Rassegna stampa Speciali

IL PRETE NELLA RETE DEVE ESSERE UN POETA

"Il prete nella Rete deve essere un poeta". Ne è convito mons. Domenico Pompili, direttore dell'Ufficio Cei per le comunicazioni sociali e sottosegretario Cei, intervenuto al convegno in corso alla Pontificia Università Lateranense in vista della 44ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali (16 maggio). Citando un saggio di Karl Rahner del 1963, "Sacerdote e poeta", mons. Pompili ha spiegato che "la parola poetica è quella che consente al lettore di interpretare la propria esistenza, perché invoca la Parola di Dio: come il poeta, il sacerdote è ministro della Parola". La parola poetica, ha proseguito, "è intrisa di significato e di relazionalità, più che essere informativa. Come la conchiglia, sa evocare, sa suscitare qualcosa dell'infinità del vasto mare". "La Rete non va occupata, va abitata", ha ammonito mons. Pompili soffermandosi sull'importanza, per il sacerdote, di utilizzare Internet e le nuove tecnologie nell'agire pastorale, in quanto "straordinaria pista per accorciare le distanze". "Nella Rete - ha affermato mons. Pompili - il prete è colui che riduce le distanze tra la Chiesa e le persone, anche quelle che si sentono lontane da Dio". Abitando il mondo digitale, il sacerdote "anima un ambito che fa dell'orizzontalità la propria bandiera aprendola alla verticalità, senza la quale la Rete rischia di essere vuota e autoreferenziale". Come per altre figure di riferimento, è la tesi di mons. Pompili, "l'autorevolezza del prete non sta tanto nel suo ruolo, che oggi non ha grande rilevanza sociale: l'unica forma di autorevolezza che viene riconosciuta è la qualità della propria testimonianza. Il ‘ruolo'è illuminato soltanto da una testimonianza credibile, altrimenti diventa una zavorra". Di qui la necessità del "feedback", che "è una modalità tipica della Rete: solo la libertà dell'essere umano può rendere tutto il percorso significativo", ha concluso.

© SIR - 11 maggio 2010