Rassegna stampa Speciali

La via fondamentale dell'uomo che si rivela all'uomo

A trent'anni dalla «Redemptor hominis»

"A 30 anni dalla "Redemptor hominis". Memoria e profezia" è il convegno che si svolge il 10 e l'11 marzo presso la Pontificia Università Lateranense. Il convegno è organizzato dallo stesso ateneo e dal Pontificio Istituto Pastorale Redemptor Hominis. Il cardinale patriarca di Venezia ha sintetizzato per "L'Osservatore Romano" il suo intervento. Sotto pubblichiamo uno stralcio di un'altra delle relazioni.

di Angelo Scola

battesimo-gesu.jpgPer riflettere sulla Redemptor hominis, trovo opportuno richiamare la celebre provocazione di Thomas S. Eliot:  "È la Chiesa che ha abbandonato l'umanità o l'umanità che ha abbandonato la Chiesa?". Lo scavo della questione antropologica condotto da Giovanni Paolo II - sappiamo bene che Karol Wojtyla aveva già ampiamente affrontato il tema prima del suo pontificato (cfr. Persona e atto) - non lascerebbe dubbi circa la risposta:  "La Chiesa non può abbandonare l'uomo, la cui "sorte", cioè la salvezza o la perdizione, sono in modo così stretto e indissolubile unite al Cristo" (Redemptor hominis, 14). Il vincolo che lega la Chiesa all'uomo e l'uomo alla Chiesa è indissolubile in quanto radicato nel mistero dell'incarnazione e redenzione del Figlio, indagato da Redemptor hominis nell'orizzonte di un "cristocentrismo obiettivo".
La Chiesa, quindi, per sua natura, non dovrebbe mai abbandonare l'uomo. Ma, a trent'anni dall'enciclica, tanta immediata fiducia in tale semplice convinzione è realistica o non suona, piuttosto, come un'acritica pretesa? Il cammino compiuto dall'uomo occidentale nell'articolato percorso che va dalla modernità alla post-modernità sembra infatti documentare il suo progressivo allontanamento da ogni sorta di legame e appartenenza ecclesiale.
L'esito di questo processo è suggestivamente evocato dal grido con cui Friedrich W. Nietzsche, confutando alla radice le pretese dell'universalismo kantiano, rivendica l'ingresso dell'uomo in una nuova dimensione svincolata da qualsiasi riferimento veritativo:  "Noi (...) vogliamo diventare quello che siamo:  i nuovi, gli irripetibili, gli inconfrontabili, i legislatori di se-stessi, quelli che si danno da sé la legge, che si creano da sé".
A questo proposito è importante sottolineare che il pensiero post-moderno - di cui Nietzsche può a pieno titolo essere considerato il profeta - nel giusto tentativo di superare le aporie della ragione illuminista, ha però anche finito col demolire l'uomo come "universale concreto". Tema cui la Redemptor hominis, fortemente ancorata in Gaudium et spes, fa continuo riferimento. In questa prospettiva non si potrebbe più parlare né della singola persona intesa come soggetto integrale, frantumato nei singoli atti della sua volontà, né della sua "sorte" - per usare la bella espressione di Redemptoris hominis 14 - totalmente affidata alle possibilità offerte dal connubio tra scienza e tecnologia, di volta in volta valutate unicamente in termini di scelte soggettive e utilità strumentale. Il soggetto non sarebbe più l'uomo "nella sua irripetibile realtà dell'essere e dell'agire, dell'intelletto e della coscienza e del cuore" (RH, 14), ma soltanto un'entità tecnocratica e collettiva di cui il singolo uomo rappresenterebbe una mera funzione.
Ma se davvero parlare di uomo come persona-soggetto di diritti e doveri è il risultato di un arbitrio - di "un'interpretazione", direbbe il pensiero post-moderno - allora la Chiesa, quand'anche riuscisse a proporsi all'altezza del "nobile Redentore", non avrebbe più, propriamente parlando, il suo interlocutore - l'uomo concreto. Di conseguenza la sua missione risulterebbe priva di significato o tutt'al più, come da più parti le si rimprovera, soltanto "un decisivo nodo di potere".
"Eppure - scriveva l'allora arcivescovo di Cracovia Karol Wojtyla - esiste qualcosa che può essere chiamato esperienza dell'uomo" (Persona e atto, 35). Nell'inesauribile convinzione che l'esperienza elementare dell'uomo, nella sua "sostanziale semplicità" supera qualunque "incommensurabilità" e qualunque "complessità", questa avversativa iniziale continua ad avere una presa assai realistica. Lascia intendere che la travagliata situazione dell'uomo contemporaneo non può essere aggirata neppure dalla tecnoscienza. Va percorsa fino in fondo, perché lo esige la domanda suprema di significato - "Chi alla fine mi assicura?" - inestirpabile dall'esperienza costitutiva (integrale/trascendentale e categoriale/elementare).
In quanto costitutiva questa esperienza è, in un certo senso, autoevidente poiché se "l'atto costituisce il particolare momento in cui la persona si rivela" (Persona e atto, 53), allora nella misura in cui cresce il bisogno di comprendere chi sia la "persona" che sempre vive in azione "la categoria di esperienza acquista il suo pieno significato" (Persona e atto, 50). Pertanto anche quest'uomo - cioè ciascuno di noi oggi - è "via della Chiesa" come dice l'enciclica. E non in modo astratto, ma facendosi carico di tutte le sue determinazioni storiche che, anche nelle forme più radicali, "caratterizzano la sua situazione" (RH, 19). Quella che Giovanni Paolo II - ma anche von Balthasar - chiamava un'"antropologia adeguata" conserva tutto il suo valore. Perché? Perché tiene conto del fatto che quando l'uomo giunge a riflettere su di sé, non può formulare il discorso prima di cominciare a essere uomo, ma è "obbligato" a farlo sorprendendosi in azione. Si trova già dentro un "esserci" e, dall'interno di questo esserci, riflette su chi egli sia. Non v'è spazio per un'ipotetica riflessione aprioristica di carattere teorico sulla natura dell'uomo da cui dedurre una conoscenza da applicare successivamente alla vita.
Pertanto il linguaggio della persona rivela che l'uomo è sempre storicamente situato. È nella storia che si gioca il dramma della sua libertà finita in cerca della libertà infinita di Dio. Di conseguenza le molteplici oggettivazioni e determinazioni cui il soggetto tecnocratico oggi lo sottopone debbono legittimamente fare il loro ingresso e far sentire tutto il loro peso all'interno di una antropologia drammatica (l'unica adeguata), ma senza che per questo possano far tacere il suo agostiniano inquietum cor.
L'uomo di oggi non è pertanto meno desideroso di infinito di quello di ogni tempo. Il Redemptor hominis irrompe all'interno di questa sua costitutiva esperienza. Anche quest'uomo "è stato redento da Cristo, perché con l'uomo - ciascun uomo senza eccezione alcuna - Cristo è in qualche modo unito, anche quando quell'uomo non è di ciò consapevole" (RH, 14). Il profondo e delicato passaggio di Gaudium et spes 22, diventa la chiave per affrontare l'"enigma uomo", al riparo da ogni sterile dualismo tra eterno e tempo, necessario e contingente, dogma e storia. Infatti la redenzione non va intesa solo in chiave escatologica, come se l'azione di Cristo fosse esclusivamente finalizzata alla speranza di un riscatto in un astratto aldilà. La redenzione è all'opera nella stessa possibilità donata all'uomo di dedicarsi incessantemente all'affascinante compito di svelamento dell'enigma del suo "esserci".
L'uomo "è prima e fondamentale via della Chiesa". E lo è proprio in virtù della "via tracciata da Cristo stesso, via che immutabilmente passa attraverso il mistero dell'Incarnazione e della Redenzione" (RH, 14). Ovviamente il riferimento a Cristo, in quanto immagine perfetta del Padre, è determinante per comprendere tutta la portata dell'affermazione di Giovanni Paolo II. E questo spiega il desiderio dell'enciclica che, come asserisce con forza in apertura il Vaticano ii, "ardentemente desidera con la luce [di Cristo] splendente sul volto della Chiesa, illuminare tutti gli uomini" (LG, 1).
"Ci occuperemo della Chiesa solo nella misura in cui esso può e vuole essere una mediazione della forma (Gestalt) della Rivelazione di Dio in Gesù Cristo. Dicendo questo abbiamo probabilmente posto la questione decisiva. E forse, nei riguardi della Chiesa non c'è più alcuna domanda da porre oltre a questa" scrive Hans Urs von Balthasar. Ogni uomo può essere incorporato a Gesù Cristo mediante la Chiesa, da Lui amata di un amore sponsale (cfr. Lettera agli Efesini, 5). Egli partecipa in questo modo della figliolanza divina del Redentore che è l'inverarsi, in pienezza di umanità, della totale comunione intratrinitaria.
Il percorso fatto mostra tutta la pregnanza dell'affermazione di Redemptor hominis 14, che "l'uomo è la prima e fondamentale via della Chiesa".


(©L'Osservatore Romano - 11 marzo 2009)

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