Rassegna stampa Speciali

Risposte del vescovo di Mondovì

Sono dispiaciuto che Giacomo Galeazzi, mentre ero in visita pastorale, abbia utilizzato la telefonata fatta a me, virgolettando certamente suoi pensieri, non le mie parole; se ha registrato la telefonata, le mie espressioni non corrispondono né al linguaggio né ai contenuti espressi nello scritto di pag. 10 su La Stampa di sabato 13 marzo. Non mi permetterei mai di parlare del Papa, denominandolo ripetutamente con soltanto il suo cognome e nome anagrafico; né direi ciò che può o non può fare attraverso una intervista telefonica.
Preciso che: 1) Ho detto che il Papa è il supremo legislatore; ben inteso anche se ogni battezzato è soggetto di diritti e doveri umani e cristiani. Inoltre non posso essere presentato come esperto in Diritto canonico, se non con la competenza dei normali studi teologici che ogni bravo sacerdote attua. Se ho qualche competenza è in altro settore delle scienze teologiche. 2) Non ho mai detto che il Papa debba rendere conto a chicchessia. 3) La grande competenza teologica oltre al servizio rigoroso e diligente del Santo Padre è motivo di gratitudine nel Signore, da parte di tutta la Chiesa. 4) Di fronte ai fatti capitati di cui non ho né conoscenza, né ho potuto leggere dai giornali in modo documentato, ho affermato che resta da pregare e da valutare in che modo responsabilmente si possono verificare i dati stessi e assumerne le decisioni, in ottemperanza alle leggi ecclesiastiche e civili. Si riascoltino gli interrogativi del giornalista. 5) Non intendo difendermi dalle interviste: essendo in regione incaricato per le comunicazioni sociali, volentieri mi rendo disponibile ad ogni forma di dialogo, ma richiedo onestà e correttezza nel riproporre quanto dico.
LUCIANO PACOMIO

© La Stampa - 16 marzo 2010


Il vescovo Pacomio: travisate le mie parole

Chiara Genisio

Nota del presule dopo la pubblicazione di un'intervista su un quotidiano: nei virgolettati i pensieri del giornalista

Un « caso » giornalistico si è consumato nei giorni scorsi tra monsignor Luciano Pacomio, vescovo di Mondovì e delegato della Conferenza episcopale piemontese per le Comunicazioni sociali e il giornalista de «La Stampa» Giacomo Galeazzi. La questione è inerente a un'intervista apparsa sul quotidiano torinese lo scorso sabato ( pag. 10) dal titolo « Nessuna immunità. Nella Chiesa tutti uguali. Il Pontefice chiarirà, sono certo che era all'oscuro».
Il vescovo di Mondovì interpellato telefonicamente, mentre era in visita pastorale, accompagnato da tre padri vincenziani, ha risposto brevemente alle domande del giornalista che vertevano sulla responsabilità oggettiva del Papa nei confronti dei casi di pedofilia accaduti in Germania. Monsignor Pacomio, in una lettera indirizzata al direttore del giornale, e pubblicata quasi integralmente il 16 marzo, ha espresso il suo rincrescimento per come le sue parole siano state travisate sia nella forma che nel contenuto. «Sono dispiaciuto - scrive - che il dottor Giacomo Galeazzi abbia utilizzato la telefonata fatta a me, virgolettando certamente i suoi pensieri, non le mie riflessioni. Se ha registrato la telefonata, non corrisponde né al linguaggio né partitamente ai contenuti espressi nello scritto sul giornale. Non mi permetterei mai di parlare del Papa, denominandolo ripetutamente soltanto col suo cognome e nome anagrafico. Né direi ciò che può o non può fare attraverso intervista telefonica » . Ha inoltre precisato, punto per punto, le inesattezze compresa quella che non è esperto di diritto canonico. Galeazzi, a margine della rettifica pubblicata, con poche parole, ha confermato la sua versione. Da parte sua monsignor Pacomio ha inviato una ulteriore nota al direttore Mario Calabresi in cui ribadisce che alla telefonata intercorsa con il giornalista erano presenti i tre padri vincenziani, tutti disposti a confermare che « i due terzi dell'articolo sono eccedenti alle parole da me dette » . Nota che al momento « La Stampa » non ha pubblicato.

© Avvvenire - 19 marzo 2010