Rassegna stampa Speciali

L’ultima illusione dei sani

«Il tentativo affannato di gestire il morire è un modo per dimenticare la morte». Lo psichiatra Eugenio Borgna spiega perché la perdita del senso aumenta la paura

di M. Corradi
Novara.
Testamento biologico, accanimento terapeutico, vita “dignitosa” oppure no. A un grande psichiatra come Eugenio Borgna chiediamo perché, oggi, questa attenzione collettiva, e quasi ossessione, sul morire. «Vorrei notare una differenza fondamentale: tutto questo parlare riguarda il “morire”, e non la morte stessa. Il morire è in realtà ancora un vivere; la morte invece è mistero che viene continuamente tacitato e rimosso. Assistiamo oggi a una terrificante implacabile riflessione sul “modo” di morire il più rapidamente possibile, lasciando sempre nel non detto però quell’immenso mistero di cui non vogliamo parlare.

Dunque tanto rumore, infine, per tacere…
La perdita del senso, anche cristiano, della morte aumenta la paura. La morte si ostina a sfuggire al potere degli uomini, mentre il morire, invece, spesso lento e annunciato, è ancora assoggettabile al nostro controllo. Vedo dunque uomini che rifuggono dalla morte, divorati da un’ansia di controllo con cui credono di organizzare l’ultimo lembo di vita. In una demoniaca pretesa: mettere le mani sull’ultimo passaggio.

Perché una volta questa pretesa non c’era?
Lo spirito dei tempi è influenzato da istanze economiche ed egoistiche, per cui si tende a sopprimere fragilità e debolezza. Il cambiamento epocale è che fino a poco tempo fa il morire era lasciato a un ambito personale, familiare e medico: ora quest’ambito si vuole fare pubblico. In realtà poi chi si affanna in questa gestione del morire sono i giovani e i sani, quelli che non immaginano come reale la morte per sé. Sono loro, che non sopportano di vedere la vecchiaia e la malattia, di avvertire angoscia e sensi di colpa – e allora con un taglio gorgonico pretendono di affrettare il morire.

Dunque l’eutanasia è domanda dei sani.
Assolutamente. Ogni medico sa come il malato grave quasi sempre istintivamente si attacca alla vita che gli rimane. Un conto è guardare il problema quando ci si sente immortali, tutt’altro è lo sguardo di un malato.

Secondo lei il rumore attorno all’eutanasia è reale, o è soprattutto un fatto mediatico?
Soprattutto mediatico. Nelle corsie d’ospedale si vede come chi ha la morte davanti continua a sperare fino in fondo. C’è più speranza nei malati che nei sani. Per usare un linguaggio cristiano, croce e speranza procedono insieme. La sofferenza è sfida radicale, che rivela straordinarie risorse. L’andare verso la morte implica il risorgere naturale in noi di una speranza che non muore mai.

La morte di Eluana è una breccia di Porta Pia dopo la quale al morire in Italia si comincia a guardare in un altro modo?
Il disegno evidente è di abbreviare e razionalizzare il cammino della morte. Soggettivamente, dirsi “staccherò la spina” è il tentativo di fare scomparire la morte dal proprio orizzonte emotivo, è un meccanismo di controllo. Un controllo di cui fino a oggi, dentro a rapporti familiari più intensi e significativi e nell’idea di morte come strada verso un altro destino, non c’era bisogno.

Ma è davvero razionale pensare di poter decidere oggi di “staccare”, un giorno?
È profondamente irrazionale. Non siamo entità pietrificate che penseranno sempre ciò che pensano oggi. Le nostre scelte potrebbero cambiare, soprattutto se ci scoprissimo malati. Perché nella malattia la debolezza intrinseca di una ragione che Leopardi diceva “carnefice” si fa evidente.

Che ripercussioni ha avuto sulle nostre coscienze il modo in cui è morta Eluana?
Penso che questa morte abbia dilatato la coscienza della drammaticità del vivere e morire, e anche la consapevolezza del rispetto dovuto a un uomo malato. Uno schiaffo forte, eppure in fondo positivo. Man mano che la gente comprendeva esattamente quale morte si voleva dare a questa donna, il consenso alla sospensione dell’alimentazione, stando ai sondaggi, calava. Poi, la morte è arrivata, repentina e vera, e ha prodotto una controrisonanza emozionale che ha colpito, credo, anche molti di quanti appoggiavano il signor Englaro. La morte, che appunto è altra cosa dal morire, quando interviene troncando i brandelli di speranza che ancora sussistevano rovescia il nostro orizzonte. Per questo, benché annunciata, questa morte ha prodotto, credo, un effetto boomerang nella opinione pubblica. No, io non credo che Eluana Englaro sia una breccia di Porta Pia. Il contraccolpo della sua morte invece ha ridestato orizzonti che sembravano liquefatti da una fredda impostazione razionale del problema.

Lei ha scritto un libro intitolato, da un verso di Hölderlin, “Noi siamo un colloquio” – allusione al non essere mai l’uomo “per sé”, ma ontologicamente in relazione. In questo senso, chi è un uomo che progetta di gestire autonomamente la sua morte?
È uno che vive nella rimozione di Dio, che vive come se Dio non esistesse. Da qui vengono scelte che non sono più in dialogo col prossimo, ma chiuse in sé, (potremmo dire autistiche). Così assistiamo oggi a una patologia della normalità che si esprime nella febbrile ricerca di porci tolomaicamente “al centro” della vita, senza alcuna apertura all’altro, senza la possibilità di quella rivoluzione copernicana che è la sconfitta di questo egocentrismo.

In Svizzera un’associazione va raccogliendo firme perché anche negli ospizi per anziani sia praticabile, a richiesta, l’eutanasia. È il secondo gradino: non più solo malati terminali, ma uomini anziani e stanchi.
Il tema qui si allarga a quello della vita “non degna di essere vissuta”. Il conflitto ormai è sullo stesso senso della vita. Si fa strada un’obiezione apparentemente razionale: sono vecchi, non servono più a niente. È la stessa in nome della quale il nazismo uccise 150 mila psicotici; e, al di là delle differenti provenienze ideologiche, riproduce un identico modello di pensiero.

Professore, in 30 anni in ospedale psichiatrico lei ha visto spesso morire. Quel morire di cui i sani hanno un’idea fasulla, nella realtà, com’è?
Ho visto morire le mie pazienti fragili in modo più umano di tanti uomini “forti”. La fragilità, come diceva Paolo ai Corinzi, è la nostra forza. Ho visto nelle mie malate morenti riemergere emozioni che sembravano annientate, e risorgere istanze di memoria e di vita. Le nature più razionali invece davanti alla morte inceneriscono i castelli di cui si sono illuse – sono più uomini i deboli, di fronte alla morte. Ho visto riemergere la profondità della fede in nature semplicissime, e diventare coscienza ferma e profetica di un’altra vita. La vita considerata “non degna”, nel morire dimostra di essere comunque vita per gli altri. Ho visto psicotici gravi, quelli che vengono considerati “gusci vuoti”, che nel momento della morte rivelano limpidamente di essere ontologicamente “fatti” per l’altro.

© Tempi

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