Rassegna stampa Speciali

Torturato perché sono sacerdote

sacerdote-8.jpgDa Avvenire  Anche quando ride l'entusia­smo è frenato dal dolore. Pa­dre Hani Abdel Ahad, 33 an­ni, è stato rapito lo scorso 6 giugno a Baghdad. Solo tre giorni prima, a Mo­sul, erano stati uccisi padre Ragheed Gani, parroco caldeo, e tre diaconi. Per lui invece era stato chiesto un «in­gente riscatto», ma non erano solo i soldi a muovere i suoi rapitori.
  Ora è a Damasco, parroco nella citta­dina di Sednaya. È dovuto fuggire con la sua fami­glia. «Qui in Siria - racconta lui stesso ad Asia­News - non è vi­ta, aspettiamo solo il via libera dalle diplomazie occidentali per poter partire e tentare l'impresa di ricostruirci un fu­turo, speranza alimentata solo dalla nostra fede».  Padre Hani, aveva già ricevuto mi­nacce personali prima del suo se­questro?
 Quando mi hanno rapito, ero rien­trato in Iraq dal Libano da appena un anno. A Baghdad ero responsabile del seminario minore caldeo. Per un pe­riodo hanno continuato a gettare ca­daveri all’interno per spaventarci. Ho sporto denuncia, ma nessuno è in­tervenuto. A novembre 2006 erano ri­masti solo tre studenti, così mi è sta­ta assegnata la parrocchia della Divi­na Saggezza. Più volte gruppi di uo­mini in moto mi hanno circondato aggredendomi a parole.

 Cosa accadde quel 6 giugno?
 
Avevo svolto del lavoro in parrocchia e stavo tornando a casa, camminavo con i 4 ragazzi rapiti insieme a me. Al­l’improvviso alcuni miliziani a bordo di due moto hanno ordinato di fer­marmi. Io ho spiegato loro che ero un sacerdote e subito è arrivata un’auto con dentro un uomo dal viso coper­to il quale ha ordinato: «Il prete viene con noi». In un’altra macchina hanno fatto salire i ragazzi. Solo alla libera­zione ho saputo che erano stati rila­sciati il giorno successivo. Mi hanno bendato e porta­to in una casa, dove per quattro giorni mi hanno lasciato nudo in un bagno.
 Come è prose­guita la sua pri­gionia?

  In quei 12 giorni mi hanno fatto di tutto, in modo barbaro. Ogni giorno mi chiedevano di convertirmi all’islam, mi obbliga­vano a recitare il Corano e mi spiega­vano gli insegnamenti islamici. Mi ri­petevano in continuo che noi cristia­ni siamo degli infedeli. Ho potuto co­noscere la profondità dell’odio che quelle persone nutrono verso i cri­stiani. Ci accusavano di sostenere gli Stati Uniti e quando il Papa ha incon­trato il presidente americano Bush (9 giugno, ndr) hanno cominciato a tor­turarmi ancora di più. Poi abbiamo cambiato casa e mi hanno trattato peggio di prima. In questa seconda fase hanno giocato sul terrore psico­logico: ho visto uccidere un altro o­staggio, un ufficiale della polizia ira­chena. Poi mi hanno avvertito che sa­rei stato il prossimo. Volevano solo
spaventarmi; uno di loro mi ha spie­gato che non mi avrebbero ucciso, perché il mio sangue di cristiano a­vrebbe reso impura quella casa e non avrebbero più potuto pregare in quel luogo. Quando si rivolgevano a me mi chiamavano sempre «sporco».
 Che idea si è fatto dei suoi rapitori?

 Erano dei professionisti, ben adde­strati. Non potevo vedere i loro volti, ma a sentire le loro voci e i loro ac­centi, alcuni erano di sicuro iracheni. Vi erano anche altri arabi, ma i più duri penso fossero afgani. L’idea che mi sono fatto è che il denaro non era il loro primo obiettivo. Mi hanno ra­pito e torturato per la mia religione. Prima di rilasciarmi mi hanno avver­tito:
«Voi e le vostre famiglie dovete la­sciare l’Iraq, dovunque andrete vi tro­veremo ». Ero un simbolo dell’odiata cristianità.
 Dopo il rilascio cosa è successo?

 Sono andato dalle autorità, ma non è stata presa nessuna iniziativa. So­no stato costretto per sicurezza ad e­migrare qui in Siria con la mia fami­glia. Ma quella che viviamo ora non è vita; solo la nostra fede ci dà la spe­ranza in un futuro migliore. Speria­mo di ottenere presto il visto per gli Stati Uniti o per la Nuova Zelanda. L’unica cosa che ci rimane è Dio, la nostra fede. E questa non potranno togliercela nemmeno le più atroci violenze. (
E.A.)
 Profugo a Damasco, padre Hani a giugno è stato per 12 giorni in mano agli estremisti: «Mi chiedevano di passare all’islam e mi obbligavano a recitare il Corano»

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