Rassegna stampa Speciali

La lettera che uccide è fatta di parole senza spiegazioni

san-francesco-stigmate.jpgAndré Vauchez - Osservatore Romano - Oggigiorno nessuno potrebbe mai classificare Francesco d'Assisi come un fanatico religioso o un uomo di spirito settario. Al contrario, poche figure di santi cattolici sono così ben viste dai nostri contemporanei, non solo nell'insieme delle Chiese cristiane, ma anche presso i musulmani, i buddisti e, in maniera generale, dai non cristiani, come attesta il fatto che Papa Giovanni Paolo II abbia scelto proprio Assisi nel 1986 per la famosa giornata di preghiera per la pace. Non è neanche eccessivo vedere nel Poverello una delle grandi figure spirituali dell'umanità, alla quale ciascuno ha la possibilità di riferirsi al di là delle differenze confessionali e delle divergenze dottrinali. Tuttavia l'esperienza religiosa di Francesco, quando si cerca di riassumerla "in brevi parole" - per riprendere un'espressione che gli era familiare - appare come un tentativo spinto fino all'estremo per conformarsi in maniera letterale al Vangelo tanto da farne una norma assoluta di comportamento, sia per se stesso che per la fraternità che si era costituita attorno a lui.
(...) Così, attenendosi ad una lettura immediata dei fatti, l'esperienza originaria di Francesco si presenta come un miscuglio di entusiasmo religioso e di "letteralismo" evangelico, che presenta certamente delle similitudini in rapporto a quello che oggi verrebbe definito un movimento fondamentalista. Ora noi sappiamo, con il distacco che ci procura la distanza storica, che il francescanesimo non ha seguito questa via. Resta da sapere come e perché abbia saputo evitare la deriva alla quale pareva destinato, visti i suoi orientamenti originali. Esso si pone alla confluenza di due correnti che hanno profondamente segnato l'Occidente nel corso del dodicesimo secolo per quanto riguarda l'aspetto religioso e culturale:  da una parte il desiderio generale di risalire a delle fonti autentiche o più autentiche, e dall'altro lato una volontà di rinnovo tramite un'interpretazione letterale dei testi sacri. In questo senso Francesco appare, a tutta prima, più come un uomo del dodicesimo secolo che del tredicesimo, se si definisce quest'ultimo come l'epoca d'oro della Scolastica, vale a dire un'apoteosi della glossa eretta come principio di base dell'insegnamento e della cultura sapiente.
Il grande movimento designato sotto il nome di "Rinascimento del XII secolo" può in effetti definirsi come un tentativo sistematico di ritorno alle fonti, nel doppio senso di questo termine che rinvia sia alle origini che ad un corpo testuale libero dalle scorie di una tradizione deformante. Questa aspirazione generale ha abbracciato delle forme molto varie, sin dal ritorno in vigore del cursus antico negli atti di cancelleria e dalla restaurazione di forme di produzione architettoniche e decorative paleocristiane nelle basiliche romane fino ai tentativi dei giuristi di Bologna di ritrovare il testo originale ed integrale del diritto imperiale romano, al di là delle compilazioni parziali dell'alto medioevo. In tutti i campi si rese dunque necessario il passaggio da una tradizione impura - testi incompleti, apocrifi o falsi - ad una tradizione più pura, vale a dire ad un testo fondatore considerato come l'archetipo ed il modello ideale. Questa "reformatio" ante litteram si instaura in un contesto culturale dove si prefigurava il progresso come un ritorno alla perfezione delle origini e dove anche un pensatore apparentemente così rivolto verso il futuro come Gioacchino di Fiore "non concepisce l'anticipazione delle cose a venire se non come una vasta anamnesi del passato".
A proposito della sacra Scrittura questa aspirazione fu all'origine della ricerca appassionata della hebraica veritas, vale a dire di una lettura cristiana fondata sul testo ebraico della Bibbia, impresa nella quale si lanceranno certi esponenti della scuola dei Vittorini, convinti che l'accesso ai sensi veritieri dell'Antico Testamento passasse per la riscoperta della sua littera. Questa propensione si ritrova ugualmente, mutatis mutandis, nella maggior parte dei movimenti religiosi dell'epoca, sia che si tratti della riforma detta gregoriana, accentrata sul ritorno all'Ecclesiae primitivae forma, o dell'ideale della Vita Apostolica, radicata nel modello della prima comunità cristiana di Gerusalemme, così com'è descritta negli Atti degli Apostoli (4, 32-35). Com'è noto, quest'ultimo testo, ispirò all'epoca delle esperienze religiose molto diverse come quella dei canonici regolari discepoli delle differenti varianti della regola detta di sant'Agostino, fino a quella della comunità di Fontevrault, così come Roberto d'Arbrissel la concepisce attorno al 1100.
È in questo contesto che è apparsa, all'inizio del dodicesimo secolo, l'idea che il Vangelo potesse costituire lui solo la regola della vita cristiana. Santo Stefano di Muret, il fondatore dell'abbazia di Grandmont, scrisse in effetti di quest'epoca, a favore dei suoi primi compagni, che "non c'è altra regola se non quella del Vangelo di Cristo" e che quest'ultimo rappresentava la sola via attraverso la quale un cristiano potesse sperare di guadagnare il Regno dei Cieli. Ma quest'intuizione, che precede di un secolo buono quella del tutto simile di san Francesco, non trovò ai suoi tempi risonanza nella Chiesa. In effetti, per tutto il dodicesimo secolo, l'evangelismo si sviluppò soprattutto nell'ambito di movimenti di contestazione religiosa che agivano per un ritorno alla pura tradizione cristiana che la Chiesa avrebbe tradito, almeno a cominciare da Silvestro e Costantino, attaccandosi ai beni di questo mondo e lasciandosi corrompere dall'esercizio del potere temporale. Taluni, come i catari, le rimproveravano anche di aver volontariamente dissimulato una parte del messaggio divino che aveva per missione di trasmettere, in particolare il carattere puramente spirituale della salvezza, così come viene definita nel vangelo di Giovanni, ed aspiravano ad un evangelismo integrale fondato sul rigetto dell'Antico Testamento e di tutte le mediazioni sacramentali ed istituzionali tra il divino e l'umano. A furia di brandire il Vangelo contro la Chiesa e di condannarla in suo nome, questi movimenti finirono per creare un vero e proprio sospetto all'interno della Chiesa, sia da parte dei laici che richiedevano il diritto di accedere direttamente alla Parola di Dio, sia da parte del clero che si opponeva a queste richieste. Ci volle tutta la santità personale di Francesco per ridurre questa frattura e reintegrare l'ideale evangelico nell'ambito dell'istituzione.
Come abbiamo visto, si affermò, parallelamente, a diversi livelli, la tendenza a ritornare all'interpretazione letterale dei testi fondatori per ritrovarvi il significato originale. Così, nelle prime generazioni cistercensi e nella loro polemica contro il vecchio monachesimo si esprime il desiderio di ritrovare l'intenzione originaria, vale a dire lo spirito autentico, della regola di san Benedetto, come sottolinea il prologo dell'Exordium magnum ordinis Cistercensis: 
"Ad puritatem simplicitatemque sanctae regulae pure simpliciterque tenendam prompto animo flagrantes, [...] qui perfectionis vitae et regulae sancti patris Benedicti ad litteram tenendae desiderio, arctam et angustam viam ingressi sunt".
In Francesco, che inizialmente era un laico, si ritrova ancora più nettamente la tendenza, comune a tutti i movimenti religiosi popolari dell'epoca, a prendere sul serio le parole stesse del testo sacro. Il Poverello d'Assisi era ben lontano dal vedere, sia in queste parole che nelle ingiunzioni, talvolta molto rudi, che contenevano delle espressioni, che conveniva interpretare in un senso puramente simbolico, dei semplici flautus vocis, intendeva, invece, metterle in pratica in maniera diretta ed immediata anche a rischio di lasciar scioccati. Non si trattava certo di una novità assoluta:  nel mondo bizantino si conoscevano già da molto tempo i santi saloi e altri "folli in Cristo", che applicando alla lettera certi passaggi del Nuovo Testamento relativi al rifiuto del mondo, ma anche al disprezzo di se stessi e alla "follia" caratteristica dei discepoli di Cristo, conducevano un'esistenza marginale e allo stesso tempo scandalosa che attirava su di loro l'attenzione e talvolta la persecuzione. Francesco ha forse conosciuto questa tradizione orientale o l'ha ritrovata da sé come ciò sembra più probabile? È sempre stata sua intenzione proclamata comportarsi in maniera "irragionevole" agli occhi del mondo - alter pazzus - la messa in scena della sua nudità quando si fece trascinare da uno dei suoi fratelli con la corda al collo e andò a predicare per Assisi così conciato, la bizzarria del comportamento di fra Ginepro o di Giovanni il semplice, tutto ciò andava nel senso di una volontà sistematica di fedeltà "alla lettera" al Nuovo Testamento e del rifiuto di tutte le letture distanti o esegetiche sapienti della Parola di Dio.
Infatti, sin dal momento della sua conversione fino al suo ultimo respiro, il Poverello di Assisi sembra aver provato una repulsione profonda di fronte alla glossa, vale a dire per i commenti che potrebbero fare schermo tra il testo sacro e l'individuo, permettendo a quest'ultimo di schivare le sue esigenze concrete ed immediate. Si conoscono le esortazioni commoventi che egli lanciò nel suo testamento, all'avvicinarsi della sua morte, affinché i fratelli seguissero la regola senza cercare di interpretarla: 
"E il ministro generale e tutti gli altri ministri e custodi siano tenuti, per obbedienza, a non aggiungere e a non togliere niente da queste parole. [...] E a tutti i miei frati, chierici e laici, comando fermamente, per obbedienza, che non inseriscano spiegazioni nella Regola né in queste parole dicendo:  "Così devono essere intese"; ma come il Signore ha dato a me di dire e di scrivere con semplicità e purezza la Regola e queste parole, così voi con semplicità e senza commento cercate di comprenderle, e con santa operazione osservatele sino alla fine".
Leggendo questo testo fondamentale si percepisce - e questo è confermato dall'analisi lessicale dei suoi scritti - che Francesco, a differenza di certi propositi che gli attribuirono alcuni testi agiografici posteriori, non impiega mai l'espressione litteraliter o ad litteram, tranne in un passaggio delle sue Admonitiones dove commenta in questi termini la famosa frase di san Paolo (1 Corinti, 3, 6) sulla lettera che uccide e lo spirito che vivifica:  "sono uccisi dalla lettera quei religiosi che non vogliono seguire lo spirito della divina Scrittura, ma piuttosto bramano sapere le sole parole e spiegarle agli altri". Senza che essi l'abbiano mai espresso in un discorso concettuale, il problema con il quale si scontrarono il Poverello e i suoi compagni nella messa in pratica del loro modello di vita evangelica può riassumersi in questi termini:  come attenersi il più possibile al testo sacro evitando la glossa o interpretazioni superflue, senza cadere pertanto in un letteralismo arido o ridicolo?
Per superare questa apparente contraddizione, bisogna risalire fino alla convinzione intima che già animava, come abbiamo visto, i riformatori del monachesimo del dodicesimo secolo e che Francesco condivideva senza alcun dubbio, come dimostrano le testimonianze dei suoi contemporanei. Egli infatti aveva capito che il senso autentico della Scrittura risiede anche nella stessa parola scritta del testo sacro, solo garante dell'autenticità dello spirito e dell'urgenza della carità che spingeva alla sua messa in pratica. In effetti, per l'uomo medievale, il rapporto tra parola scritta e spirito è paragonabile a quello che gli intellettuali stabiliscono tra forma e materia:  la parola scritta serve ad incarnare lo spirito e prende tutto il suo valore dal modo in cui la contiene e l'esprime integralmente; da qui l'accento posto da Francesco in maniera tenace ed appassionata, sull'osservanza più concreta possibile del Vangelo e della regola dei frati minori che, ai suoi occhi formavano un tutt'uno con lui. Ma il rispetto letterale del testo non era per lui fine a se stesso:  egli non impiega mai, in questo contesto, le parole litteraliter o ad litteram, ma l'espressione spiritualiter et pure. Darne una traduzione soddisfacente non è cosa semplice; si potrebbe essere tentati di affermare che il Poverello di Assisi era partigiano di un'osservanza "spiritualmente letterale" della regola, nella misura in cui essa costituiva non un assoluto, ma un mezzo relativo ad un fine, al servizio del progresso spirituale dell'individuo e della comunità nella quale era inserito. In effetti, ai suoi occhi, l'essenziale non era tanto il rispetto capillare delle sue prescrizioni, quanto l'esigenza di una coerenza personale integrale, il non restare fermi alle parole, per quanto fossero sublimi, ma lasciarsi coinvolgere da queste ed impegnarsi sulla strada che esse aprivano - qui emerge l'importanza della parola "cominciare" nei suoi scritti. Lo scopo individuato era di far coincidere l'interiore con l'esteriore, il comportamento con la parola, al fine di giungere ad essere perfettamente conformi a Cristo, vero Dio e vero uomo. In un certo senso dire e fare sono la stessa cosa e, ricorrendo a una espressione moderna, possiamo sostenere che Francesco era convinto della potenza performatrice della parola. Ma chi parla e non agisce di conseguenza è già un traditore.
Anche qui l'analisi lessicale si rivela feconda per penetrare nell'universo spirituale del Poverello di Assisi. Bisogna, in effetti, sottolineare che nei testi in cui evoca le relazioni tra l'uomo e Cristo, Francesco non impiega mai il termine "imitare" (imitari, imitatio), ma il verbo "seguire" (sequi). Il modello è "il Signore nostro Gesù Cristo, del quale dobbiamo seguire le orme". In questo c'è molto più che una semplice sottigliezza di linguaggio, poiché quello che prescrive non è un'imitazione letterale, bensì una sequela creativa:  i frati minori e, in maniera più generale, tutti i cristiani che vogliono seriamente raggiungere la salvezza, dovranno accettare - in una situazione evidentemente differente e variabile per ognuno - di subire delle prove simili a quelle che Cristo ha subito durante la sua vita terrena - povertà, solitudine, sofferenza, abbandono, ecc. - sforzandosi di riscontrare le sue inclinazioni fondamentali, e particolarmente lo spirito di preghiera e di amore, per meritare di sfuggire al suo seguito alla "morte seconda". Conformarsi a Cristo non è altro che vivere nella fedeltà allo Spirito che l'animava; e dunque Francesco avrebbe detto un giorno, se bisogna credere al suo primo biografo, come fosse proprio lo Spirito Santo il vero ministro generale dell'ordine dei frati minori. Da qui la sua istanza sulla necessità per i frati di osservare la regola spiritualiter e di comportarsi in conseguenza - ambulare spiritualiter, conversari spiritualiter - vale a dire in tutta semplicità (simpliciter). Infatti, i due termini simpliciter e spiritualiter sono, per lui sinonimi e definiscono un comportamento che consiste nel seguire la regola senza fare commenti né interpretazioni e di metterla in opera integralmente, poiché lo Spirito è quel dono che possiedono gli umili nel prendere Dio in parola e lasciarsi guidare da Lui. Questo "spirito alla lettera" - se si può chiamarlo così - si oppone in Francesco a quello che potremmo definire lo "spirito della carne". La "carne", in questo contesto, evidentemente non designa il corpo fisico, ma la tendenza, naturale dell'uomo in ragione della sua natura di peccatore, ad appropriarsi del dono di Dio e a gloriarsi dei suoi talenti o della sua saggezza, come se essi fossero cose proprie. Questa falsa santità, vera impostura e peccato contro lo Spirito, è incarnata secondo lui dai predicatori che si accontentano di annunciare la Parola di Dio senza metterla essi stessi in pratica:  "Guai al religioso che si diletta in parole oziose e vane"; "Guai a quel religioso che non custodisce nel suo cuore i beni che il Signore gli mostra e non li manifesta agli altri attraverso le opere, ma piuttosto, col vano pretesto di una ricompensa, preferisce manifestarli agli uomini a parole". È dunque questa, per Francesco "la lettera che uccide", secondo l'espressione di san Paolo, in opposizione alla lettera che salva, che è apertura e disponibilità a seguire la Parola o la Regola che l'attualizza nel mondo. Lo spirito autentico si riconosce in effetti nei suoi frutti, che sono la ricerca della povertà, la purezza di cuore, l'umiltà, la pazienza nelle persecuzioni e nelle malattie, l'amore per i nemici e il perdono delle offese, attitudini spirituali che sono le componenti essenziali della stessa nozione di minoritas, vale a dire dello stile di vita e di comportamento di un vero frate minore. In ultima analisi, si può dunque affermare senza esitazioni che il francescanesimo non rappresenta un fondamentalismo nella misura in cui esso valorizza meno la lettera del testo sacro che l'attitudine di colui che vi si riferisce:  in questo senso, la distinzione tra un approccio "carnale" e un approccio "spirituale" del Vangelo o della Regola, gioca qui un ruolo centrale discriminante. Per il Poverello di Assisi, la vita religiosa non si definisce come una lotta contro gli altri o il mondo, bensì contro se stesso. L'uomo non deve cercare di imporre la sua verità o la sua legge agli altri, né di fare violenza a chiunque. Egli non deve prendersela che con se stesso e con le sue inclinazioni cattive.

(©L'Osservatore Romano - 27 gennaio 2008)

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