cattolici pensano sulla gente, sulla vita sociale, l'ambiente, l'inquinamento, i rapporti umani nella società, la corruzione... Ad esempio nelle Filippine, all’epoca del regime di Marcos, i media cattolici erano i numeri uno. La stazione radio cattolica era considerata la radio che diceva la verità, perché la gente non credeva nei media ufficiali, che erano manipolati. Per fortuna c’era in quel momento un gran cardinale, mons. Jaime Sin. Lui parlava con coraggio, diceva al governo: "Questo va bene, questo è sbagliato". E ha aiutato la rivoluzione del popolo. Anche i media cattolici devono essere profetici, oltre che pastorali. D'altra parte, ci sono i cattolici nei media. In Malesia non ci sono mezzi di comunicazione cattolici. Signis Malesia è composta da professionisti che lavorano nei media secolari. Ci incontriamo e ci incoraggiamo, ci chiediamo che cosa dobbiamo scrivere su questa o quella notizia, ci interroghiamo su quello che hanno da dire i valori del Regno di Dio e la sua giustizia in questo scenario. Cerchiamo di essere "sale della terra" nei media secolari. Abbiamo bisogno di entrambe le cose: media cattolici e cattolici nei media. Ma i media cattolici devono essere qualcosa di più di un semplice canale di preghiera. Sono necessari altri tipi di programmi: di salute, istruzione, famiglia, per il bene comune. Allora la gente dirà: “Guarda: questo canale cattolico è di qualità, perché parla dei nostri problemi, della solitudine, del divorzio, della famiglia ... di tutte le questioni di cui è importante parlare. La cosa più importante nella comunicazione di oggi è che la radio, la TV, la rivista o il quotidiano lavorino bene e arrivino alle persone. Non possiamo aspettarci che la gente compri solo perché si tratta di media cattolici. La gente compra quando vede che quel giornale o quel canale è utile. E questo è qualcosa di cui la Chiesa non si sta occupando abbastanza. Negli Stati Uniti, per esempio, esistevano 400 riviste e quotidiani cattolici. 390 hanno chiuso. La gente non li trovava rilevanti per la loro vita: troppe parole, non erano sufficientemente creativi, o non se la “giocavano” abbastanza. È un mercato e si deve competere sul mercato, puntando sulla qualità».
 

Non è facile sapere cosa pensa, desidera o ha bisogno il pubblico...

«Allora facciamo scrivere la gente. Teniamo in conto la pluralità e la diversità. Anche se qualcuno critica la Chiesa, si deve avere il coraggio di pubblicarlo nel nostro giornale cattolico. Non è facile. I media cattolici che hanno successo hanno le redazioni piene di giovani e di una varietà di persone, non solo preti e suore. E ci sono conservatori e progressisti in quanto alla vita della Chiesa. Dobbiamo esprimere entrambe le posizioni, essere plurali. La cosa più importante non è chi ha ragione e chi non ce l’ha, ma consentire l'espressione della pluralità e della diversità. Che scrivano uomini, donne, sacerdoti, giovani, anziani, professionisti, e che presentino con onestà intellettuale diversi punti di vista.

© http://www.laurentevere.it/index.html - 18 marzo 2010

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