Rassegna stampa Speciali

Un altro modo di guardare all’aborto

paul-mariachiara.jpgMarina Corradi per Avvenire -  Per dove, concretamente, potrebbe passare un altro modo di guardare all'aborto? La 194 va a compiere trent'anni, doverosamente si può chiedere che venga applicata anche in quelle parti che dovrebbero almeno evitare gli aborti da povertà e da abbandono. Ma l'idea di 'moratoria' suggerisce qualcosa di più: una sorta di ripensamento collettivo, affine a quello che, nell'arco di molti anni, ha portato al voto dell'Onu contro la pena di morte. Ora, ci domandiamo, per quali modi potrebbe passare questo ripensamento, e da dove potrebbe iniziare? Forse, volendo essere realisti, si dovrebbe iniziare dall'educazione; intendendo con questo termine ­come insegnava don Giussani - una introduzione alla realtà. Forse basterebbe, oltre che insegnare ai ragazzi come funzionano l'apparato riproduttivo e gli anticoncezionali, mostrare l'ecografia di un feto al terzo mese, magari di quelle tridimensionali, adeguate ai nostri standard di moderni utenti di immagini. Un nascituro perfettamente in salute, colto in un tranquillo istante della sua vita intrauterina. A quell'età sono lunghi poco meno un centimetro, ma già le fattezze umane sono perfettamente riconoscibili, tali che qualunque alunno di scuola primaria obbedendo a una elementare evidenza direbbe: quello è un bambino. Immaturo, piccolo, ma evidentemente un bambino.
  Ecco, ci pare che uno sguardo nuovo sull'aborto ­quando si vorrebbe persino introdurre una pillola perchè la cosa sia più semplice - non possa che cominciare dal guardare la realtà. Quell'immagine al terzo mese di gravidanza - quando l'aborto è perfettamente legale - è un fatto: non è cattolica nè integralista, non è ideologica. È oggettiva: così è un uomo, a dodici settimane (e se qualcuno non vuole farlo vedere, dovrebbe per onestà domandarsi perchè).
  Se questo è un uomo, dunque, prima di ogni altra discussione filosofica o etica, potremmo cominciare a guardarlo, a farlo guardare ai nostri figli, e a onestamente riconoscere ciò che è. Può sembrare poco, questo accettare di vedere e dunque di guardare la realtà, di 'esporsi' alla realtà e lasciarla parlare. Invece è fondamentale.
  Ha scritto Hannah Arendt, filosofa ebrea sfuggita alle persecuzioni naziste: 'Vedere è idèin, sapere è
 eidénai, cioè avere visto: prima si vede, poi si conosce'. Il problema della modernità stava secondo lei anche nel non voler 'vedere', nel non voler riconoscere la realtà del 'dato originario'.
  Cambiare, dunque, partendo da una lealtà dello sguardo. Così siamo a tre mesi, dentro nostra madre. Fate un esperimento, chiedetelo ai vostri figli più piccoli, cos'è quell'essere di un centimetro nel buio. Lo riconosceranno - a quell'età, ci vedono ancora benissimo.
  Se poi dottamente si obiettasse che al primo inizio della vita non si 'vede' niente - solo una morula pulsante, affannata a moltiplicarsi - si potrebbe rispondere con le parole del professor Angelo Vescovi, laico, ricercatore di fama internazionale: 'Qualunque fisico esperto di termodinamica può dire che all'atto della fecondazione c'è una transizione repentina e mostruosa, in termini di quantità di informazione. Una transizione di quantità e qualità di informazione senza paragoni, che rappresenta l'inizio della vita: dal totale disordine alla prima entità biologica. Contenente tutta l'informazione del primo stadio della vita umana, concatenato al successivo, e al successivo, in un continuum assolutamente non scindibile, se non arbitrariamente'.
  Là dove i nostri occhi non vedono, vedono quelli degli strumenti di laboratorio. Ma possono vedere e basta, oppure 'guardare', e dunque conoscere, e riconoscere. Dal caos, all'ordine, in un istante.
  Come nel tocco dell'indice creatore, nella Cappella Sistina. E' questo lo sguardo che cambia, quello che vorremmo trasmettere.